"Life is hard
and so am I."
- Mark Oliver Everett -
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Se tu mangi due polli ed io nessuno, statisticamente ne abbiamo mangiato uno a testa, ma io ho ancora fame. Infatti la Federazione Internazionale di Storia e Statistica del Calcio stabilisce che prendendo in considerazione il periodo 1 giugno 2004 - 31 maggio 2005 l'F.C. Internazionale Milano è la squadra più forte del mondo...
1. (4) Inter (Ita) 276 punti
2. (2) Milan (Ita) 270
3. (1) Manchester United (Ing) 259
4. (10) Bayern Monaco (Ger) 255
5. (25) Cska Mosca (Rus) 251,5
6. (5) Newcastle United (Ing) 251
6. (13) Psv Eindhoven (Ola) 251
8. (3) Boca Juniors (Arg) 244
9. (8) Arsenal (Ing) 240
10. (12) Juventus (Ita) 237
Ma io ho ancora fame. [Via Repubblica]

Una delle valutazioni più difficili da effettuare, è da una ventina di giorni che rimane nel limbo degli ascolti, e questo fatto è già indicativo di per sé. Quindi l’uscita ufficiale venerdì, l’acquisto pressoché obbligato (non si può certo interrompere la discografia completa proprio ora?), non tanto per quello che esprimono ora, ma come una sorta di debito di riconoscenza per quello che hanno rappresentato negli anni, trascinandoci di forza in un genere, il britpop, che forse avremmo potuto vivere in maniera più distaccata. Il 1994, le prime esperienze sulla rete (quando ancora di parlava di gopher, BBS e si viaggiava a 1200 bit – bit eh – non Kbit…), un amico australiano del New South Wales che ti schiude le porte di uno degli esordi più stupefacenti di quegli anni: Definitely Maybe. Ma ancora di più dirompente sarà quell’album che seguirà, quello dallo strano titolo che si rifà all’alzabandiera mattutino: (What’s The Story) Morning Glory?, letteralmente consumato e che ha scandito uno dei passaggi più emozionanti della vita come l’attesa del primo discendente e la sua venuta al mondo. In confronto a tanto valore aggiunto le idiozie e le farneticazioni dei fratelli Gallagher passano in secondo piano, in quanto ascoltare la voce di Liam e seguire i testi e la trama musicale di Noel rappresenta sempre una sorta di appagamento subliminale. Tra l’altro si è aggiunto nel tempo Andy Bell, un altro interprete che mi aveva regalato un disco apprezzatissimo nella sua incarnazione Hurricane #1 (Smoke Rings dall’ EP Step Into My World è un pezzo da cui non riesco a privarmi).
Quindi, nonostante tutti i segnali potessero essere piuttosto negativi a riguardo di Don’t Believe The Truth, ho approfittato del week-end scorso e di una serie di ascolti ciclici in auto insieme a colei che è la loro maggiore sostenitrice, per carpire le sue reazioni, probabilmente meno prevenute delle mie. Il risultato è piuttosto omogeneo invece, ed unanimemente è piuttosto semplice: il disco è piacevole, scorre anche via bene, ma alla fine realizzi che nessuno di questi 11 pezzi entrerebbe in un ipotetico “Best Of” dei mancuniani. Il suono registrato agli Olympic Studios di Londra è pulito ed ulteriormente raffinato dal mixaggio al The Village di Los Angeles, però da solo non può certo bastare a sopperire alla mancanza di ispirazione che sembra ormai ineluttabilmente accompagnare questo gruppo che probabilmente non riuscirà mai più a raggiungere le vette dei titoli menzionati poc’anzi. Manca la “fame”. E poco aiuta il ricorso ai riferimenti ai mostri sacri britannici dagli Who agli Stones, oltre ai soliti quattro di Liverpool, a cui abbastanza sorprendentemente si aggiunge un richiamo allo Springsteen di The River (in Mucky Fingers, con tanto di armonica). Se dovessi proprio indicare due pezzi per cui vale la pena di far finta che non siano passati diec’anni, dico Part Of The Queue e Keep The Dream Alive.
Però togliete quel cazzo di tamburello a Liam…
Valutazione 3.8 su 5.0

Certo, mi rendo conto che facendo riferimento ad un gruppo di Liverpool (in realtà sono di Hoylake, un paese dall’altra parte della baia), possa sembrare un perfida allusione all’accadimento sportivo che ha visto i cugini sfortunati protagonisti in Asia Minore. In realtà è una semplice coincidenza. I The Coral hanno sfornato il loro quarto album The Invisibile Invasion, che seguendo la classificazione universitaria americana (rookie per matricola, sophomore per secondo anno, junior per il terzo e senior per l’ultimo) può essere considerato, a tutti gli effetti, il loro disco senior.
Che i The Coral siano un gruppo che attingono a piene mani al repertorio del rock degli anni sessanta e settanta, è ormai un dato di fatto. Si sono sempre fatti apprezzare per la maestria con cui si sono dedicato a questo continue citazioni e rimandi, e penso che grazie al loro secondo album Magic & Medicine e a pezzi come Pass It On e Venom Cable, si siano guadagnati l’ammissione al ristretto novero dei gruppi da tenere in considerazione, anche se magari non in primissimo piano.
Ascoltando questo disco, specie in alcuni frangenti, mi si è materializzata un’iperbole che mi fa pensare che questo sarebbe il modo in cui suonerebbero i Doors ai giorni nostri. E’ chiaro che la voce di James Skelly, seppur caratterizzante e piuttosto gradevole, non possa minimamente essere paragonata a quella di Jim Morrison, per non parlare del divario di carisma. Ed anche azzardare un raffronto tra le tastiere di Nick Power e quelle – praticamente insuperabili – di Ray Manzarek sia un atto assimilabile alla blasfemia. Vorrà dire che sarò condannato al sesto girone dantesco dell’inferno musicale, insieme agli eretici.
Che il singolo In The Morning sia destinato a diventare presto il gingle di qualche prodotto alimentare per la colazione tipo Mulino Bianco è altrettanto fuori discussione. Ma quell’episodio molto pop rimane l’unico e si incastra in una struttura molto più omogeneamente indirizzata a quel filone di rock con sfumature western (un marchio di fabbrica del loro repertorio - anche se stavolta in una versione con risvolti più cupi) che lo rende un ideale compagno di viaggio di un tragitto tra le montagne rosse tra lo Utah e l’Arizona, dallo Zion alla Monument Valley, fermandosi a dormire nei motel dei mormoni che non sono dotati di chiave per la stanza. A quel punto, se proprio non vi fidate, non resta che riporre i propri effetti nel bagagliaio della vettura.
Questo album dei sette scousers saprà appagare coloro che già hanno apprezzato i The Coral in passato, forse potrà far breccia nelle orecchie di qualche nuovo adepto proveniente dall’area The Decemberists ed affini, ma difficilmente raccoglierà consensi più ampi.
In The Morning video : Win Media Player | Real
Valutazione 4.0 su 5.0

(Ai Turin Brakes piacciono i tramonti, questo è poco ma sicuro, visto che nel terzo album su tre ambientano la copertina con raggi solari ad elevata incidenza). All’orgia elettroacustica introdotta dai The Frames non poteva mancare JackInABox, il nuovo album del duo londinese, che sono tra i massimi esponenti del New Acoustic Movement. Avendo già espresso la mia assoluta incapacità di mantenere una benché minima parvenza di obiettività nei confronti di questo genere di rock, non meravigliatevi se potrò sembrare, per usare un eufemismo, piuttosto indulgente.
I Turin Brakes possono essere equiparati ad un investimento obbligazionario: il rendimento è certo, e si discosterà di ben poco rispetto a quelle che possono essere le previsioni. Questo terzo album torna ad essere prodotto “in casa”, a Brixton, dopo la parentesi della città degli angeli californiana per il secondo LP Ether Song. Come molti fanno notare questa scelta si traduce effettivamente in un ritorno ad un suono più spontaneo, vicino a quello che abbiamo apprezzato nell’esordio The Optimist LP (un disco che non esiterei ad inserire tra i migliori in senso assoluto degli anni duemila). Purtroppo, rispetto a The Optimist LP, a JackInABox manca un po’ lo spleen malinconico che caratterizzava Emergency 72 e Mind Over Money, giusto per fare un paio di nomi di tracce da venerare. La propensione di JackInABox è generalmente più improntata al positivo, alla speranza, ad un celato ottimismo. Non che questo impedisca di profondere emozioni nell’arco delle dodici tracce (e mezza considerando l’hidden post-rock), che arrivano dirette ai sensi. Non mancano le classiche ballate, da Forever al singolo Fishing For A Dream, ma neppure pezzi ritmici. Provate ad evitare di far ondeggiare la testa ascoltando Asleep With The Fireflies, o a tenere il tempo con il piede per Red Moon. Praticamente impossibile. Insomma, un disco che verrà usurato prima della fine dell’estate.
Valutazione 4.3 su 5.0
Raccolgo il testimone da il Boss in questa staffetta che sta imperversando negli ultimi giorni sui blog in the neighborhood. Nel suo genere è quanto di più produttivo possa capitare.
1. Volume totale dei file musicali:
50 Gb (circa 10.000 mp3) sull’hard disk del desk top da cui scrivo ora, di cui più o meno 30 duplicati sul lettore (sul quale la ricerca di autori o album con il solo ausilio della ghiera diventa piuttosto complicato). Comunque cerco di attenermi ad una regola non scritta che consente l’utilizzo di files downloadati in funzione di preascolto. Se i passaggi superano i 4 o 5, scatta l’acquisto del cd, qualora effettivamente disponibile, anche perché si sa che l’affidabilità degli hard disk è limitata ed in ogni caso l’ascolto su cd si rivela sempre più completo di quello di un mp3 anche se compresso a bit rate elevati. Dal punto di vista acustico invece l’accoppiata Audigy e diffusori 5+1 della Creative si difende bene nei confronti dei tradizionali impianti domestici. I vinili sono analogici, e quindi non assimilabili a files, però non me ne priverò mai. Ognuno di loro ha una storia, e il solo riprenderli in mano, scrutare le copertine e sfiorare il solco è come se guardassi nel mio passato.
2. L'ultimo cd che hai comprato:
In funzione di quanto sopra, Blinking Lights And Other Revelations degli Eels, seppure fosse già in circolazione da marzo nei file-sharing, ed Ear Bleeding Country, The Best Of Dinosaur Jr.; lo so che le collezioni andrebbero evitate, ma l’idea di avere su un disco solo il meglio della produzione di J Mascis e soci mi allettava davvero. E poi la copertina e la biografia condensata contenuta nel libretto costituivano un ulteriore incentivo.

3. Canzone che stai ascoltando ora:
Venus In Cancer degli Amusement Parks On Fire, un gruppo che si definisce art-punk di Nottingham che ha pubblicato un bellissimo esordio a metà del 2004, ma nella valanga di offerta musicale di primissima qualità che è arrivata l’anno scorso è rimasto in secondo piano.
4. Cinque canzoni che ultimamente ascolto spesso:
A dire il vero sarebbero già incluse nelle inspirational tracks qui a destra, ma, a parte quelle:
Twin Cinema, la title track del nuovo album dei The New Pornographers in uscita in agosto;
Chicago, una traccia che anticipa il prossimo album di Sufjan Stevens che si intitolerà Illinois;
Baby, I Love You dei Ramones, per colpa di Pimms;
Retreat!Retreat! dei 65 Days Of Static, dal loro esordio The Fall Of Math del 2004, post-rock di livello eccellente da Sheffield;
Teardrop, ma nella versione cover degli Elbow. E' vero, pezzi così straordinari come quello dei Massive Attack non andrebbero dissacrati con delle cover, ma sto aspettando con assoluta impazienza il nuovo album degli Elbow che mi sento sarà un masterpiece, e cerco di ingannare l'attesa...
5. Persone a cui passo il testimone:
(in via del tutto informale, assolutamente non impegnativa e semprechè non lo abbiano già ricevuto da altri staffettisti):
Sedicinove: il giornalista musicale che hai sempre sognato di leggere;
Ciddu: se c’è qualcosa di indie o di brit in circolazione, a lui non sfugge di certo;
Ruckert: i suoi gusti sono tra i più raffinati, e quando scrive di musica riesce ad essere poetico come pochi;
Pimms: l’header del suo blog citava gli …A Toys Orchestra, merita la menzione ad honorem; e poi con quelle scarpe...
S!los: nell’incarnazione della signorina Monotòno, che tra Belle & Sebastian, Camera Obscura e concerti di I Am Kloot al Covo, sarebbe certamente una staffettista da primato.

Avevo lasciato in sospeso il giudizio sui The Sames. Per poter ascoltare il loro debutto You Are The Sames ho dovuto percorrere la via più indipendente che si possa immaginare, ovvero acquistare il loro cd direttamente dalla piccola (ma non per questo meno apprezzabile) etichetta Pox World Empire, dato che non è a tutt’oggi reperibile altrimenti. Già che c’ero, e che l’offerta era davvero allettante, ho approfittato del bundle con il loro EP del 2002 il tutto per la modicissima spesa di USD 10,-, diventati 13,- con le spese di spedizione. Considerando che quando è arrivato, una decina di giorni fa, il pacchetto per via aerea recava in bella evidenza l’addebito al mittente da parte del servizio postale statunitense di 5,40 dollari, si evince che per un paio di dischi si sono accontentati di una somma davvero modesta. Forse le loro spese di spedizione non consideravano l’ipotesi di inviare missive in Europa, ad ogni modo vedo che hanno ritoccato l’offerta del bundle ad 11 dollari, e mi pare il minimo. Non contenti, mi scrivono pure “Thank You for buying stuff from Pox! You have no idea how much we love you!”, e la mia risposta non può che essere: “I love You too, guys!”. Che poi ricevere questo pacchetto mi ha fatto rispolverare il sottile piacere di aprire il pacchetto con bramosia per fiondare il policarbonato nel lettore ed ascoltare finalmente quelle note tanto agognate. Già perché tutti gli altri acquisti, ormai, sono ampiamente preceduti dagli ascolti derivanti dai vari file sharing (da e-mule a soulseek, fino a torrent) e quindi perdono molto di quel fascino un po’ sensuale che ha l’atto di violare il cellophane di un disco a lungo atteso. Beh, sarà il caso di chiudere questa spropositata parentesi di e-shopping per tornare a parlare dell’oggetto dei desideri.
I primi due pezzi, già resi disponibili dal sito del gruppo della NC, avevano alimentato l’idea che si potesse trattare di un album straordinario, se il livello di quelle due tracce si fosse mantenuto costante anche sulle restanti undici. Così non è, lo scrivo senza giri di parole, perchè oltre a In Liberty Lights (che rimane l’apice dell’LP) e ad Heart Pine già ascoltate, sono tre i brani che si avvicinano a quello standard: Bomb Scare, Honorary Wilmingtonian (che sta avendo parecchi passaggi sulle college radio della east coast) e Snake. Lo stile è quello descritto nel post precedente, si tratta di un indie rock melodico “puro e crudo”, lineare, per niente artefatto, che tiene in grande evidenza le chitarre. Difficile che non possa piacere, no?
Anche l’EP, arrivato come wingman, consegna sei tracce del tutto godibili tra cui spicca Live My Life For Me, e che aiutano a comprendere il percorso musicale di questo gruppo che, magari con l’ausilio di una distribuzione più ampia, non tarderà ad uscire dall’anonimato.
Valutazione 4,1 su 5,0

Via Ruckert. Un disco clamoroso, che arriva diretto ad essere un condender del titolo di disco dell’anno, per quanto riguarda i generi che orbitano intorno al rock. Esagero? Non credo. Burn The Maps, è il quinto album degli irlandesi The Frames, che scopro solamente ora e riguardo i quali inizierà l’inevitabile corsa a ritroso per scoprire i loro lavori precedenti. Peccato che l’esordio del 1991 non è più in catalogo e nemmeno riportato nella sezione music del sito della band.
Ascoltarlo è stato come essere colpito da una saetta. Mi sforzo di evitare qualsiasi riferimento ad altri gruppi, in ossequio alla normativa Dodo. Ma se vi piacciono le ballate elettro-acustiche andate sul sicuro.
Dream Awake mp3
Valutazione 4.5 su 5.0

Un fresco pop-rock primaverile. Ce lo offrono i The Sun, un quintetto di Columbus, Ohio, che hanno fatto esperienza sui palchi introducendo Flaming Lips, Ambulance LTD, Hot Hot Heat, The Von Bondies e che – immediatamente messi sotto contratto dalla Warner – ci propongono l’album di esordio (dopo l’EP Did Your Mother Tell You? del 2004) realizzato sotto la guida illuminante di Ben Hillier (Doves, Elbow e Blur) che gli ha conferito sfumature Brit in alcuni passaggi.
Se avessi ascoltato Blame It On The Youth al buio, senza sapere di cosa si trattasse, avrei potuto pensare che mi stava arrivando alle orecchie il nuovo album dei The Dandy Warhols (in uscita nelle prossime settimane) e, sebbene non abbia trovato alcun riscontro ufficiale, sono sicuro che i The Sun abbiano tratto molta ispirazione da Courtney Taylor e soci.
Mi stupirei se questo disco non diventasse un successo commerciale, perché gli ingredienti ci sono tutti, non ultimi testi a volte taglienti come in Say Goodbye (“Your little girl is going to hell, your little boy is going to hell, and I’m going streight to hell, but I’m going down screaming Fuck You!”). E non ci si annoia certo scorrendo le tredici tracce, perché l’escursione va dal garage-rock di Taking The Lords Name In Vein alla psichedelia accennata di Romantic Death, quindi un escursione nel folk acustico con Lose Your Money, per arrivare ad un classico poprock di Must Be You. Ma ogni pezzo brilla di luce propria e meriterebbe un commento dedicato. Poliedrici.
Una copertina che cita quelle dei gloriosi Wishbone Ash, altro piccolo dettaglio sintomatico per aggiungere questo gruppo alla lista di quelli sotto stretta osservazione.
Audio Mp3 | Must Be You | Lost At Home | Justice
Valutazione 4.1 su 5.0
Perdonatemi questa divagazione. Nasce da uno scambio e-pistolare con una amica di blog, che casualmente è scivolato su un determinato argomento, ed abbiamo convenuto – un po’ per gioco – che avrebbe dovuto essere pubblicato. Ha a che vedere con la musica, in un certo senso, e tra l’altro mi ha generato il quesito di quale sia la playlist che meglio si adatta a determinate circostanze. Caso vuole che proprio ieri un’altra amica di blog abbia fatto riferimento a questo stesso genere di scaletta. I suggerimenti saranno molto graditi, e sarebbe ancor più gradito restare nel genere musicale che più o meno tutti noi prediligiamo.
…
E' un problema di educazione sessuale. Purtroppo nell'immaginario collettivo maschile viene demandato un ruolo troppo rilevante al pene e, peggio, ad un'azione da martello pneumatico. Il pene è importante, sia chiaro, ed oltretutto non è affatto vero che la sua dimensione non conti. Conta eccome, senza la necessità di arrivare all'elefantismo, che è uno spreco o addirittura uno svantaggio.
Però viene solo al terzo stadio. Una grande scopata, IMHO, nasce prima di tutto a livello mentale: ci vuole una predisposizione adatta, l'ambiente giusto ma soprattutto uno stimolo cerebrale, il desiderio coltivato dal dialogo, dagli sguardi, dalle carezze. E quindi si passa allo stadio successivo, che prevede un adeguata dedizione alla preparazione con preliminari a cui ci si deve dedicare anima e corpo. Servono a poco quelli espletati a guisa di formalità, senza passione e ricerca. Vivendolo dalla mia parte della barricata, il corpo della partner diventa uno strumento da suonare. Risponde, devi seguire le sollecitazioni, assecondarne gli umori e non rinunciare alla sperimentazione. E soprattutto mai interrompere di propria iniziativa, dev'essere la partner ad implorare di essere penetrata. Solo allora si può essere certi di aver creato i giusti presupposti per una grande scopata.
Che, sempre IMHO, non dovrà avere ritmi da pellicole germano-scandinave a luci rosse, ma piuttosto essere improntato all'armonia, alla delicatezza, continuando a "suonare" lo strumento in maniera melodica, non arrabbiata. Mi rendo conto che qui gli stili si possono differenziare di molto, e non tutte le occasioni richiedono lo stesso spartito che altrimenti, alla lunga, potrebbe diventare un po' troppo monocorde, nonostante le svariate posizioni consentano di creare un ampio repertorio che spazia dal country al trip-hop. In ogni caso la trivella-perforante la eviterei categoricamente.
Attenersi a questa scaletta, tra l'altro, assicura che l'incontro amoroso venga spalmato su di un arco di tempo consono alle migliori tradizioni dell'ars amatoria. Del resto un concerto che si esaurisce in poche decine di minuti, seppur bellissimo ed intenso, lascia sempre un po' di amarognola insoddisfazione.
…

Arrivano contemporaneamente tre album che, per motivi diversi, ho aspettato con grande curiosità ed una certa dose di speranzosa aspettativa: The Tears, Oasis e Turin Brakes. L’imbarazzo nella scelta è una piacevole inquietudine, è difficile concentrarsi su uno per crearsi un giudizio consistente, che non risenta dell’istintività del primo ascolto. Oltretutto ci sarebbero anche i lavori di gruppi/entità come Architecture In Helsinki e The Russian Futurists che meriterebbero qualche riga. Ma la scelta cade su Here Come The Tears dei The Tears, disco con cui mi sembra di aver raggiunto un soddisfacente livello di confidenza.
Scrivi The Tears e devi stare attento a non digitare Suede, perché di fatto è di una reincarnazione degli Suede che si parla. E non degli Suede ultima maniera, quella un po’ insipida e con la voce di Brett Anderson sottotono, ma degli Suede degli esordi, quelli in cui Bernard Butler costituiva con Anderson una delle coppie più talentuose del panorama musicale britannico, prima di dividersi in concomitanza con la pubblicazione del secondo album Dog Man Star nel ’94. Gli Suede guidati da Anderson hanno proseguito la loro attività sino al 2003, regalandoci episodi di assoluto rilievo, pezzi come Everything Will Flow che possono essere tranquillamente inclusi nelle già citate 31 canzoni Hornbiane.
Ma quella parentesi che sembrava esaurita con lo scioglimento del 2003 torna oggi a riaprirsi sotto un altro nome (ispirato da un poema lacrimoso di Philip Larkin: Femmes Damnées che termina con "the only sound heard is the sound of tears") ma con la stessa consistenza dei primi due album, quelli considerati più belli dai puristi degli Suede. La voce di Anderson, sollecitato dal confronto artistico con il ritrovato compagno, torna ad essere quella più decisa degli anni ’90, e le tracce ritrovano la chitarra affilata di Butler, aggiungendo una terza dimensione alle caratteristiche ballate scamosciate. Accantonato il sospetto di un operazione commerciale di dubbio gusto, ci si può abbandonare alla consistenza del disco dei londinesi, che si snoda lungo un percorso composto da tredici tracce, introdotte dal primo singolo Refugees (link al video), adeguatamente rappresentativo del rinnovato corso, al quale si aggiungono Autograph, Imperfection e Beautiful Pain – ma non solo – nel fornire la testimonianza che dieci anni dopo il percorso è ripreso esattamente dove era stato interrotto. In Fallen Idol è possibile distinguere una estemporanea citazione di Morricone eseguita da Anderson. Lovers sarà invece il secondo singolo.
Valutazione 4.2 su 5.0

Come sarebbe stato Magnolia senza il contributo di Aimee Mann? Perché le sue otto canzoni non sono state la classica colonna sonora che ben si adattava alla trama e alle immagini della pellicola, ma hanno contribuito a farlo nascere con quella malinconica bellezza che contraddistingue anche l’aspetto fisico della bionda cantautrice di Boston, se è vero che il regista e sceneggiatore PT Anderson le ascoltava in loop durante la stesura della sceneggiatura, tanto da far diventare una strofa di Deathly una battuta di un personaggio.
A quanti si domandavano se Aimee Mann sarebbe stata capace di ripetersi ai livelli di pezzi come One e Save Me, ed iniziavano a dubitarne dopo aver ascoltato l’ultimo Lost In Space, il nuovo album The Forgotten Arm fornisce una risposta decisamente affermativa.
Il suo quinto LP è in realtà una novella, un racconto suddiviso in 12 capitoli che viene narrato traccia dopo traccia. Racconta di John e Caroline, due personaggi ugualmente afflitti, che si incontrano e si innamorano nel sud-est degli Stati Uniti, all’inizio degli anni settanta, e decidono di intraprendere un viaggio coast to coast con una vecchia Cadillac. John è un veterano del Vietnam, pugile fallito, tossicodipendente. Caroline cerca semplicemente di sfuggire alla carenza di prospettive della provincia del sud. Ascoltando la loro storia sembra di leggere un libro con le pagine ingiallite, dimenticato in qualche angolo buio di una casa che qualcuno ha abitato prima di noi. Il tutto con le sonorità tipicamente alternative country che contraddistinguono lo stile di Aimee Mann, in questo caso in una versione più semplice e diretta, pronta ad essere riprodotta dal vivo senza il minimo problema di adattamento.
“Il pugno del knock-out è sempre quello che non vedi neanche arrivare” è una perfetta metafora pugilistica adottata da Aimee Mann per descrivere a cosa si riferisce questo racconto, certamente molto influenzato dalla sua recente passione per la boxe (anche praticata). Lei sorride raramente, ma quando riesci a scorgere un suo sorriso ti arriva un uppercut dritto sul mento.
Dear John, Goodbye Caroline e Little Bombs sono i capitoli più riusciti di questo prezioso audiobook.
Dear John mp3
Valutazione 4.0 su 5.0
16 tracce per una tranquilla domenica mattina, prima di una settimana campale. Radio Blog richiede Macromedia Flash Player 7.0 ed una connessione preferibilmente a banda larga.
Monterey in dEUS
Monterey in Scattered Notes #6
Monterey in Fleet Foxes
Medicineman in dEUS
utente anonimo in Fleet Foxes
j4son in Scattered Notes #6
utente anonimo in Fleet Foxes
Monterey in Elbow
Monterey in dEUS
utente anonimo in dEUS
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