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"Life is hard
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venerdì, 29 aprile 2005
Yuppie Flu

Yuppie Flu - Toast Masters

Dieci giorni fa sono rimasto davvero stupito quando ho trovato nell’aggiornamento degli ultimi brani aggiunti alla playlist della radio Londinese XFM, un vero punto di riferimento, il nuovo singolo degli Yuppie Flu: Our Nature, estratto dal loro quarto album Toast Masters uscito all’inizio di aprile in Italia. Che fossero un gruppo indie italiano con credenziali di tutto rispetto lo si era capito da tempo, ed anche il precedente Days Before The Day del 2003 ne era stata l’ulteriore riprova. Se organizzazioni come XL e Rough Trade si sono mosse per loro non può essere un caso, ed è anche il motivo per cui, al di là delle effettive qualità, siano potuti arrivare alle orecchie degli ascoltatori di XFM e BBC.
E’ quindi con una certa impazienza che ho atteso di poter ascoltare Toast Masters, e se di solito ad elevate aspettative fanno riscontro delusioni più o meno accentuate, non è certo questo il caso. Credo che la formazione di Ancona (che deve il suo nome ad una sindrome di affaticamento cronico diffuso tra i colletti bianchi newyorkesi negli anni ottanta), cambiata in alcuni suoi componenti ma sempre guidata dal vocalist/chitarrista Matteo Agostinelli, con questo disco abbia compiuto il passo decisivo verso la definitiva consacrazione, anche internazionale.
Toast Masters è un album molto più diretto ed immediato rispetto ai precedenti, meno indie e più rock’n’roll, ma questo a mio avviso non è proprio un difetto. Tra l’altro avrà il vantaggio che potrà risultare molto più adatto alle esecuzioni live di Days Before The Day che aveva creato più di un problema di adattamento. Insieme alla (parziale) conversione poprock, arriva un atteggiamento più ottimista che si riflette sui testi e sui ritmi dei brani, la cui qualità media è estremamente elevata. Il singolo infatti, perfetto per la programmazione radiofonica e brand:new, non è neppure una delle migliori tracce. La mia preferita in assoluto è la seducente ballata che chiude il disco: Europe Is Different, il cui messaggio è totalmente condivisibile (è facilmente immaginabile quale sia il termine di comparazione). Tra le altre dieci tracce, oltre al già citato singolo, non si può evitare di citare l’ouverture con Glueling All The Fragments, e quindi Together e Better Than Ever.
Il “suonano come…” per questo disco si potrebbe tralasciare, perché si nota abbastanza chiaramente l’intenzione di evitare il citazionismo che affligge molti dei gruppi italiani di questo genere, ma certamente le origini alla Pavement non vengono rinnegate, e alcune sfumature alla Flaming Lips neppure. Insomma, come scrive sul loro sito il tastierista (nonché webdesigner del sito stesso) Dodo con una buona dose di ironia: “un disco che non vi farà pentire di averlo scaricato…”

Valutazione: 4.2 su 5.0


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mercoledì, 27 aprile 2005
Morcheeba

Morcheeba - The Antidote

A volte è necessario alternare gli ascolti ed abbandonare le certezze del rock a favore di altri generi musicali che meglio si adattano a determinate circostanze, diciamo più di ambiente. Il trip-hop è certamente uno di quelli che a mio avviso soddisfano in maniera più convincente queste esigenze, e nell’ambito della categoria penso che si possano identificare tre album che non possono mancare negli scaffali: Mezzanine dei Massive Attack, Dummy dei Portishead e Big Calm dei Morcheeba. Quest’ultimo è stata una delle più belle sorprese musicali che mi sia capitato di incrociare quando, colto da un inusuale raptus di acquisto al buio, l’ho prelevato nel ’98 all’allora Towers Record di Piccadilly. Da quell’anno non ha mai abbandonato il kit di pronto soccorso automobilistico, e bloccato nelle code più estenuanti lo rispolvero per cercare di infondermi la big calm necessaria. Non a caso è stato citato ed adottato in tantissime colonne sonore e spot commerciali. A dire il vero i Morcheeba mi sono anche costati una cocente disillusione, perché il successivo Fragments Of Freedom, acquistato sull’onda dell’entusiasmo, si è rivelato una delusione senza appello.
E’ con un briciolo di diffidenza che ho approcciato The Antidote, il nuovo album del trio di Bristol che uscirà la prossima settimana. Diffidenza cresciuta nell’apprendere che la formazione ha subito un notevole cambiamento: del gruppo non fa più parte la vocalist vellutata Skye Edwards che è stata sostituita dalla giovane e setosa Daisy Martey. Però i fratelli Ross e Paul Godfrey rivendicano la paternità della band, nonché la sua completa direzione creativa, e dopo un periodo di stand-by promettono di essere ritornati con rinnovato entusiasmo e verve compositiva paragonabile a quella che ha ispirato loro la realizzazione di Big Calm.
Ascoltando il disco, a partire dal singolo Wonder Never Cease, mi sento di poter confermare questa loro asserzione, ma appare evidente che la pur apprezzabile presenza di Daisy non possa sostituire il contributo fondamentale che la voce di Skye apportava per rendere Big Calm così speciale.

Wonder Never Cease video

Valutazione 3.9 su 5.0


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giovedì, 21 aprile 2005
The Features

The Features - Exhibit A

12 canzoni in 34 minuti. Un album da gustare tutto d’un fiato. Arrivano da Sparta, un paesino sperduto tra le montagne del Tennessee, non propriamente una località amena, ma i quattro componenti dei The Features, invece di abbandonarsi alla noia ed a qualche altra attività poco produttiva, hanno investito buona parte del tempo libero della loro adolescenza nello studio dei classici del rock. Crescendo il caso ha voluto che incrociassero i loro destini con i Kings Of Leon, altro gruppo dello stato che deve il suo nome ai Cherokee Tanasi, tanto da diventare loro spalle nelle esibizioni live. E volendo semplificare molto si potrebbe dire che i The Feautres suonano un po’ come i KOL con l’aggiunta di un organo evocativo. In realtà Exhibit A, loro disco di esordio pubblicato negli Stati Uniti nel settembre scorso ma disponibile in Europa solo a partire da questa settimana (peraltro con una cover diversa da quella che appare qui sopra – e non capisco perché), tende molto più al garage rock, e diverse tracce strizzano l’occhio alla programmazione radiofonica ed al successo come singoli commerciali. Il primo singolo è Blow It Out, mentre il secondo sarà Leave It All Behind, e gli altri brani che meritano una attenzione particolare sono la title track e The Idea Of Growing Old, mentre Me & The Skirts è un pezzo che rimanda direttamente ai The Coral. Pare che i The Features siano uno dei gruppi preferiti di Keanu Reeves, ed in questo caso mi sento di avallare il giudizio del gemello astrale.

Blow It Out video: Media Player | Real

Valutazione 4.0 su 5.0


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martedì, 19 aprile 2005
Of Montreal

Of Montreal - The Sunlandic Twins

Nonostante siano al sesto album, non avevo mai ascoltato gli Of Montreal che, contrariamente a quello che farebbe pensare il nome, non hanno alcuna attinenza con il Quebec. E’ infatti un insieme che ha origini ad Athens, in Georgia (già nota per aver dato i natali a Michael Stipe) e ultimamente gravita intorno a New York. Di Montreal era invece la ragazza che ha spezzato il cuore del frontman Kevin Barnes a metà degli anni ’90, tanto da dedicarle il nome della band che a quell’epoca ha fondato.
Sull’onda delle entusiastiche recensioni che molte delle webzine nordamericane hanno riservato a questo disco, ho rotto gli indugi e, pur con un po’ di istintiva diffidenza, mi sono dedicato all’ascolto di The Sunlandic Twins. Mi sono trovato di fronte ad un elettro indie pop di buona fattura che mi ha immediatamente fatto pensare ai Fiery Furnaces, e sebbene le tredici tracce scorrano via allegramente, ho facilmente individuato quali sono gli elementi che mi impediscono di promuovere senza remore questo gruppo ed il suo modo di suonare: i brani sono piuttosto omologati e ripetitivi e (strettamente a mio avviso) ammorbati da drum machine e tastiere un po’ troppo psichedeliche. Peccato, perché alcuni brani sarebbero anche apprezzabili, in particolare, in ordine di gradimento: The Party’s Crashing Us, Forecast Fascist Future, Oslo In The Summertime e I Was Never Young.

The Party's Crashing Us  audio clip Real

Valutazione 3.3 su 5.0


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domenica, 17 aprile 2005
The Sames

The Sames - You Are The Sames

Un altro quintetto vincente dalla North Carolina nel 2005 dopo quello dei Tar Heels nel college basketball: i The Sames da Durham, The Bull City. Venerdì prossimo esce il loro album di debutto You Are The Sames con la stessa indipendentissima etichetta che aveva pubblicato il loro EP eponimo del 2002. Semplicemente non vedo l’ora di averlo tra le mani dopo avere ascoltato le anteprime pubblicate sul loro sito, tra cui spicca in particolare In Liberty Lights che se fosse un singolo potrebbe valere un 4.5; indie con riflessi shoegazing, che consegna motivi melodici ed orecchiabili su cui si innestano energetiche chitarre riverberanti, che si intrecciano reattive. Il vocalist e frontman Zeno Gill, che proviene originariamente da Ithaca nello stato di New York, resa famosa dal film Road Trip, ha maturato esperienze significative a partire già dai ’90, e sembra essere riuscito a metterle decisamente a frutto con questa formazione. Il suo modo di cantare ricorda molto quello dei Mercury Rev, mentre in altri aspetti la band potrebbe richiamare i Death Cab For Cutie, ma come sempre questi paragoni sono piuttosto riduttivi e servono più che altro a far intendere di quale genere di suono si stia parlando. Spero ardentemente che riescano ad emergere e a guadagnarsi visibilità, perché sarebbe davvero un delitto far passare inosservato un gruppo di questo spessore.

In Liberty Lights mp3

Heart Pine mp3


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venerdì, 15 aprile 2005
Yourcodenameis:Milo

Yourcodenameis:Milo - 17

In genere non riesco ad essere particolarmente coinvolto da gruppi emo o affini, solo gli Sparta con Porcelain dell’anno scorso hanno infranto questa barriera. Non ho comunque preclusioni preconfezionate, e quindi anche se si presenta un quintetto di Newcastle con un nome un po’ astruso, Yourcodenameis:Milo, con una spiccata connotazione post-hardcore, lascio decidere ai sensi se meritano di essere aggiunti alla rotazione degli ascolti. 17 è il singolo che precede la pubblicazione di Ignoto, il loro primo lavoro full lenght dopo aver realizzato un paio di EP. E sebbene dubito che l’intero album avrà i requisiti necessari per valere la pena di essere acquistato, nulla vieta di gustarsi comunque questo brano che offre un muro di suono composto da chitarre graffianti e batteria detonante. Qualcuno li accosta agli At The Drive In, altri agli …And You Will Know Us By The Trail Of Dead, ma a mio avviso è più prudente per il momento limitarsi ad un confronto con i My Chemical Romance.

17 video: Media Player | Real

Valutazione (singolo) 3.9 su 5.0


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mercoledì, 13 aprile 2005
O.C. Mix 4

O.C. Mix 4

Non ho mai guardato una puntata del serial televisivo, l’unico Orange County che ho visto è quello cinematografico di Kasdan Jr. che annovera tra i protagonisti Jack Black e Kevin Kline, però seguo attentamente la pubblicazione delle compilation relative alla soundtrack delle puntate televisive, visto che sono piuttosto fornite di buone tracce tra cui emergono autori e gruppi che ancora non hanno raggiunto una certa notorietà.
Anche la quarta versione, pubblicata in questi giorni, non sfugge a questo cliché, e offre dodici brani eterogenei ma tutti piuttosto godibili rimanendo nei confini di pop, rock ed indie.

Decent Days and Nights dei The Futureheads; partenza lanciata con uno dei gruppi newrock che ha aperto la breccia per la British Invasion di cui si parlava nei commenti precedenti, con il loro primo singolo risalente al luglio 2004. Questa apparizione aiuterà i quattro di Sunderland ad affermarsi anche in Nordamerica dove sono attualmente in tour.

Goodnight and Go di Imogen Heap; dopo aver ottenuto visibilità interazionale nell’ambito del progetto/duo Frou Frou, Imogen torna ad essere solista con l’album di prossima pubblicazione Speak For Yourself, da cui questo brano è tratto. Voce inconfondibile ed impostazione Eurythmics.

Fortress dei Pinback; duo di San Diego che propone indiepop con sfumature elettroniche, ed il brano è apparso nel loro ultimo disco: Summer In Abaddon, che nel 2004 si è guadagnato un voto piuttosto alto di Pitchfork.

On the Table di A.C. Newman; Carl Newmann è il frontman dei The New Pornographers, un gruppo-crogiuolo indie di Vancouver, in questo episodio in versione solista (ormai tra side projects e collaborazioni incrociate riuscire a districarsi diventa un’impresa) con un pezzo tratto da The Slow Wonder (2004). “Do Re Mi, Innocent” il curioso intercalare.

To Be Alone With You di Sufjan Stevens; Uno dei pezzi più belli del suo album Seven Swans dell’anno scorso, che compariva in posizione molto elevata nel ranking di Rough Trade, e che aveva quindi solleticato la mia curiosità. Indiefolk dal Michigan, il trentenne di Detroit non nasconde la sua fervente fede religiosa in questo brano soffuso.

Play dei Flunk; dalla Norvegia un trio electropop bene assortito, sulle tracce dei Röyksopp ma meno dance. Questo pezzo non era presente nel loro album europeo del 2004 Morning Star, ma è comparso solo nella versione distribuita negli Stati Uniti.

Scarecrow di Beck; credo che il signor Hansen non abbia bisogno di presentazioni. Una delle mie preferite di Guero. Scarecrows only scarin’ themself!

The View dei Modest Mouse; Non è un mistero che Good News For People Who Love Bad News sia uno degli album che più ho gradito nel 2004, anche se non è questa traccia che ne ha determinato il risultato. Del resto Float On sarebbe forse stata troppo scontata…

Hardcore Days & Softcore Nights di Aqueduct; Aqueduct nasce come il progetto pop di un cantautore dell’Oklahoma, David Terry e si sviluppa sino all’attuale line-up di 4 componenti. I Sold Gold, da cui è estretto il brano, è il loro esordio uscito in gennaio. Disco che probabilmente merita una valutazione separata.

Cartwheels dei Reindeer Section; forse il pezzo più bello della compilation, e non ci si deve meravigliare, essendo I Raindeer Section un supergruppo lo-fi che ha aggregato elementi dei Snow Patrol, Mogwai, Arab Strap’s, Belle & Sebastian e si è avvalso della collaborazione di Lou Barlow. L’album Son Of The Devil Reindeer è del 2002.

Eve, the Apple of My Eye dei Bell X1; Irlandesi, conosciuti anche (o soprattutto) come la ex-band di Damien Rice, i quattro con base a Dublino (ma che hanno origini Kildare) propongono un classico indie rock. Attinto da Music In Mouth del 2002.

Champagne Supernova dei Matt Pond PA; Non sono un’amante delle cover, ma questa versione di CS non fa rimpiangere l’originale degli Oasis, e ciò non è poco. Molto più orchestrata di quella dei Gallagher, surclassa la Wonderwall di Ryan Adams. Il gruppo, capitanato da Matt Pond è di stanza a Philadelphia (Pennsylvania ovvero il PA che compare nel nome del gruppo).

Valutazione complessiva 4.0 su 5.0


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lunedì, 11 aprile 2005
When You Die, All You Want To Do Is Come Back

The Jacket

Claustrofobico. E’ certamente l’aggettivo più adatto. Non tutti potranno apprezzare questa pellicola, che comunque ha oggettivamente degli aspetti di rilievo. E’ necessario essere dotati di una certa benevolenza nei confronti dei paradossi temporali derivanti dai quantum leap (tra il 1992/93 ed il 2007 nella fattispecie) per accettare la struttura portante della narrazione, nonché di una provata capacità nel sostenere ambientazioni cariche di angoscia ed ansietà come possono essere quelle di un ospedale psichiatrico dove vengono utilizzate delle terapie non propriamente ortodosse. In ogni caso per la visione è consigliabile scegliere una sala dotata di poltrone comode e spaziose, per evitare che l’oppressione provata dal protagonista rinchiuso in un cassetto della morgue dell’istituto avvolto nella camicia di forza (altrimenti detta the jacket) possa diventare una sensazione vissuta in prima persona.
Gli aspetti che possono invece piacere sono innanzitutto la regia di John Maybury, un inglese che appartiene alla generazione punk ’77, che prima di questo incarico aveva ottenuto i risultati migliori nel mondo dei videoclip, realizzando ad esempio quelli dei The Smiths e di Morrissey, nonché il celebre Nothing Compares 2 U di Sinead O’Connor, ed inoltre l’interpretazione come protagonista di Adrien Brody, non a caso Oscar nel 2002.
Maybury riesce a sfruttare appieno l’espressività di Brody e la sua caratterizzante morfologia facciale con frequenti close up strettissimi di bocca, occhi e profilo parziale del viso. E riesce a mettere a frutto l’esperienza accumulata nei VM con un utilizzo differenziato della saturazione dei colori in funzione al fatto che le immagini si riferiscano al passato, al presento o al futuro ed altre soluzioni che nell’insieme esaltano l’impatto emotivo della sceneggiatura (ispirata da un racconto del 1915 di Jack London: The Star Rover pubblicato nel Regno Unito con il titolo The Jacket).
E che Maybury di musica se ne intenda è abbastanza chiaro, tant’è vero che ha demandato a Brian Eno la realizzazione dello score, che replica la sua apparizione nell’OST di un altro film inquietante: 28 Giorni Dopo. Ma il regista non si accontenta e, dopo una attenta ricerca, scova un gruppo alternative californiano, i Jane Doe’s, il cui vocalist Andy Tubman vive quotidianamente a contatto con quel mondo da descrivere, dato che esegue terapie musicali all’interno di istituti psichiatrici. A lui chiede di comporre un brano che sappia adeguatamente rappresentarne lo spleen, e per descrivere l’acustico risultato non si può che ricorrere all’aggettivo inglese haunted, che non trova appropriato corrispettivo in italiano.

Jane Doe’s - Quiet Inside mp3

Sui titoli di coda appare anche una non meglio identificata versione di We Have All The Time Of The World (che è anche la risposta all’ultima line del film), che azzardando potrei addebitare ai My Bloody Valentine, mentre un autoradio durante una scena cruciale diffonde Unbelievable degli EMF.
Per quanto riguarda Keira Knightley, l’incondizionata simpatia che provo per lei non mi impedisce di riconoscere che probabilmente non è del tutto adatta al ruolo che, specie nella prima parte, la vorrebbe turbata e dedita all’alcool. Aveva tutto sommato ragione Maybury a non volerla neanche ammettere al casting, ma l’ostinazione con cui Keira si è battuta per ottenere la parte ha avuto il sopravvento.


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venerdì, 08 aprile 2005
Hot Hot Heat

Hot Hot Heat - Elevator


Avevo già parlato degli Hot Hot Heat e della cittadina da cui provengono, Victoria sulla Vancouver Island, Canada occidentale, nella precedente incarnazione di questo spazio web. Si era appena reso disponibile un brano del nuovo album, e la speranza di poter ripercorrere le stesse soddisfacenti tracce di Make Up The Breakdown, il loro esordio del 2002, era abbastanza concreta.
Tra il primo ed il secondo album i quattro ventenni della British Columbia con origini punk-rock hanno effettuato il grande passo, approdando ad una major come la Warner. Ciò ha sicuramente giovato da un lato, concedendo al gruppo un notevole ampliamento dei mezzi a disposizione, consentendo quindi un incremento delle ore in studio per poter affinare l’affiatamento ed un integrazione di strumenti secondari ed effetti per meglio confezionare e rifinire i brani, ma d’altro canto sembra essere svanita quella immediatezza e freschezza che avevano contraddistinto l’esordio.
Leggo recensioni entusiastiche di Elevator e sinceramente mi domando dove sto sbagliando nella valutazione in quanto non riesco ad estrapolare quali siano gli spunti che determinano tale incontenibile trasporto. Certamente sono presenti tracce di rilievo come la già ascoltata Goodnight, Goodnight e The Island Of The Honest Man in particolare (dove è possibile distinguere sfumature ska) ed anche Middle Of Nowhere e Dirty Mouth, ma non riesco ad accendermi per You Owe Me An IOU come invece dimostrano di fare molti (IOU è l’acronimo di I Owe You – te lo devo / sono in debito con te – e quindi il titolo è un gioco di parole). E’ vero, rispetto al precedente lavoro hanno portato il minutaggio complessivo dell’album a livelli più adeguati, con 13 tracce (in realtà numerate dall’1 al 15 aggiungendo un interludio e scaramanticamente nascondendo la 13) tra le quali solo un paio possono essere declassate a riempitivi. Però, considerando anche la presenza e collaborazione dei connazionali The Unicorns (purtroppo già disciolti dopo un'abbagliante apparizione) con cui avevano condiviso molti palchi, rimango dell’idea che ci si potesse aspettare qualcosa di più.

Goodnight, Goodnight: audio mp3
Goodnight, Goodnight: video Media Player
The Island Of The Honest Man: audio mp3

Valutazione 3.8 su 5.0


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mercoledì, 06 aprile 2005
Tar Heels & Crooked Fingers

Sean May - North Carolina Tar Heels

Metà anni 80. La pallacanestro assorbiva la maggior parte del tempo libero, ed oltre a praticarla in maniera attiva, giocando in una squadra che partecipava ad un campionato minore, l’appuntamento fisso era rappresentato dalle partite interne della squadra di Milano, quella che negli anni 60 si era guadagnata gloria e l’appellativo di Scarpette Rosse, in quanto i suoi giocatori calzavano proprio quelle Chuck Taylor che più tardi diventeranno una delle icone indie. La passione era tale che il fatto che la partita fosse terminata non era sufficiente per farmi abbandonare il palazzetto, c’erano le interviste in sala stampa da ascoltare, grazie all’aiuto di un amico complice. E nell’attesa nei pressi degli spogliatoi capitava spesso di imbattersi nelle famiglie e negli accompagnatori dei giocatori, anche quelli avversari, ovviamente. Tra questi ricordo molto vivamente la bella e simpatica famiglia di Scott May, giocatore che grazie alla sua intelligenza cestistica ha sempre fatto le fortune delle squadre in cui ha giocato, ad iniziare dall’Università di Indiana che ha portato al titolo NCAA, passando poi alla sua carriera italiana che l’ha visto battersi per Torino e Livorno, tra le altre. Beh, mi ricordo di sua moglie Debbie e del suo secondogenito Sean, un vivacissimo marmocchio che girava con una palla a spicchi più grossa di lui, e che cercava già di indirizzare verso quell’anello posto all’irraggiungibile quota di 3 metri e 5 centimetri. Impossibile non sorridere e resistere alla tentazione di mettersi a giocare con lui.
A quasi vent’anni di distanza è stato decisamente emozionante ritrovare quel piccolo marmocchio catapultato al centro di uno degli eventi più importanti dello sport statunitense: la finale del torneo NCAA, soprannominato March Madness proprio per lo stato di eccitazione che genera nei tifosi della palla-a-spicchi. Il basket universitario è in teoria il basket più puro (He Got Game di Spike Lee ne regala un interessante spezzato), quello a cui guardano gli amanti della tattica e tecnica del gioco di squadra che invece viene snaturato dalle regole NBA, sebbene il torneo professionistico possa trarre giovamento dal talento dei suoi interpreti. Ebbene il piccolo Sean May è adesso diventato un colosso di 206 centimetri per 118 kilogrammi, e gioca come ala-pivot da junior (terzo anno) nell’ Università di North Carolina. Le sue statistiche sul cammino verso la finale erano brillanti, ma è noto che solo le partite della vita, quando la palla pesa il triplo e la tensione ti taglia il fiato, sono quelle in cui vedi se la stoffa è quella giusta, e la sua risposta lunedì sera è stata: 26 punti con 10 canestri su 11 tentativi dal campo e 10 rimbalzi, una prestazione di sostanza che ha condotto i Tar Heels alla vittoria, incarnando alla perfezione il motto di North Carolina Esse Quam Videri (essere piuttosto che sembrare). 26 punti in finale, esattamente gli stessi realizzati da suo padre nel 1976. Una storia da Sfide.

Crooked Fingers - Dignity And Shame

Quasi obbligato il collegamento musicale: un gruppo indiepop del North Carolina, i Crooked Fingers il cui ultimo album, Dignity And Shame, è uscito a fine febbraio. E’ vero, i Tar Heels hanno fatto di meglio vincendo il titolo, questo è un onesto disco che però non lascerà una traccia negli annali come invece accadrà per May e compagni. Atmosfere acustiche, filo conduttore della narrazione rappresentato da Spagna e tauromachia, come si desume anche dalla copertina dove è rappresentato il leggendario torero Manolete, perito nell’arena di Linares, in Andalusia (traccia 8) per le ferite riportate nello scontro con il miura Islero (traccia 1). Twilight Creeps e Call To Love sono gli highlights di questo disco.

Call To Love mp3

Valutazione 3.2 su 5


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lunedì, 04 aprile 2005
Spoon

Spoon - Gimme Fiction

Nel 2002 avevano pubblicato uno dei migliori dischi indie di quell’anno: Kill The Moonlight, dal quale molte compilation e colonne sonore avevano attinto a mani basse. L’aspettativa è quindi elevata per il nuovo album degli Spoon, un gruppo (tre componenti base capitanati da Britt Daniel ai quali si aggiungono altri battitori liberi) che ha le sue radici ad Austin in Texas, e che ha molto probabilmente tratto ispirazione dai Pavement.
Gimme Fiction è il titolo dell’LP che uscirà all’inizio di maggio, anche se è stato registrato tra luglio e settembre dell’anno scorso, e nell'insieme si può giudicare all’altezza delle attese, anche se è un altro di quei casi in cui il valore complessivo è superiore alla somma delle singole parti che lo compongono.
La caratteristica peculiare è la cadenza, un battito piuttosto costante che accompagna le undici tracce, e si distingue particolarmente in I Turn My Camera On, I Summon You e They Never Got You. I testi riescono ad avere un senso compiuto, e sebbene questa dovrebbe essere una prerogativa indispensabile di qualsiasi canzone, purtroppo non è un fatto del tutto scontato, specie tra i rookie.
Gli Spoon rappresenteranno un notevole valore aggiunto delle prossime date italiane degli Interpol, a Treviso, Nonantola (Modena) e Firenze in aprile, prima di partecipare al festival musicale più importante dell’anno: il Coachella di Indio, California.

I Turn My Camera On mp3

Valutazione 3.9 su 5


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venerdì, 01 aprile 2005
Stars

Stars - Set Yourself On Fire

L’unico ricordo che ho di Montreal richiama a tonnellate di neve ammucchiate ai lati delle strade, un freddo subdolo, molto più agghiacciante dei -12° che il termometro indicava, perché l’umidità che sale dai rami del San Lorenzo rende vano qualsiasi tentativo di ricorrere alla tecnologia per una efficace coibentazione, e l’effetto wind chill è sempre pronto ad abbattere le ultime difese termiche. E se una città riesce ad essere estremamente piacevole anche in quelle condizioni climatiche, significa che ha davvero molto da offrire. In quella città si respira cultura, e ciò non accade molto spesso in Nord America. Non stupisce quindi il fatto che abbia saputo offrire, anche ad un genere di nicchia come l’indie, interpreti di notevole spessore. Non abbiamo ancora finito di celebrare i The Arcade Fire, siamo ancora coinvolti dai The Dears, ed ecco che gli Stars escono dall’anonimato con un album di notevole spessore: Set Yoursef On Fire. A dire il vero il disco risale al 2004, ma in Europa è disponibile solamente a partire da metà marzo, mentre negli Stati Uniti è stato distribuito sin dall’inizio dell’anno. La schiera di Canadiens e Canucks si sta ingrossando, potendo anche contare sugli Hot Hot Heat (Victoria – Vancouver che meritano un post separato per il loro nuovo album) e sui Broken Social Scene (Toronto). E proprio i loro compagni di etichetta BSS sono tra i parenti più stretti, anche se dovendo accostarli a gruppi similari è difficile evitare di pensare ai The Delgados, forse anche in funzione del doppio vocalist uomo (Torquil Campbell) / donna (Amy Millan) e ad un abbondante ricorso a fiati ed archi.
L’album viene introdotto da un epigramma un po’ sinistro: “If there’s nothing left to burn, set yourself on fire”. Ed i quattro Stars sembra proprio che si siano accesi nel realizzare questo disco, che anagraficamente è il loro terzo, ma che da un certo punto di vista rappresenta invece un esordio. Ed il calore si propaga nell’ascolto, che viene gratificato da una buona produzione e da un grande mixaggio. Il singolo Ageless Beauty avrà numerosi passaggi sulle radio tematiche, ma da solo non basta a rappresentare adeguatamente il livello dell’album che richiede un ascolto integrale per essere compiutamente apprezzato e che mette in evidenza il notevole livello di bassista (Evan Cranley) e tastierista (Chris Seligman).

Ageless Beauty audio mp3
Ageless Beauty video Media Player

Valutazione: 4.0 su 5


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31 Inspirational Tracks

  • Fear Of Music - Ropes Out Of Sheets
  • The Dodos - Fools
  • My Morning Jacket - Evil Urges
  • Fleet Foxes - Ragged Wood
  • Electric President - It's An Ugly Life
  • dEUS - Popular Culture
  • The Brian Jonestown Massacre - Darkwave Driver / Big Drill Car
  • Tapes 'N Tapes - Hang Them All
  • Spiritualized - Soul On Fire
  • Elbow - Weather To Fly
  • Supergrass - Butterfly
  • We Are Scientists - After Hours
  • The Helio Sequence - The Captive Mind
  • The Envy Corps - Wires & Wool
  • Radar Bros. - When Cold Air Goes To Sleep
  • I Am Kloot - One Man Brawl
  • The Mountain Goats - In The Craters On The Moon
  • Yesan Damen - Whoa!
  • Grand Archives - Southern Glass House
  • Nada Surf - Weightless
  • Devastations - An Avalanche Of Stars
  • Tiny Dancers - Deep Waters
  • The Weakerthans - Civil Twilight
  • Yeasayers - Sunrise
  • Steel Train - Firecracker
  • Gomez - Moon And Sun
  • British Sea Power - No Lucifer
  • Band Of Horses - Cigarettes, Wedding Bands
  • Matt Pond PA - Last Light
  • Les Savy Fav - Pots&Pans
  • Polytechnic - Running Out Of Ideas

Tangerine Chart


Overall


Weekly

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