"Life is hard
and so am I."
- Mark Oliver Everett -
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Tra i prodotti discografici che più stanno riscontrando il mio gradimento in questo strano fine d’anno dove si stanno accavallando diversi lavori attesi per il 2006 (da Cat Power a Belle & Sebastian, dai Mogwai ai The Strokes, per finire con Richard Ashcroft – 7 le sue tracce sinora leaked –), c'è l’EP dei South offerto in edizione limitata per il mercato nordamericano dal titolo Speed Up / Slow Down. I South, trio londinese di polistrumentisti che può essere assimilato al Neo Acustic Movement (in particolare ai Turin Brakes), è unanimemente considerato il gruppo inglese più sottovalutato. Due album di notevole valore come From Here On In (2001) e With The Tides (2003) in cui è incluso il loro pezzo più conosciuto, Paint The Silence (video del live in versione acustica qui), non sono bastati a riservare loro una visibilità spesso garantita invece a gruppi che sicuramente offrono dei contenuti più scadenti ma che vengono proposti con un massiccio supporto di promozione.
Cinque sono i brani che compongono questo EP, che precede la pubblicazione del terzo album Adventures In The Underground, Journey To The Stars (data prevista 4 aprile), contenente anche il singolo che lo anticiperà in gennaio: A Place In Displacement. Tutti i pezzi sono davvero apprezzabili, e quindi l’aspettativa per l’album è molto elevata, anche se forse un po’ compromessa da questa edizione parziale.
L’EP è stato reso disponibile qui (pass dell’archivio: zades)
Alle 20:30 arrivano sul palco i The Rakes. Quest’estate mi hanno tenuto compagnia, specie nei viaggi automobilistici all’alba del lunedì cercando di evitare il traffico del rientro, quando una musica energetica si rendeva necessaria per tenersi ben svegli. Alan Donohoe, con il suo perfetto accento della upper class londinese, tiene a precisare che loro non sono i Franz Ferdinand, forse preoccupato da un’accoglienza molto calda da parte delle calca nei pressi del palco, sottovalutando forse l’effettiva diffusione che ha avuto in Italia il loro Capture/Release. La sua gestualità sincopata, molto accentuata e divertente, è un po’ stridente con l’aspetto da baronetto, ma è cosa nota che non ci si deve far ingannare dalle apparenze. Mezz’ora di buona musica, in cui spiccano il singolo Retreat e la loro canzone che più mi piace: Binary Love (la più “calma”, come ha precisato Alan). Un prologo assolutamente congruo alla maestosità di quello che stava per essere rappresentato sullo stage di un Madzapalace che si stava colmando molto di più di quello che era lecito aspettarsi considerando che altre due date italiane relativamente vicine come Bologna e Firenze avrebbero moderato la migrazione del popolo Ferdinandiano. Alle 21:37 compaiono i protagonisti ed attaccano una scaletta di 19 brani che costituiranno una perfetta rappresentazione del loro repertorio, offrendo un rendimento costantemente elevato per tutto l’arco della sessione, dando prova, se mai ce ne fosse stato bisogno, di essere una band vera, per nulla artefatta e probabilmente pronta ad entrare nell’olimpo dei più grandi. La setlist, da quello che mi posso ricordare pur avendo avuto modo di seguirla con l’ausilio di quella della loro recente data di Copenhagen (che però era alquanto diversa nell’ordine dei brani), è questa:
This Boy
Come On Home
Do You Want To
Auf Achse
Dart Of Pleasure*
Take Me Out
Tell Her Tonight
The Dark Of Matinée
The Fallen**
Walk Away***
Eleanor Put Your Boots On***
You’re The Reason I’m Leaving
I’m Your Villain****
40 Ft.
Michael
____________________
Jaqueline
Evil And A Heathen
Outsiders
This Fire
Puo’ essere che l’ordine sia diverso, specie nella parte centrale, ma I pezzi sono questi.
Note:
* Dedicata agli eletti che hanno ballato con loro venerdì al Plastic
** Guest keyboard e credit ai The Rakes
*** Due canzoni in cui Alex Kapranos ha utilizzato una chitarra acustica
**** Presentazione dei componenti della band e triplo salto dalla torre della batteria
Per definire i Franz Ferdinand trovo perfetta la descrizione di S.U., giornalista che compare spesso nella sezione musicale del magazine del Corriere, che recita: “Il suono dei FF ti appare familiare, ricco frullato di rock, punk, beat. Ma dare identità e modernità alla nostra memoria acustica merita applausi”. Alexander Kapranos ha una presenza scenica imponente ma per nulla supponente. Il pezzo della serata Outsiders, e non solo perchè è quello che preferisco dell’ultimo album.
Congedo e scambio di impressioni più che soddisfatte con webpals di lunga data (lelina e shirk) e di recentissima acquisizione (serena e bartxxxx), la chiusura dell’anno concertistico è stata perfetta.

Sono ancora calde le classifiche del 2005 che è già ora di prendere in considerazione uno dei dischi che certamente punterà ai vertici di quella del 2006, magari non dal punto di vista popolarità, ma certamente per quanto riguarda
Il gruppo di Glasgow (ma certi suoni riescono bene solamente da un certo parallelo in su?) consegna un disco più ruvido del precedente, il cui contenuto, confermato dalle dichiarazioni del leader Stuart Braithwaite, è costituito per il 25% da noise. E dire che, in quanto tale, a me non dovrebbe piacere, ma questo non è rumore fine a se stesso, e insieme al rimanente 75% di pura maestria post-rock consegna un album dallo spessore superlativo. A tal riguardo, The Campfire Headphase dei loro connazionali Boards Of Canada, che pure ha riscosso unanimi consensi in questo fine di 2005, tanto da essere menzionato da diversi elementi di spicco della musicrazia (tra i quali Beck) il migliore in assoluto, risulta inesorabilmente battuto nel confronto diretto.
Per quanto riguarda i brani, in assoluto emerge Glasgow Mega-Snake, nel quale sembra ronzare uno sciame di una dozzina di chitarre, che avvolgono e sembrano travolgere, ma che se opportunamente cavalcate aiuterebbero a superare anche l’imbarazzo di affrontare
Haunted By A Freak mp3 da Happy Song For Happy People
[non ci sono ancora brani liberamente distribuibili del nuovo album]

- Disclaimer -
Non ha alcuna aspirazione critica: è del tutto emotiva.
Che io non sia molto obiettivo nei confronti degli Starsailor lo sanno tutti quelli che mi conoscono, che non si aspetteranno altro che io celebri entusiasta le gesta di James Walsh e compagnia. E sarà pure scontato ma è proprio così anche questa volta. Tra l’altro ai Magazzini Generali mi trovo piuttosto a mio agio, l’acustica non viene troppo penalizzata e l’affluenza comunque contenuta (comprensibile all’inizio di una settimana in cui Milano offre oltre al gruppo di Wigan anche Soulwax, Prodigy e Franz Ferdinand) e composta perlopiù da veri aficionados, contribuisce alla perfetta riuscita di questa esibizione live. Quello che più apprezzo di James e gli altri, a cui in questa occasione si univa il chitarrista/seconda voce Richard Warren (AKA Echoboy), è la semplicità e la schiettezza con cui si propongono, un po’ come se fossero rimasti quei ragazzi timidi ed impacciati dei primi anni duemila, quando muovevano i loro primi passi. L’impressione è quella che il gruppo si sia dedicato con applicazione e lucidità a questo concerto, onorando coi fatti quelli che hanno deciso di rinnovare loro la fiducia.
Come spesso accade, i concerti sono anche occasione di incontri, e questa volta oltre alla graditissima e competentissima compagnia di Barto, si è aggiunta la conoscenza di Velvetsun, esuberante britpopper di lungo corso, nonché di Vince reduce da un week-end londinese dove ha avuto la fortuna di assistere ad un concerto di Richard Ashcroft che rappresenta un'anteprima del nuovo disco in uscita a gennaio.
A supporto degli Starsailor si sono presentati i Wire Daisies, il cui contributo abbiamo sfortunatamente mancato nella prima parte, potendo ascoltare solo alcuni pezzi che, se non proprio per la loro originalità, si sono almeno fatti apprezzare per la pulizia del suono. Da riascoltare con più calma questo gruppo della Cornovaglia che presenta una vocalist femminile – Treana Morris – piuttosto decisa.
La scaletta degli Starsailor è invece quella che compare qui sopra, che ha dato – giustamente – molto spazio al primo album Love Is Here, con canzoni che rimangono tra le più penetranti del loro repertorio, che in questa occasione ha trovato in una versione particolarmente coinvolgente di Fever (quello che, come ha ricordato James, è il loro primo pezzo in assoluto ad essere stato pubblicato) con vocalizzo acuto finale. Tra quelle del nuovo album ha spiccato This Time, quella che è stata introdotta come il prossimo singolo che verrà pubblicato. Good Souls è stata preceduta da una rapida escursione in The Rising di Bruce Springsteen (come ci ha prontamente edotto Vince), mentre il brano che ha concluso la serata, Silence Is Easy, ha ospitato al suo interno Running To Stand Still da The Joshua Tree degli U2 (riconosciuta da un altro amico di Barto – il lavoro d’equipe è premiante), tributo ad una band che sembra aver influenzato non poco l’ultimo album degli Starsailor, On The Outside, del quale purtroppo – e questo è l’unico rammarico – non ci è stata proposta Faith, Hope, Love che tra l’altro parrebbe essere molto adatta ad essere suonata live.
Ma forse James Walsh aveva letto la censurabile recensione di XL che li accusava di essersi convertiti ai cori da stadio…

Corsi e ricorsi. Era il 1992 quando Cameron Crowe ci regalava Singles e la sua stupenda colonna sonora che esaltava il grunge di Seattle, all’interno della quale spiccava la splendida Drown degli Smashing Pumpkins, allora ancora sconosciuti alla massa del pubblico. Definirla splendida è riduttivo, Drown è letteralmente in grado di provocare un’erezione. Crowe prima di essere diventato regista è stato un critico musicale, ma soprattutto è sempre stato un patito come noi, dotato di un ottimo gusto e motivato nella scoperta di nuovi gruppi e realtà musicali. Questa volta ci riprova, curiosamente con un altro gruppo nativo di Chicago proprio come Corgan e soci: il trio Helen Stellar. Pescati casualmente su un cd di demo, Crowe – che notoriamente ama selezionare personalmente i motivi che accompagnano le sue pellicole – è rimasto colpito da Io (This Time Around), un pezzo che compariva nel secondo dei tre EP che compongono la discografia degli Helen Stellar: Below Radar EP, risalente al 2002 (gli altri sono The Newton EP del 2001 e I’m Naut What I Seem del 2004) e l'ha trovata perfetta per un passaggio del suo nuovo film Elizabethtown. Andando in sala sapevo che la colonna sonora sarebbe stata di notevole livello, improntata questa volta però su sonorità che più si sarebbero adattate al Kentucky e ad un road trip. Tra tutti i brani è stato però proprio quello degli Helen Stellar, una ballata riverberante, a destare maggiormente il mio interesse.
Ho scoperto quindi con soddisfazione la loro seppur ridotta produzione, che offre un dreampop pulito, shoegazing che richiama talvolta i The Verve, in certi casi i Doves, e generalmente i My Bloody Valentine. E’ quindi un gruppo americano che suona all’inglese, un po’ come gli Ambulance LTD.
Non resta che attendere il loro primo album, che non mi stupirei se venisse prodotto proprio da Cameron Crowe, che a quel punto entrerebbe di diritto nel gotha dei miei artisti preferiti (oltre ai suoi due titoli citati avevo molto apprezzato Almost Famous, ma anche Jerry Maguirre e – ebbene sì – Vanilla Sky). La vita da procuratori di Jerry Maguirre e quella in un’azienda sportiva (la Mercury di Elizabethtown, riferimento fin troppo evidente al marchio con lo “swoosh”) sono state perfettamente rappresentate, anche agli occhi di chi le saggia quotidianamente.
Io (This Time Around) mp3
The Opening Credits mp3
Panic Attack At Breakfast mp3
Medicineman in dEUS
utente anonimo in Fleet Foxes
j4son in Scattered Notes #6
utente anonimo in Fleet Foxes
evalu in dEUS
Monterey in Elbow
Monterey in dEUS
utente anonimo in dEUS
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