"Life is hard
and so am I."
- Mark Oliver Everett -
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Da gennaio XFM e altri media musicali inglesi spingono molto gli Hard-Fi, un quartetto di ventenni di Staines, un sobborgo di Londra nei pressi di Heathrow. Sarà perché erano stati imprudentemente accostati ai Clash, ma il loro singolo di esordio Cash Machine, sebbene effettivamente richiamasse le atmosfere di Sandinista, mi aveva lasciato perplesso, dubbioso sull’effettivo potenziale di questo gruppo. Apprendo – solo ora – che un minimo di heritage effettivamente esiste, in quanto Mick Jones aveva prodotto una precedente esperienza del leader della band (Richard Archer), ma ciò non pare sufficiente a redimere del tutto un pezzo che sembrava nato per compiacere, soprattutto le radio.
Il secondo singolo Tied Up Too Tight lascia invece presagire qualche spiraglio incoraggiante, e pur non discostandosi dal genere urban-rock, lascia intravedere qualche spunto più originale, o perlomeno un minor grado di citazionismo.
In attesa di aver prodotto abbastanza materiale per completare un album, i quattro stanno arricchendo il loro bagaglio di esperienza partecipando a gig dei The Bravery e dei Kaiser Chiefs.
Una curiosità: per realizzare il video di Cash Machine hanno eluso i sistemi di sorveglianza e di sicurezza dell’aeroporto di Heathrow.
Tied Up Too Tight video: Real | Media Player
Cash Maschine video: Media Player
Gotta Reason audio: wma
Valutazione: 3.7 su 5

Potrebbe non essere interessante una band che va in tour con Gomez, Cake, Ambulance LTD, The Dears? Date le premesse, almeno un ascolto lo merita… E quell’ascolto, all’inizio, ti porta a pensare (inevitabili gli accostamenti alla gnoosic map): uhm, questi assomigliano a… Spoon? Parecchio, sembra. Ma è poi così deleterio assomigliare a qualche altra band? Tre punti di domanda sono forse già troppi in un post, ma la risposta che mi fornisco è: no! L’importante è che quello che ne scaturisce sia sano intrattenimento musicale, che venga evitato il plagio, che il tempo (sempre troppo tiranno) dedicato all’ascolto venga in una buona misura ricompensato. E tutto ciò i Robbers On High Street lo garantiscono.
Non saranno certo questi quattro newyorkesi a scrivere pagine indelebili della storia del rock, ma questo loro esordio fa perlomeno pensare che si possa aggiungere un nuovo nome alla lista delle band da seguire con simpatia ed attenzione. Tree City è il loro album d’esordio uscito a fine febbraio al di là dell’Atlantico e ancora non pubblicato in Europa, ma disponibile attraverso importatori inglesi che consentono di evitare i problemi doganali in cui ormai incorrono le spedizioni dal Nordamerica. I ROHS passano dal rock al pop con assoluta disinvoltura, tanto che a volte si fatica a distinguere la linea di demarcazione, e nello stesso modo i 13 brani si susseguono con una discreta alternanza di motivi ed armonie. Mettono generosamente a disposizione tre tracce per il preascolto, come giustamente si conviene ad una band che necessita di farsi conoscere. Le tre canzoni (le prime due e l’ultima) sono indicative ma non riescono a dare il reale spessore di questo disco che offre il meglio di sé nella parte centrale.
Japanese Girls - traccia 2 mp3
Montefiore - traccia 13 mp3
Valutazione 3.8 su 5

Mark Oliver Everett, anche conosciuto come Mr. E, il deus ex machina degli Eels, è un figlio d’arte. Non in quanto musicista, ma in quanto genio. Anche suo padre, infatti era un uomo dotato di talento superiore: Hugh Everett III, fisico quantistico di rilevanza mondiale.
E non è questo il caso di un uso improprio di un termine spesso abusato. Mr. E può essere considerato tale perché riesce ad imprimere alle sue canzoni, ai suoi testi più che al suono che produce, risvolti che per i comuni mortali sono irraggiungibili. Crea universi paralleli: questa è la chiara impressione che ha suscitato in me sin dai primi ascolti. Singolare la coincidenza che sia stato proprio suo padre a formulare la teoria degli universi paralleli (ripresa poi dalla sci-fi in varie forme), ma ciò l’ho scoperto solo più tardi, e quindi non mi sono autosuggestionato.
Novocaine For The Soul è una delle più belle canzoni degli anni novanta, e molto probabilmente entrerebbe di diritto nelle mie ipotetiche 31 canzoni hornbiane. E questo era l’esordio, in Beautiful Freak, tanto per mettere in chiaro le prospettive che ci attendevano. E non si può non pensare a Souljacker con i due brani omonimi e la straordinaria Friendly Ghost, senza trascurare un album più cupo – ma non per questo meno sublime – come Electro-Shock Blues.
Credo che sia necessario partire proprio da ESB per descrivere il nuovo doppio album degli Eels, Blinking Lights And Other Revelations, 33 brani in uscita a fine aprile, ai quali si aggiungeranno altri due inediti proposti sul singolo Hey Man (Now You’re Really Living). Perché BLAOR ne raccoglie il testimone, sviluppa i temi solo accennati in quel disco realizzato nel 1998 sotto la spinta emotiva derivante della dipartita della madre di Mr. E dopo una strenua lotta con un tumore al polmone, lei che era l’ultima componente ancora in vita della sua famiglia dopo che il padre si era spento molti anni prima e la sorella si era tolta la vita nel ’96. Una sequenza di eventi tragici che hanno stimolato interrogativi esistenziali, per affrontare i quali Everett non rinuncia al suo consueto spirito sardonico. Il fatto che la copertina del disco riporti un’immagine che risale all’infanzia della madre non è casuale: BLAOR è una narrazione, una rivisitazione di luoghi (In The Yard, Behind The Church), persone (Railroad Man e If You See Nathalie) e situazioni (Suicide Life e Going Fetal).
Un doppio che lascia poco spazio ai facili entusiasmi: necessita di essere assaporato lentamente, con la stessa dedizione che si deve dedicare alle opere (libri o pellicole) che non sono alla ricerca di consensi. Per questo motivo la valutazione sarà la media tra la critica (ovvero gli stimoli che fornisce al cervello = 4.8) ed il pubblico (quello che suscita nelle orecchie = 3.8).
Da segnalare le apparizioni di Tom Waits e Peter Buck dei R.E.M.; sono infine pronto a scommettere che qualcuno di questi brani consentirà agli Eels di proseguire la loro favorevole tradizione con le colonne sonore (American Beauty, Road Trip, Shrek I e II, Orange County, The Anniversary Party, Holes e Along Came Polly).
Valutazione 4.3 su 5

Perché l’etichetta Island ha proposto loro un contratto dopo una sola dozzina di apparizioni live? Semplice: perché il loro potenziale emerge immediatamente, al primo ascolto di Shot Down, il loro primo singolo digitale, dopo l’esordio su vinile con il pezzo Cosmopolitan nell’ottobre scorso.
I Nine Black Alps sono un quartetto di stanza a Manchester, ma di origini Yorkshire, che professa un rock energico chitarre e batteria. Il loro riferimento sono i Nirvana, ma è meglio tenersi abbondantemente alla larga da certe icone. Meglio ridimensionare la portata di tale affermazione, citando i Razorlight come possibile termine comparativo.
In aprile in tour con i Kaiser Chiefs, in attesa di un loro album che – molto probabilmente – raccoglierà vasto consenso.
Valutazione 4.1 su 5

Ho finalmente capito perché c’era tanto fermento intorno ai Louis XIV. Il quartetto di San Diego si appresta a diventare uno dei fenomeni musicali di questo 2005 grazie al loro pop-rock sensuale, a volte persino erotico. Non è un caso che si circondino di immagini di donne discinte, più o meno velate di lingerie di classe. Seguono le orme dei The Killers, con i quali hanno condiviso un tour l’anno scorso, e con tutta probabilità sono destinati a ripeterne il successo su entrambe le sponde dell’Atlantico.
L’album The Best Little Secrets Are Kept segue di un paio di mesi la pubblicazione dell’EP Illegal Tender, che aveva fornito un’ampia anticipazione del repertorio dei californiani, che avevano pubblicato anche un eponimo vinile nel 2003. Chitarre artatamente sguaiate, ritmo e testi irriverenti sono gli ingredienti glamour della loro musica che sembra a volte richiamare alcuni passaggi dell’Iguana Iggy Pop. Ma non ci si deve aspettare un disco monocorde: le variazioni sono notevoli, ed accanto a pezzi a presa rapida che diventeranno il loro biglietto di presentazione come Finding Out True Love Is Blind, è possibile incontrare brani più riflessivi e non per questo meno apprezzabili come All The Little Pieces.
Quest’anno parteciperanno ad una tournè canadese con gli Hot Hot Heat e l’augurio è quello che decidano di aggiungere qualche data europea in autunno, se non prima.
Louis XIV mp3
God Killed The Queen mp3
Finding Out True Love Is Blind video
Valutazione 4.0 su 5

Non ho mai visto una puntata di O.C., ma tengo d’occhio le track list delle varie compilation dedicate alla serie perché sono sempre ricche di buoni spunti. Uno di questi è rappresentato dai dios (andrebbero sempre scritti in minuscolo), un gruppo indie-pop californiano, di Hawthorne, un sobborgo di Los Angeles. Già, è la stessa località che ha visto formarsi i Beach Boys, e questo fatto non è incidentale. Un quintetto interamente composto da ragazzi appartenenti alla comunità ispanica, che ha una storia piuttosto breve ma intensa, che li ha visti partecipare come band di supporto a tour dei Grandaddy e dei Beluah. Tutto ciò ha ovviamente un notevole influsso sul loro modo di fare musica, un pop acustico e solare, basato su chitarre acute che accompagnano ritmi dal passo lento, un po’ pigro, caratteristica che pare contraddistinguere la vita dei componenti della band.
A metà del 2004 è stato pubblicato il loro esordio il cui titolo è lo stesso della band (che alle volte di fa però chiamare dios malos per differenziarsi da un gruppo omonimo) e si snoda attraverso 14 tracce tra cui compare anche Birds, una cover di Neil Young (il quale rappresenta di sicuro un punto di riferimento). Alcuni brani si elevano decisamente sopra la media dell’album, e tra questi spetta a You Got Me All Wrong il gradino più elevato. Nobody’s Perfect è la traccia di apertura che rende bene l’idea di quello che ci si potrà aspettare dal disco, un’onda lunga sulla quale ricamano chitarre ammiccanti. The Uncertainty Of How Things Are è un episodio etereo e romantico.
A giudicare dal loro sito, i cinque californiani non si prendono molto sul serio, probabilmente sbagliano, ma questo li rende quantomeno autentici.
Nobody’s Perfect mp3
Valutazione 3.8 su 5

Se devo essere sincero, non sono stato un grande estimatore degli Ocean Colour Scene. Forse ero un po’ prevenuto perché venivano da Birmingham, e di quella città e dei suoi abitanti ho in generale un pessimo ricordo. Forse perché, pur supportati da Noel Gallagher e Paul Weller, si contrapponevano alle band alle quali andavano decisamente le mie preferenze nell’ambito Brit-pop. Sono però contrario all’integralismo musicale e, specie negli ultimi anni, sono riuscito a rivedere alcune prese di posizione e quindi ammettere che The Riverboat Song e The Day We Caught The Train hanno i requisiti necessari per essere incluse nel Best Of… degli anni novanta.
Lunedì prossimo uscirà ufficialmente il settimo album degli OCS il cui kilometrico titolo è A Hyperactive Workout For The Flying Squad, mentre il singolo Free My Name è in circolazione da una settimana ed è entrato direttamente al secondo posto della indie chart britannica. Questo la dice lunga sulla immediatezza del brano, che arriva facilmente alle orecchie di un pubblico che non si limita agli appassionati del genere.
Video di Free My Name: high | low
L’album nel suo complesso è gradevole, e sembra essere un po’ più lento di quelli che lo hanno preceduto, è ciò è a mio avviso un pregio. Registrato sulle Highlands scozzesi, con la presenza di alcuni ospiti come il già citato Paul Weller (chitarra in Waving Not Drowning – arrangiato perfettamente è probabilmente il brano più coinvolgente dei 13 che vengono proposti in questo disco), sembra avere lo stesso retrogusto torbato di un Lagavulin. Another Time To Stay potrebbe essere il secondo singolo ed è una ballata melodica accompagnata dagli archi di John Mc Cusker (musica tradizionale scozzese), Drive Away è un pezzo da nastrone automobilistico, mentre in This Day Should Last Forever il front man Simon Fowler (la cui voce mi ha sempre ricordato vagamente quella di Joe Cocker) si concede una apprezzabile escursione folk.
Valutazione: 3.9 su 5

Nessuno sa con certezza cos’abbia spinto Josh Rouse, uno dei migliori interpreti del genere Americana, una sorta di soft-rock con venature alternative e country, a trasferirsi dagli States alla Spagna alla soglia dei 33 anni. Forse non lo sa con esattezza nemmeno lui. Condivido la sua scelta, comunque: Algea è a metà strada tra Valencia ed Alicante sulla costa di fronte alle Baleari. Nato in Nebraska, ha vissuto gli ultimi dieci anni a Nashville, dove ha potuto avvalersi dell’amicizia e della collaborazione di Kurt Wagner dei Lambchop, liaison che influenza sensibilmente anche il suo quinto album, il cui titolo è dedicato proprio alla città del Tennessee che abbandona.
Nashville si regge sulla apparente contraddizione tra allegri motivi melodici e testi dai contenuti melanconici, cantati con un velo di tristezza come nella migliore tradizione di Josh Rouse. Essendo un album piuttosto omogeneo, è difficile selezionare delle tracce che spiccano, ma quella di apertura It’s The Nighttime è forse quella più radiofonica, mentre My Love Is Gone è piuttosto rappresentativa dello stato emotivo che ha ispirato questo disco.
Valutazione 3.7 su 5

I Am Kloot è un triangolo isoscele indie-pop: con una solida base formata dalla sezione ritmica composta da Pete Jobson al basso insieme ad Andy Hargreaves alle percussioni e da un vertice molto elevato rappresentato dall’autore, vocalist e chitarrista John Bramwell. Gli I Am Kloot non hanno mai fatto concessioni alla prospettiva commerciale ed anche con questo terzo album, in uscita all’inizio di aprile, si mantengono sulla stessa linea guida, che non ha peraltro impedito loro di ottenere una discreta risonanza, alimentata da una intensa attività live.
Gli autori di una delle più belle canzoni di questi duemila (The Same Deep Water As Me dall’album eponimo del 2003), ci ripropongono un singolo – Over My Shoulder – che coinvolge sin dal primo ascolto nel quale l’inconfondibile voce nasale un po’ rauca di John appare meno malinconica del solito e viene accompagnata da sapienti hooks del basso.
Video di Over My Shoulder
Gods And Monsters nel suo complesso, invece, appare meno immediato e richiede un ascolto in presupposti di assoluto relax per poterlo gustare appieno: una solare e tranquilla domenica mattina appare la condizione ideale. C’è spazio per l’acustica (Astray è una bellissima e compatta ballata voce&chitarra) e per la poesia musicale (la strumentale Hong Kong Lullaby), ed i testi a volte surreali ma mai banali o scontati trovano il loro manifesto in I Believe, la traccia che chiude l’album.
I tre di Manchester dicono di loro: “I Am Kloot è un piccolo universo che abbiamo creato, IAK non è una band: è un mondo. Ed è un mondo enigmatico perché è allo stesso tempo brutale ed affascinante. E’ spietato ed accattivante. E’ pieno di contraddizioni e it shifts across the sky like the weather”. Non credo sia possibile tracciare una definizione migliore.
Valutazione: 4.1 su 5
E’ da un po’ che ho terminato di leggerlo, ma il gusto agrodolce che mi ha lasciato in bocca non tende ad abbandonarmi. Ho fatto fatica ad abituarmi al linguaggio volutamente sgrammaticato della narrazione, che mi ostacolava più della pesante e gratuita volgarità che straboccava da tutti i dialoghi iniziali. Del resto era il tributo da pagare alla fedele riproduzione del tipo di comunicazione verbale adottata nel contesto in cui è ambientato: i giovani della classe lavoratrice inglese nelle del pieno periodo punk. Lo stretto legame con la musica ha fortunatamente tenuto desto il mio interesse, e nella seconda parte del libro emerge la capacita di John King di andare al nocciolo degli argomenti, anche quelli più problematici, esprimendo concetti profondi ma allo stesso tempo diretti ed immediati, che spesso arrivano come montanti e lasciano senza fiato.
Ho amato la descrizione del viaggio che il protagonista compie in treno da Pechino a Mosca. Sono rimasto piacevolmente sorpreso dall’evoluzione della trama, tutt’altro che lineare e scontata e che subisce una bruciante accelerazione nel finale.
Un libro non convenzionale, parallelo all’anticonformismo del protagonista e, molto probabilmente, dell’autore. Non sono mai stato un punk, e della musica punk ho apprezzato solamente il lato più luminoso, ma è stato spontaneo identificarsi in quei personaggi.
Impossibile citare brani o gruppi che fanno da sottofondo: la lista sarebbe così lunga che richiederebbe un’inutile sforzo catalogativo, ed i nomi più ricorrenti sono facilmente intuibili: molto meglio leggerli tra le righe del libro, cosa che consiglio vivamente a tutti coloro che sono interessati ad una valida rappresentazione di un periodo fondamentale per l’evoluzione del rock oltre che ad un romanzo di buono spessore.
Valutazione: 4.5 su 5

When Brit-pop meets indie. I British Sea Power sono un quintetto di Brighton che a distanza di poco meno di due anni dal loro felice esordio The Decline of British Sea Power, si appresta a pubblicare il secondo album con la Rough Trade, un nome – una garanzia. In questa loro seconda opera dimostrano un apprezzabile processo di maturazione, senz’altro coadiuvata dalla collaborazione con professionisti di provata affidabilità come Mads Bjerke (Spiritualized e Primal Scream) e Bill Price (Clash e Sex Pistols), giusto per nominarne un paio.
Abbandonate le stravaganze tipo vestirsi con divise militari inglesi dell’inizio novecento e circondarsi di animali imbalsamati, il gruppo punta a fornire una musica ad ampio spettro che spazia dalle assonanze dei migliori Manic Street Preachers nel singolo It Ended On An Oily Stage, alle atmosfere più rarefatte vicine ai Mercury Rev in North Hanging Rock (la mia preferita dell’album) e True Adventures (che chiude l’album trasportandoci sulle costiere del Mare del Nord). Altre tracce degne di menzione sono Please Stand Up (presumibilmente il secondo singolo) e How Will I Ever Find My Way Home?
Video di It Ended On An Oily Stage: High | Low
Il disco si evolve da una parte introduttiva più energica condotta dalla chitarra affilata di Noble ad una sezione più riflessiva dove emerge la notevole qualità vocale di Yan (i nomi reali dei componenti sono sconosciuti) ed in tal modo riesce ad ottenere l’obiettivo che la band si era prefissata: “you see great things from the valley, and small things from the peak”. Open Season fornisce esaurientemente entrambe le prospettive.
Valutazione: 4.0 su 5
Abbandonando per una volta l’ambito rock, cercavo di associare brani adatti ad essere ascoltati durante le discese sulle piste nere più divertenti del comprensorio Sella Ronda o Giro dei Quattro Passi che dir si voglia (spesso il termine più appropriato è in realtà Giro Dei Quattro Pasti, © La Trivella). Il risultato è più o meno questo, ma si accettano volentieri suggerimenti alternativi:
Fodòme – Arabba (BL)
Chemical Brothers – Let Forever Be
Inizio dalla più impegnativa: muro molto verticale non battuto, che è sinonimo di gobbe nella maggior parte dei giorni di apertura. Il fatto che la pista sia molto larga abbatte il coefficiente di difficoltà, che altrimenti sarebbe molto elevato. Meglio non fermarsi a metà muro e mantenere il ritmo fino alla sua base.
Lagazuoi – San Cassiano / Passo Falzarego (BZ/BL)
Massive Attack – Unfinished Sympathy
Pista divertentissima: inclinazione costante abbastanza pendente, ideale per curvoni in conduzione. Una deviazione irrinunciabile prima di affrontare la panoramica discesa della Valparola alla fine della quale il rifugio Scotoni è quasi sempre un premio ad alto contenuto calorico. Cascate di ghiaccio e (tristi) residui della Grande Guerra fanno da cornice.
Saslong – Santa Cristina (BZ)
Prodigy – Out Of Space
Un classico da Coppa Del Mondo. Rifatta e modificata in più parti ha quasi perso le famigerate Gobbe di Cammello, ma ha guadagnato in portata. Dopo il bivio con la rossa al Sochers viene il bello. Preferibilmente da fare al mattino per evitare che il canalone conclusivo sia al limite della praticabilità.
Gran Risa – La Villa (BZ)
Timo Maas – To Get Down
La sua fama la precede ed è assolutamente meritata, può essere tranquillamente definita una delle più belle piste del mondo, anche perché viene tenuta in condizioni pressochè perfette. Meglio lasciare i vitelloni al Moritzino e affrontarla con la dovuta cattiveria, provando, condizione fisica permettendo, a farla tutta di un fiato. L’acido lattico nei quadricipiti ci ricorderà che non siamo più gli sciatori di una volta, e lo schuss finale arriverà come un grande sollievo.
Ciampinoi 3 – Selva di Valgardena (BZ)
Jamiroquai – Virtual Insanity
Sarebbe una delle più belle, ma spesso le condizioni sono peggiori di quelle delle piste adiacenti, un po’ per i numerosi passaggi ma soprattutto per la cronica incapacità degli addetti locali a conferirle un assetto stabile al manto nevoso, che diventa un mix di lastre di ghiaccio, sassi e gobbe di neve riportata. Diventa fondamentale per poterla gustare appieno presentarsi sulla Tre nelle prime ore del mattino, e a quel punto lasciar correre gli sci da gigante.
Valòn del Piz Boè – Corvara (BZ)
Dirty Vegas – I Should Know
L’arrivo a più di 2500 metri di altezza offre uno scenario da togliere il fiato. A monte le pareti del Sella con l’omonimo pizzo. In lontananza la Marmolada che spunta sopra Portavescovo. Il fondovalle sembra molto lontano e piccolo giù in basso. La discesa è vibrante, la neve rimane farinosa sino alla primavera ed accondiscende alle curve strette in rapida successione. Si può aggiungere la rossa del Boè di seguito ed arrivare ad una lunghezza totale di tutto rispetto, con un dislivello di più di 1000 metri.
Portavescovo – Arabba (BL)
Groove Armada – My Friend
Seconda nomination per Arabba, ma la pista centrale che passa in mezzo ai due torrioni di roccia non meritava di rimanere esclusa. Se incontrate un San Bernardo con tanto di fischetta di grappa, non pensiate che siano allucinazioni causate dai vostri eccessi alcolcannabinoidi, è proprio un simpatico canide che educatamente si mantiene ai margini della pista.
Ciampac – Alba di Canazei (TN)
Fatboy Slim – Praise You
Last but absolutely not least: quando arrivi in fondo non puoi non provare un senso di soddisfazione ed appagamento. Contiene tutto quello che si può chiedere ad una pista ed offre molteplici aspetti, dal muro con il 46% di pendenza ai passaggi più ampi ma sempre mediamente ripidi per la superconduzione, dai curvoni al canalone, il tutto in condizioni sempre perfette, riparata in mezzo agli abeti garantendo quindi una buona visibilità anche quando le nuvole arrivano al suolo.
Sedicinove e la sua critica preventiva mi avevano spaventato. Tra l’altro il ritratto dello spettatore - tipo era pericolosamente somigliante al mio, ad eccezione degli intercalari mutuati da alcune star del web (effettivamente alquanto stucchevoli), e – spero – della catalogazione sociale (non mi ci vedo proprio nei panni di un borghesuccio).
Per contro le indicazioni ricevute da affidabili (dal punto di vista cinematografico) compagne di pausa ristoratrice alla Camera Cafè aziendale erano piuttosto rassicuranti ed incoraggianti. Rompo quindi gli indugi, da buon adepto alla filosofia di San Tommaso d’Aquino, e dedico una serata in sala alla visione di Sideways.
Fortunatamente Totonno sbagliava precognizione: non è una cagata, e non è neppure infarcito di massime buoniste sul senso della vita. Le battute più che sulla sagacia puntano sulla presa rapida di improbabili riferimenti relativi al sesso, argomento al quale è dedicato ampio spazio nella struttura narrativa. Non si tratta di un capolavoro, questo è sicuro, in alcune parti perde in fluidità e probabilmente l’argomento enologia è un po’ troppo ricorrente e ridondante, ma il giudizio complessivo è certamente positivo, sia per l’intrattenimento diretto che elargisce durante la visione che per il contenuto che non si dissolve pochi minuti dopo i titoli di coda.
[Spoiler] La scena in cui il protagonista assapora furtivamente la sua preziosissima bottiglia di Cheval Blanc del 1961 in un fast food pasteggiando con cheeseburger ed onion rings è quella che a mio avviso condensa lo spirito di questa pellicola.

Potrebbe non essere interessante un gruppo che viene prodotto e mixato da Dave Fridmann (The Flaming Lips, Mogwai e Mercury Rev)? Questo quartetto newyorkese, che spesso ha operato come spalla dei The Strokes (come testimonia il manifesto del concerto qui sopra), pubblicherà tra poco (fine aprile) il secondo album There’s A Fire, che segue di due anni il loro esordio con The Strangest Things, in po’ acerbo a dire il vero. Questo secondo lavoro promette di essere ben più interessante, e se le promesse del singolo River (Depot Song) verranno mantenute significa che il periodo intercorso e i numerosi gig hanno consentito al gruppo di evolversi e di affinarsi. Nati come post-punk, sembra che la attuale collocazione possa essere decisamente più dream-pop. In attesa di giudizio (all’uscita dell’album).
Sito web Longwave
River (Depot Song) – mp3 160 kbps
Perché Monterey? Monterey è un luogo della California, due ore abbondanti di auto a sud di San Francisco. E’ adiacente a Carmel, ed è nella zone della famosa Seventeen Miles Drive, le diciassette miglia di strada più piacevoli del mondo, che si snodano sul promontorio di Peeble Beach, intorno a Cypress Point, non lontano da quella Big Sur di cui i Thrills hanno saputo dare una coerente riproduzione sonora. Non è un sognando California, ma piuttosto un ricordando California, che soprattutto nella parte settentrionale sembra essere uno degli stati più vivibili dell’Unione. Ventiquattro anni ed un cuore leggero, una compagna di viaggio destinata diventare una compagna per la vita. Un test probante superato in maniera più che soddisfacente, con il Rand McNally Road Atlas in una mano ed il catalogo Best Western nell’altra, attenti alla cartografia che non è solo quella geografica, ma che sembra essere anche metaforicamente quella del nostro percorso insieme. Ma, anche in questo caso, Monterey è soprattutto musica. Il Monterey Pop Festival si è tenuto il 16, 17 e 18 giugno 1967, due anni prima del ben più celebrato Woodstock. E rispetto a Woodstock non ha niente di meno: 200 mila spettatori che hanno passato un weekend all’insegna del Peace, Love, Flower-Power oltre che – ovviamente – alla splendida colonna sonora offerta da intrerpreti che spaziavano da Jimi Hendrix Experience ai Who, dai Grateful Dead a Janis Joplin, dai Canned Heat ai Buffalo Springfield, da The Steve Miller Band a Eric Burdon & The Animals, da Jefferson Airplane ai The Birds. Insomma, gran parte dei mostri sacri che costituiscono la base della mia formazione di rock addicted. Era l’alba della Summer Of Love ed il tutto è condensato in un CD bootleg un po’ gracchiante di un’etichetta improbabile, ma tant’è, sufficiente per fornire l’ispirazione per un nick…
Perché Tangerine? Il tangerine è uno dei miei colori preferiti, insieme ai blu in tutte le loro sfumature. Un arancione rossastro, vivo, significativo, un po’ ardente. Tangerine è anche un frutto, un mandarino originariamente proveniente dal Marocco, dalla zona di Tangeri che gli ha dato il nome. Questo sarà principalmente uno spazio web dedicato alla musica, e quindi Tangerine richiama anche al nome del gruppo Tangerine Dream, i pionieri del cosmic rock, dell’alternative estremizzato, quelli che si sono spinti oltre il rock progressive e psichedelico. Per un baby boomer che ha iniziato ad interessarsi concretamente alla musica solo durante l’adolescenza, i Tangerine Dream suonavano come qualcosa di estremamente esotico, la quintessenza della ricerca e dell’esplorazione nel campo della musica rock. Forse la loro fama supera(va) gli effettivi meriti, forse i ragazzi più grandi che me ne parlavano e che me li hanno raccomandati si erano fatti prendere la mano da quello che oggi verrebbe definito hype che aleggiava intorno al gruppo tedesco. Non importa, quello che conta è ciò che rimane a distanza di 25 anni, quello che ancora riesce ad evocare quel nome, quel termine. E lo scopo principale di questo mezzo sarà analogamente l’esplorazione: nuovi gruppi, nuovi dischi, nuovi film. Condividere i risultati di queste ricerche o semplici osservazioni casuali, scambiare le impressioni e le emozioni suscitate. Senza alcuna pretesa, senza presumere che quello che viene scritto e riportato abbia un fondamento di verità.
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Monterey in Scattered Notes #6
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