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"Life is hard
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giovedì, 29 settembre 2005
Paul Weller

Paul Weller - As Is Now

Fare un accenno al profilo di Paul Weller e della sua carriera è impossibile, oltreché probabilmente inutile. Basta richiamarsi alla definizione, ormai universalmente riconosciuta di Modfather che –guardacaso – è anche il titolo della miglior biografia che lo riguarda. Difficile invece trattenersi dal dilungarsi a riguardo di come questo simpatico quarantasettenne (!) abbia inciso sulla mia formazione musicale. Se ero riuscito a mantenere un minimo di contegno nel periodo che lo ha visto affermarsi con i The Jam, è con i The Style Council che mi sono definitivamente perso. Diversi supporti originali di Cafè Bleu e Our Favorite Shop sono stati sacrificati attraverso la totale usura degli stessi, nelle più svariate forme, dai vinili alle musicassette, per poi passare a diverse edizioni di cd, e per fortuna che adesso sono disponibili in best-buy. Giocatomi così gli anni ’80 (e approfitto per esprimere totale riconoscenza per quello che – anche – grazie a lui NON sono diventato), anche negli anni ’90 non ha voluto farmi mancare la sua preziosa guida spirituale, che ho assimilato attingendo dai suoi album da solista che hanno raggiunto le vette di ispirazione in Wild Wood e Stanley Road. Proprio da Stanley Road estrapolerei una delle tracce che lo possa rappresentare appieno, quella You Do Something To Me alla quale spetterebbe di diritto l’ouverture della playlist da camera (hem, si, quella playlist sensuale di cui si parlava tempo fa, così difficile da selezionare).
Comunque, per farla breve, adesso il buon John William (vero nome - ma John Weller non andava altrettanto bene di Paul Weller?) ci serve su un piatto d’argento, dopo averci tenuti in caldo con il disco di cover Studio 150 dell’anno scorso, un nuovo [aggettivo adulativo a piacere] disco: As Is Now, ovvero il rock’n’soul che lo contraddistingue espresso ai suoi livelli migliori: Non facciamoci ingannare dall’improbabile doppiopetto gessato della copertina, Paul non si è imborghesito, rimane quello che è stato il punto di riferimento di tanti dei gruppi per cui sbaviamo (o – per lo meno – abbiamo sbavato). Ed in quello che sembra essere una sorta di effetto volano, Weller confessa di aver ritrovato ispirazione ed entusiasmo creativo nell’ascoltare la nuova ondata di band anglosassoni, nominando espressamente Kaiser Chiefs, The Dogs, Subways e Kings Of Leon (Aha, ancora!). A parte le due tracce già circolate con largo anticipo, la sincopata From The Floorboars Up ed il singolo Come On/Let’s Go, rimango conquistato da Blink And You’ll Miss It, sono pronto ad innamorarmi di nuovo sulle note di Savages nonché della seguente Fly Little Bird; sono due brani distinti, ma credo che non debbano essere scissi. E prima di chiudere c’è ancora tempo per una Bring Back The Funk part 1&2 che prende decisamente il controllo del capo che inizia ad ondeggiare a ritmo, mentre riff maliziosi annullano le residue speranze di mantenere un minimo di oggettività nei confronti di un disco che mi farà parecchio compagnia quest'autunno.


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martedì, 27 settembre 2005
My Morning Jacket

My Morning Jacket - Z

Se lo avessi incrociato sugli scaffali di un negozio di dischi, questo lo avrei comprato solo per la copertina. Beh, certo, avendo apprezzato i My Morning Jacket anche nel loro precedente album It Still Moves, non avrei poi corso un rischio così grosso. Ed infatti Z non delude, nonostante la band di Louisville, l’unica area veramente urbana del Kentucky – il Bluegrass state che ha dato i natali a Lincoln e che come motto ha quello che potrebbe essere il titolo di una canzone o di un LP:”United We Stand, Divided We Fall” – in realtà risulti rinnovata per due quinti rispetto alla lineup precedente. Due componenti infatti hanno deciso che la vita on-the-road dei tour non è quella che fa per loro, e quindi Jim James, leader vocalist-chitarrista nonché autore dei testi, insieme a bassista e batterista si è trovato nelle condizioni di scegliere se proseguire come trio, cercare nuovi componenti o seguire l’esempio dei due amici e chiudere bottega. Fortunatamente, viene da dire, l’opzione adottata è stata la prima, ed ecco che si concretizza questo disco che, inevitabilmente, suona leggermente diverso da quelli che lo hanno preceduto.
Il nuovo tastierista Bo Koster ci dà dentro, come si può notare sin dal brano di apertura, quel Wordless Chorus, una ballata dalle armonie riverberanti [qui in streaming] che ha tutti i crismi per diventare una delle inspirational tracks, dove una certa influenza di Conor Oberst o Bright Eyes che dir si voglia (l’anno scorso insieme a James in una serie di concerti solo) si distingue piuttosto chiaramente. Ma il marchio di fabbrica dei My Morning Jacket è quello che viene definito lo space-rock del sud, anche se poi – geograficamente – il Kentucky non è neanche tanto sudista, ed emerge più distintamente in alcune tracce più movimentate, come “What A Wonderful Man”, dove alla tradizione del southern rock stile Marshall Tucker Band, Allmann Brothers e Lynyrd Skynyrd si affianca una connotazione più folk del genere Neil Young. Ed in questi frangenti è difficile evitare di fare dei confonti con i Kings Of Leon, ed in questa prospettiva Z non riesce certamente a raggiungere i picchi di Aha Shake Heartbrake (IMHO uno dei più sottovalutati album del 2004).

Lacrimuccia commemorativa per quello spazio in cui avevo scritto di Kings e di southern rock, del mio méntore musicale e di altre – troppe – vicende personali. Mi sono imbattuto ieri per caso in uno di quei passaggi: “le distanze non si possono annullare, si possono solo percorrere”, e mi sono fatto tenerezza da solo per quella ingenua filosofia naive, che adesso non saprei veramente dove attingere, mancando totalmente lo spleen che l’aveva generata.


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sabato, 24 settembre 2005
We Are Scientists

We Are Scientists - With Love And Squalor

Oh no! Un altro nuovo gruppo post-something ed art-qualcosa! Ma se è vero che, come ci rimproverano, noi indie-kids (hem, va bene io al massimo mi posso definire indie-dad) siamo alla perenne ricerca della next big thing - come fosse una sorta di sacro graal -, perché non lasciare un po’ di spazio a questo trio newyorkese di fianco a Editors (con loro recentemente in tour), The Departure, Art-Brut e The Rakes? E se anche i We Are Scientists non si possono davvero definire big, al limite quite-large, di sicuro meritano rispetto per il loro approccio piuttosto scanzonato ed irriverente, ed il loro singolo Nobody Moves, Nobody Get Hurt che da qualche tempo circola su XFM è una di quelle canzoncine adesive un po’ funky, che si attaccano e non ti mollano per parecchio, complice anche il passaggio “My body is your body? If you wanna use my body go for it” che si presta a diventare un motto (non prima di aver prestato molta attenzione a chi si trova la nostro fianco).
Il resto dell’album di esordio With Love And Squalor, che verrà pubblicato il 17 ottobre, si mantiene su un livello più che discreto che evidenzia uno stile piuttosto peculiare in cui i tre strumenti (chitarra-basso-batteria) seguono linee distinte, prive di sovrapposizioni. Certamente il secondo singolo The Great Escape, è un altro brano da tenere in evidenza.

Nobody Move, Nobody Get Hurt | streaming | video |
The Great Escape | video |
Inaction | mp3 |


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giovedì, 22 settembre 2005
Her Space Holiday

Her Space Holyday - The Past Presents The Future

San Francisco è la città degli Stati Uniti che, tra quelle che ho visitato, preferisco di gran lunga; forse è l’unica in cui mi sentirei di poter vivere, insieme a Seattle. San Francisco è stata la città in cui ho commesso una delle più grosse stoltezze della mia vita; se non altro le conseguenze sono state limitate, e comunque il contesto era molto coreografico: in mezzo a Market Street. San Francisco è il ricordo di un uomo anziano di colore – la sua immagine nella memoria si confonde con quella di Morgan Freeman – che ci ha offerto la colazione perché gli avevamo sorriso, e ciò è stato un grosso sollievo dopo gli sguardi ostili e carichi di rancore dei coloured della Grande Mela, che ci rimproveravano di trovarci – malgrado fossimo a Manhattan – nel posto sbagliato il giorno sbagliato nell’ora sbagliata. San Francisco è il pensiero del Big One che non ci ha mai del tutto abbandonato durante la nostra permanenza. San Francisco è una città fantasma vista da Sausalito in un mattino di agosto di luce diffusa dalla bruma della baia. San Francisco – purtroppo – è anche immagini di volti devastati dall’AIDS, quando ancora i trattamenti farmacologici contro tale sindrome non avevano raggiunto l’efficacia attuale.
A quell’epoca probabilmente Marc Bianchi non aveva nemmeno iniziato a suonare e il progetto Her Space Holiday non aveva ancora fatto capolino tra i suoi pensieri, quindi in teoria di punti di contatto con quei mie ricordi, se non la mera dislocazione geografica, non dovrebbero essercene. Ed invece quando lo ascolto non posso fare a meno di collegare le due esperienze e trovo che il suo stile sappia rispecchiare fedelmente le sfumature di quella area urbana così peculiare. Non è da molto che lo seguo, in quanto è stato necessario lo splendido video di My Girlfriend’s Boyfriend per accorgermi di lui (pensavo fosse un classico clip Shynola e invece è di bubble&squeek).
Mi sono avvicinato al suo nuovo album The Past Presents The Future con una buona dose di ottimismo, ed è stato un vero piacere ritrovare le stesse atmosfere eteree ed un po’ futuriste. E’ un genere molto distante da quello che più mi esalta, ma se ho necessità di ascoltare una musica che mi sappia rilassare evitando l’effetto collaterale della induzione alla narcolessia, la selezione comprende certamente Her Space Holiday e la sua capacità di miscelare magistralmente elettronica, archi e fiati.
Del disco che esce il 27 settembre Marc Bianchi mette generosamente a disposizione ben tre brani (anche se solamente a 112 Kbps), tra cui il più significativo The Weight Of The World:

Forever And A Day
The Weight Of The World
A Match Made In Texas


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lunedì, 19 settembre 2005
Goldspot

Goldspot - Tally Of The Yes Men

Ascoltando WOXY sono incappato in The Guard, una bella ballata con le caratteristiche distintive dell’indie lo-fi, e quindi mi sono interessato a questo gruppo che sembrava essere promettente. La canzone è contenuta nell’album di esordio dei Goldspot, pubblicato a fine agosto. Quello che è emerso dall’ascolto e dalla biografia di questo gruppo è piuttosto peculiare, e un po’ si discosta dallo stereotipo delle nuove band nordamericane. Innanzitutto è notevole la middle-east connection che si snoda sull’asse del frontman Siddhartha Koshla, di origini indiane, e del batterista Remy Anotoun, che vanta radici egiziane, che si traduce in una influenza tutt’altro che tenue nelle atmosfere musicali dei Goldspot. Siddhartha, amichevolmente accorciato in Sid, racconta di aver ascoltato esclusivamente musica folk indiana e Bollywood sino a quando ha casualmente scoperto la funzione di sintonizzatore dell’impianto dei suoi genitori, ed a 14 anni gli si sono aperti gli orizzonti musicali occidentali che si concretizzavano con Green dei R.E.M.; successivamente ha anche avuto una importante esperienza in Inghilterra dove ha frequentato il college e dove ha potuto assorbire ulteriori influssi musicali che lo hanno indirizzato sulla retta via. Terminati gli studi e con il visto scaduto è rientrato a Los Angeles, dove ha fondato i Goldspot.
Tally Of The Yes Men è un’album che risulta essere bittersweet, nel quale trovano spazio sonorità piuttosto acustiche e melodiche, contraddistinte da testi molto espressivi, riflessivi e melanconici, e da arrangiamenti molto curati (alla realizzazione del disco è stato dedicato un anno intero). E’ piacevole imbattersi in strumenti poco utilizzati nel genere musicali di riferimento, come ad esempio lo xilofono nella traccia di apertura Rewind. Oltre a The Guard che è stata la prima traccia a catturare la mia attenzione (disponibile insieme ad altri tre brani del disco sul loro myspace), trovo che anche Time Bomb si elevi sopra la media. 4,0 su 5,0


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venerdì, 16 settembre 2005
Lake Trout

Lake Trout - Not Them, You

E’ uscito questa settimana Not Them, You, il quarto album dei Lake Trout, un gruppo di Baltimora, prodotto dall’onnipresente Dave Friedmann, già citato per gli Hopewell, con la supervisione di Tony Doogan (Mogwai e Delgados). La musica che viene proposta dai Lake Trout potrebbe essere descritta come alternative che vira verso il post-rock, e considerando l’apporto massiccio di chitarre piuttosto imponenti, non è affatto strano che possa piacermi. In un panorama di critiche generalmente positive, Stylus esce dal coro e tende a rimproverare ai 5 guidati da Woody Ranere un richiamo troppo evidente ai Radiohead di Kid A. Può essere, specie in alcuni passaggi come King, ma nell’arco di 16 brani contenuti in questo album i Lake Trout offrono comunque una significativa paletta di suoni, talvolta anche gradevolmente strumentali.
Strana la scelta di affidare il singolo a Street Fighting Man, una rivisitazione dell’omonimo pezzo degli Stones, perché a mio avviso sarebbe stato preferibile selezionare un brano interamente originale, ma è anche doveroso sottolineare che l’esecuzione è degna di nota. Tutto il disco è comunque integralmente ascoltabile in streaming sul sito della band, ma se dovessi indicare la traccia che mi ha colpito di più opterei per Now We Know o Shiny Wrapper ma anche Riddle (presente insieme a Pill nel loro myspace).
4,0 su 5,0


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martedì, 13 settembre 2005
Echo & The Bunnymen

Echo & The Bunnymen - Siberia


In occasione delle varie riunioni internazionali i compagni di conversazione preferiti sono quasi sempre i colleghi inglesi. Due sono gli argomenti a presa rapida: la Premiership e la musica. Ho sempre seguito il campionato inglese, anche prima che tornasse ai recenti fasti con MAN U, Arsenal e Chelsea, e proprio grazie a uno di questi colleghi, David (diventato poi amico e con il quale mi mantengo in contatto anche dopo che la sua strada lavorativa ha intrapreso un altro percorso), ho potuto vivere in prima persona la magia dell’Highbury e diventare un Gunner aggregato prima ancora che Nick Hornby facesse opera di persuasione grazie a Fever Pitch (tradotto per l’Italia in Febbre a 90). In seguito, analogamente, ho dovuto includere anche il Leeds United e Manchester City all’elenco delle squadre da seguire con simpatia, e per contro sono riuscito ad ottenere dei fiancheggiatori nerazzurri oltremanica. Essendo loro dei gentlemen, non mi hanno mai rinfacciato il fatto che tale propensione indotta si sia rivelata piuttosto avara di soddisfazioni. Di solito, comunque, esaurito l’argomento calcistico che prevede la rassegna dei relativi campionati, delle varie coppe nonché dell’attività delle nazionali (aspetto questo che è ben più rilevante per gli anglosassoni), si passa – finalmente – all’argomento musica. Non ci si può logicamente aspettare una perfetta conoscenza delle più recenti realtà musicali, ma non è difficile trovare un terreno comune su periodi più lontani, dai classici al britpop degli anni novanta. Un fatto che mi ha sempre molto sorpreso è che spessissimo gli Echo & The Bunnymen fossero da loro inclusi nel novero dei più grandi. Intendiamoci, anch’io ho sempre tenuto in grande considerazione questo gruppo che si è manifestato negli ’80 proprio quando il mio grado di attenzione verso la musica andava crescendo, però non ho mai guardato a loro come un gruppo di culto.
L’anno scorso – sebbene il film fosse del 2001 – ci ha pensato Donnie Darko a rispolverare The Killing Moon, e se non mi ricordo male il regista nonché sceneggiatore Richard Kelly* aveva scientemente selezionato il brano che fungeva da introduzione nelle prime scene in quanto gli Echo & The Bunnymen sono il suo gruppo preferito (che il fantomatico coniglio gigante abbia anche un riferimento al nome del gruppo?).
Tutte queste – inutili – parole per introdurre il nuovo disco Siberia, quando per descriverlo basta davvero poco: è splendido. Unanimi i commenti che considerano questo lavoro pari a quelli più riusciti dal gruppo di Liverpool negli anni d’oro, in particolare Heaven Up Here che, guarda caso, vanta lo stesso produttore. La voce ed i testi di Ian McCulloch sono distintivi e pari alla loro fama, ma la chitarra di Will Sergeant è ciò che contribuisce in maniera risolutiva a far arrivare questi suoni direttamente ai lobi temporali con conseguente sensibilizzazione epidermica. Essendo tutti i brani egualmente validi, indicare i pezzi più significativi appare riduttivo, ma se non vi fidate provate con le prime due, Stormy Weather (che sarà il singolo - scaricabile qui) e All Because Of You Days, oppure con la settima, Everything Kills You. 4,3 su 5,0

* Richard Kelly è anche lo sceneggiatore di una delle pellicole che attendo con maggior aspettativa tra le prossime uscite: Domino, diretto da Tony Scott ed interpretato da una sempre più esagerata Keira Knightley.


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sabato, 10 settembre 2005
Hopewell

Hopewell - Hopewell & The Birds Of Appetite


Gli Hopewell sono un gruppo newyorkese che si posiziona nel triangolo formato da Mercury Rev, The Flaming Lips e – un po’ più distanti – i Grandaddy. Non a caso Jason Russo, la guida del gruppo, ha fatto parte dei Mercury Rev nel tour che ha promosso uno dei loro album più belli (Deserter’s Songs – quello di Opus 40) alla fine degli anni ’90, ed il produttore del loro ultimo disco è quel Dave Fridmann ben noto a chi segue i Revs ed i Lips.
E’ vero che nessuno si è strappato sinora i capelli per gli Hopewell, ma i loro ultimo album (il terzo) Hopewell & The Birds Of Appetite non merita di passare inosservato. Uscito alla fine di giugno, contiene almeno tre brani che hanno i sacri crismi per essere ascoltati: quello che è a mio giudizio il migliore Praise Twice, quindi una traccia dal titolo che è un manifesto, ovvero Synthetic Symphony, infine un tambureggiante pezzo che mettono anche pubblicamente a disposizione

Calcutta mp3 160 Kbps

Intanto, oltre a brandelli sempre più promettenti di You Could Have It So Much Better dei FF, affiora un riuscitissimo Siberia degli Echo & The Bunnymen.


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venerdì, 09 settembre 2005
Help : A Day In The Life

Help - A Day In The Life


Tra poche ore (alle 15:00 in Italia) sul sito di War Child sarà disponibile il download di Help: A Day In The Life, un’operazione discografica a sostegno della fondazione che si occupa dell’infanzia vittima dei conflitti. L’iniziativa riprende il concetto di un progetto del 1995, quando venne pubblicato l’album Help a favore delle vittime della guerra nei Balcani. La partecipazione delle migliori band britanniche, che vede allineati nientemeno che Radiohead, Go! Team, The Magic Numbers, Manic Street Preachers, Kaiser Chiefs, Belle & Sebastian, Gorillaz, Keane, Antony And The Johnsons, Elbow, Damien Rice, The Zutons, The Coral, Maxïmo Park, Hard-Fi, Bloc Party e Razorlight, è stata concentrata in un solo giorno di registrazione, da ieri all’ora di pranzo ad oggi.
Mi sembra una buona occasione per unire l’utile al dilettevole ma, sebbene i brani potranno essere scaricati al costo di 99 pences l’uno, credo che preferirò aspettare di poter acquistare il supporto di acetato che verrà pubblicato il 26 settembre da Indipendente (la stessa etichetta dei The Tears, Travis, Embrace e dei BlackBud), perché dei miei dischi rigidi mi fido ma solo fino ad un certo punto…

Update: lancio spostato alle 18:00 (in effetti non deve essere propriamente facile completare un disco in un giorno...)

2nd Update: A sorpresa di sono aggiunti anche i Gwynethplay ed i 22 pezzi che compongono il disco possono essere acquistati in un’unica soluzione a 9 sterline e 99 pences.


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martedì, 06 settembre 2005
The Rosebuds

Lonox è uno dei migliori pusher musicali in circolazione, appena prima delle vacanze mi ha illuminato a riguardo dei Devics, la cui Just One Breath è uno dei brani più belli di quest’anno e nella mia personalissima graduatoria compete strenuamente con So Here We Are dei Bloc Party per il gradino più elevato. Recentemente ha accennato ai The Rosebuds e, come spesso accade, una piccola scintilla è bastata per accendere la passione per l’ennesimo gruppo da aggiungere alla schiera degli eletti.

The Rosebuds - Birds Make Good Neighbors


L’attenzione è cresciuta man mano che i dettagli venivano alla luce. L’etichetta Merge è una garanzia. Il gruppo è della North Carolina, ed è costituito essenzialmente da una coppia coniugata (analogamente a Yo La Tengo), alla quale si è aggiunto un batterista scafato nella realizzazione di quello che è il loro secondo full album: Birds Make Good Neighbors. La storia di Ivan Howard, essenzialmente la guida di questo gruppo, è singolare: cresce nella fattoria della sua famiglia che coltiva tabacco, ed i suoi svaghi principali sono tirare la palla a spicchi nel canestro del cortile e partecipare alle serali sessioni musicali familiari condotte dalla madre che ha un passato di cantautrice folk. A quanto pare riesce a mettere a buon frutto il tempo dedicato a queste attività perché prima riesce ad entrare nei Tar Heels, la squadra di basket dell’università North Carolina, vedendo però la sua carriera da cestista brutalmente interrotta al secondo anno da una doppia frattura ai polsi, e quindi ad allestire un gruppo di tutto rispetto con la compagna conosciuta al campus dell’università. Leggenda vuole che il gruppo si sia formato proprio durante la honeymoon, in seguito ad un estemporanea richiesta di un locale rimasto senza supporter per una serata live a causa della repentina defezione della band originariamente in programma. Come avrei potuto rimanere insensibile al richiamo di tale miscela di pallacanestro e musica?
Lonox mette a disposizione un brano dell’album, Boxcar, mentre altri due sono disponibili tramite altre fonti:

Leaves Do Fall mp3 128 Kbps

Blue Bird mp3 192 Kbps


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giovedì, 01 settembre 2005
Are You a mod or a rocker? I'm a rod!

La crisi dei quarant’anni si è finalmente dissolta. Anche perché al limite tra poco avrebbe dovuto essere quella dei quarantuno. Non ho ben capito a cosa vada ascritto il merito, se al riposo, al divertimento, alle buone letture, alle compagnie ben calibrate o ad un ritorno all’attività fisica più significativa. Forse è una miscela di questi componenti oppure – più probabilmente – aveva semplicemente esaurito il suo compito.

Yo La Tengo - Tom Courtenay


La canzone che ha contrassegnato quest’ultimo mese è Tom Courtenay dei Yo La Tengo, dall’album Electr-O-Pura del 1995, anche e soprattutto in funzione del relativo video. Non dico che è come se mi fossi messo a suonare “Twist And Shout” analogamente alla proiezione di Ira Kaplan, ma quasi…

Acquistati gli album più belli tra quelli citati qui sotto che sono stati nel frattempo pubblicati, resta la solita quintalata di nuove uscite che necessitano di essere rintracciate sulla rete, tra cui spiccano – oltre al secondo attesissimo album dei Franz Ferdinand – On The Outside degli Starsailor (qualcuno è già a conoscenza del fatto che di fronte a James Walsh e compagni perdo qualsiasi ritegno e capacità di giudizio obiettivo) ed l’EP dei Grandaddy dal titolo Excerpts From the Diary of Todd Zilla, la cui traccia più significativa dovrebbe essere questa:

Pull The Curtains mp3 128 kbps


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31 Inspirational Tracks

  • Fear Of Music - Ropes Out Of Sheets
  • The Dodos - Fools
  • My Morning Jacket - Evil Urges
  • Fleet Foxes - Ragged Wood
  • Electric President - It's An Ugly Life
  • dEUS - Popular Culture
  • The Brian Jonestown Massacre - Darkwave Driver / Big Drill Car
  • Tapes 'N Tapes - Hang Them All
  • Spiritualized - Soul On Fire
  • Elbow - Weather To Fly
  • Supergrass - Butterfly
  • We Are Scientists - After Hours
  • The Helio Sequence - The Captive Mind
  • The Envy Corps - Wires & Wool
  • Radar Bros. - When Cold Air Goes To Sleep
  • I Am Kloot - One Man Brawl
  • The Mountain Goats - In The Craters On The Moon
  • Yesan Damen - Whoa!
  • Grand Archives - Southern Glass House
  • Nada Surf - Weightless
  • Devastations - An Avalanche Of Stars
  • Tiny Dancers - Deep Waters
  • The Weakerthans - Civil Twilight
  • Yeasayers - Sunrise
  • Steel Train - Firecracker
  • Gomez - Moon And Sun
  • British Sea Power - No Lucifer
  • Band Of Horses - Cigarettes, Wedding Bands
  • Matt Pond PA - Last Light
  • Les Savy Fav - Pots&Pans
  • Polytechnic - Running Out Of Ideas

Tangerine Chart


Overall


Weekly

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