"Life is hard
and so am I."
- Mark Oliver Everett -
artrock
britpop
electronica
evasioni
folkrock
indie
indiepop
live
memento
newrock
next big thing
pagine
postrock
powerpop
softindie
visioni

Non ho ancora capito come funziona il meccanismo che mi spingere a scrivere di un disco. Di alcuni dei dischi che più ho ascoltato non ho mai nemmeno accennato, ultimo dei quali il nuovo dei The Shins, Wincing The Night Away, che migliora di passaggio in passaggio. Ma anche Beck ha subito la stessa sorte, e solo il concerto al Rolling Stone mi ha indotto a citare Sam’s Town dei The Killers. Del resto è il bello di questi spazi senza la benché minima aspirazione di rappresentare qualcosa di definito, e nelle intenzioni avrei voluto condividere idee ed impressioni anche su pellicole e libri, ma la musica alla fine ha spontaneamente preso il sopravvento. Assecondo questo spirito libero almeno qui, uno dei contesti dove non si rischia nulla a lasciar correre l’assenza di regole. E da un pezzo risiede sull’HD un disco interessante di cui mi ero ripromesso di riportare: Eisenhower dei The Slip.
I The Slip sono un terzetto di Boston. Ecco qui già mi fermo ed apro una divagazione cestistica. Terzetto di Boston mi richiama alla memoria quella che probabilmente è la miglior front line che sia mai apparsa sui parquet del mondo: Larry Bird, Kevin McHale e Robert Parish. Dicesi front line il pacchetto di giocatori che costituisce la batteria di lunghi, ovvero quelli che solitamente giocano nei pressi del canestro, ed in quanto tali sono spesso caratterizzati da potenza (espressa in altezza e stazza più forza muscolare) e per contro meno dotati di velocità, eleganza e talento che normalmente abbondano tra gli esterni. Ma quell’epico trio – definito anche The Big Three – incarnava invece tutte le qualità descritte, e nei primi anni ottanta consentirono ai Boston Celtics di vincere titoli NBA a ripetizione, anche contro avversari altrettanto leggendari come i Lakers di Magic Johnson. Il caso ha voluto che nel 1980 abbia avuto l’onore di conoscere di persona Kevin McHale, nella palestrina secondaria del Palalido, durante gli allenamenti dell’allora Billy Milano. McHale aveva terminato l’università ed era divenuto prima scelta dei Boston Celtics; le trattative per il contratto – che già a quell’epoca non aveva nulla da invidiare alle più celebrate star calcistiche odierne – avevano preso una piega poco gradita al gigante del Minnesota, che aveva quindi minacciato di giocare in Europa per un anno, in modo da svincolarsi e diventare free agent, ovvero libero di negoziare con qualsiasi squadra ed il suo arrivo in Italia era funzionale a rendere più credibile questa minaccia. Quei pomeriggi di settembre non li scorderò molto facilmente, anzi, è molto probabile che non li scorderò affatto.
Riaffiorano infatti ascoltando tre musicisti che probabilmente al Boston Garden, quel palazzetto inglobato nella North Station della città del New England con il parquet intrecciato in modo unico a formare grandi quadrati, si saranno recati spesso, a respirare quello spirito di Fightin’ Irish che ha caratterizzato l’epoca d’oro dei Celtics. I The SLIP si definiscono avant-rock, ed io non ho ben compreso cosa dovrebbe significare; forse un suono eclettico, abbastanza lontano da uno schema prefissato. A me in alcuni aspetti ricordano i Guster, che non a caso provengono dalla stessa città. La prima parte del disco è convincente, ed inizia proprio con il brano più significativo dell’intero LP: Children Of December. Eisenhower arriva dopo dieci anni di attività del gruppo ed alcune pubblicazioni che hanno lasciato impronte molto lievi, ed in ogni caso pare che il suono si sia evoluto negli anni, non senza le influenze di realtà come Wilco, The Flaming Lips, Built To Spill e, recentemente, Explosions In The Sky e Tortoise. La strada è quella giusta.
Children Of December mp3
Even Rats mp3

Oscuri, ipnotici, alla deriva tra dream pop, space rock e noise. Una rivelazione questo We Are Afraid Of Heights Tonight, ultimo album dei The Rum Diary, un quartetto californiano di Cotati, una paesone rurale a 50 miglia a nord di San Francisco sulla 101, quella che parte dal Golden Gate e attraversa Sousalito. Un disco da ascoltare con le cuffie, ma non quelle ridotte da interno orecchio, quelle tradizionali circumaurali invece, magari Sennhauser. A tarda sera, con un havana (se fumassi ancora) e un calice con un fondo di Marqués de Domecq, per perdersi nel suo colore ambrato, che non riesci a definire se è marrone o arancione, che in realtà sono lo stesso colore, è solo questione di intensità. Intensità che non manca certo ai The Rum Diary, ma che non consentirà loro di raggiungere le grandi masse, perché questo genere di rock si adatta a pochi, ed a meno che non ti scopra qualche regista di talento (ogni riferimento a Cameron Crowe, gli Helen Stellar, Io e la colonna sonora di Elizabethtown è puramente caUSale), rimarranno nell’eterno oblio, avvolti in quella nebbia che ben si adatta ai loro suoni. E comunque loro il marrone e l’arancione li hanno messi insieme nella copertina.
The Mothball Fleet mp3
My Lungs Have Never Felt Better mp3
The Sunken Fields (TL-05) mp3
Trivia: The Rum Diary devono il loro nome all’omonimo romanzo di Hunter S. Thompson, al quale si ispirerà una pellicola con il medesimo titolo che uscirà nel 2008 ed avrà come interprete principale Johnny Depp, e Josh Hartnett e Benicio Del Toro nel cast. Anche Paura E Delirio A Las Vegas, sempre con Depp e Del Toro, era tratto da un romanzo di Thompson.
![Bloc Party - Weekend In The City [provisional]](http://utenti.lycos.it/tangerine7/bloc.jpg)
Un paio di giorni fa è entrata in circolazione una versione preliminare di Weekend In The City, il nuovo album dei Bloc Party che vedrà ufficialmente luce ad inizio di febbraio. Essendo una versione transcode (ovvero file audio ricodificati in un formato diverso dall’originale e quindi di qualità sonora scadente) il primo istinto era quello di soprassedere per aspettare una release certificata, ma – come era facile prevedere – non ho saputo resistere e mi sono dedicato all’ascolto di uno dei dischi più attesi del 2007. Risparmio il pippone relativo al fatto che ascoltavo i Bloc Party quando ancora erano in fasce (però è vero – custodisco gelosamente il singolo Little Thoughts del 2004 – ah ancora l’awesome ofour – acquistato nella sua prima edizione), e mi catapulto al nocciolo della questione: quanto vale questo Weekend In The City? Non è appropriato rispondere ad una domanda con altre domande, ma per l’occasione si può fare un’eccezione: che tipo di Bloc Party ti piacciono? Quelli di Helicopter? Allora probabilmente rimarrai deluso. Ti piaceva invece la versione So Here We Are? In tal caso ritengo che troverai Weekend In The City un album eccellente. Io appartengo alla seconda categoria.
Il primo singolo sarà The Prayer, ma il brano che per ora mi piace di più è On. Il tema del disco è la vita alienante che caratterizza gli abitanti delle metropoli, i rapporti interpersonali preconfezionati, lo spreco enorme di risorse sublimato nella commutazione (Waiting For The 7:18), la sgradevole sensazione che si prova quando ci si rende conto di quanto futili siano gran parte degli scopi di un’esistenza trascorsa a rincorrere modelli comportamentali vacui. Ma per contro c’è l’aspetto liberatorio del venerdì sera e la dolcezza di una domenica mattina nel rilassarsi al fianco della persona che si ama (Sunday). Non saranno i testi illuminanti (eddai) di Mr. E, ma del resto nemmeno Silent Alarm era un opera letteraria. Il suono invece è lo stesso, forse persino più cristallino e, come lasciato intendere, un po’ meno aggressivo.
The Prayer mp3
On mp3
Sunday mp3
Nelle stagioni recenti, quella del 2004 è stata senza dubbio una delle annate più prolifiche e con esordi eccellenti, quindi si presta bene alla prossima realizzazione con FineTune, sempre con la regola di un brano per artista al massimo e per un totale di 45, come la playlist prescrive. Qualcuno di quelli che avevo in mente non è disponibile, ma non importa, i più significativi ci sono. Sarebbe meglio che non mi soffermassi troppo nel ricordare certi passaggi di quell’anno, che inevitabilmente alcuni motivi musicali richiamano dalla memoria, ma non ho mai creduto all’efficacia della rimozione. :]
Ringrazio Cidindon per avermi contagiato con un’ulteriore dipendenza da servizi musicali on-line: FineTune, caso mai non fosse bastato Last.fm…
Ecco quindi il mio primo prodotto al riguardo: una compilation di 45 canzoni che hanno segnato il mio recente passato (periodo approssimativo 1990-2004) e che – per rimanere in tema Jonfen Safran Foer – illuminano tutt’oggi i miei passi musicali. Anche il titolo è ripescato dai nastroni autoprodotti dell’epoca premasterizzatore. Piuttosto ridondante nonché presuntuoso, visto che hellacious è un termine slang sinonimo di extraordinary e remarkable. Comunque ho applicato un'unica regola: un solo brano per gruppo/artista.

“Salve, è Universal che parla, la vostra casa discografica. Avete due giorni per consegnarci una vostra cover di All You Need Is Love dei Beatles, è richiesta dalla Chase Credit Cards quale colonna sonora del loro prossimo spot pubblicitario. Avete dai 45 minuti ad un’ora per confermare; ah, sappiate che se declinerete la richiesta, perderete il vostro contratto discografico.”
Respect per i The Features (per i quali avevo già espresso ammirazione) che, incuranti delle minacce, hanno risposto “no!”, non tanto e non solo per avversità a concedere musica per uno spot, ma per l’evidente controsenso nell’utilizzare un’inflazionata canzone dei Fab Four il cui intendimento è molto distante da quello del messaggio pubblicitario che invita a “comprarsi la felicità”. By the way, alla fine quella cover l’hanno realizzata i Nada Surf (recuperabile qui).
Tutto ciò 14 giorni prima di entrare in studio per registrare il seguito di Exhibit A, che vedrà – a questo punto – la pubblicazione con una altra etichetta in via di definizione all’inizio del prossimo anno. Il gruppo del Tennessee non si è certo perso d'animo, e nel frattempo si è autofinanziato un EP, Contrast, con la produzione di Jaquire King (Kings Of Leon, Modest Mouse ed Archie Bronson Outfit), la cui title track è molto carina.
Contrast mp3
Non bisognerebbe fare paragoni tra il concerto dei The Killers e quello dei The Dears, perché le realtà dei due gruppi sono incredibilmente distanti, pur restando entrambe nell’ambito dell’ormai sconfinata galassia dell’indie rock. Ma la consecutività in uno strettissimo lasso temporale lo rende inevitabile, e allora appare immediatamente evidente, in tutta la sua ingiustizia, l’opposto risultato in termini di audience. Da un sold out con bagarini ad uno sparuto – ma caldo – gruppo di aficionados (di cui molti sono inclusi nella lista dei blog pals lì a sinistra o nei friends di Last.fm). L’intrinseco valore artistico dei The Dears, e cerco con tutte le mie forze di essere oggettivo, non merita di essere calpestato in questo modo.
Esiste però un rovescio della medaglia di questo scempio, ovvero quello di potersi comodamente appoggiare alla balaustra davanti al palco, proprio di fronte alla fascinosa tastierista/flautista Valerie, senza nemmeno avere la calca attorno, seguire il concerto senza fare lo sforzo di ricordarsi le canzoni, anche quelle meno ricorrenti, tanto basta lanciare un’occhiata alla setlist di Murray, applicata sulla sua pedaliera ad un metro di distanza, e naturalmente soprattutto la sensazione di sentirsi “in mezzo” al gruppo. Sarà per questo, sarà che i The Dears suonano un genere di musica che si avvicina molto alla mia ideale (come ampiamente riportato scrivendo a riguardo del nuovo album Gang Of Losers), sta di fatto che posso considerare il concerto di ieri sera uno di quelli che ricorderò a lungo con smisurato piacere.
E non è neanche bastato il giallo dei mancati bis (probabilmente a causa di una crisi dell’altra tastierista Natalia – nonché moglie di Murray – che ha lasciato il palco piangendo) e nemmeno la scarsa amplificazione della voce ad incrinare questa convinzione. Nel dettaglio sono rimasto impressionato dalla sezione ritmica in Whites Only Party, dalla coralità di 22: The Death Of All The Romance e dallo sguardo perso di Valerie. Avrei ascoltato volentieri la quasi strumentale Postcard From Purgatory, ma rappresenterà un valido motivo per tornare a vederli alla prossima occasione, quando magari la cornice di pubblico sarà numericamente consona al livello del gruppo.
La setlist è la seguente, ed è precisa perché ne custodisco una copia, che trascrivo con i nomi in codice delle canzoni:
Sinthtro
Ticket
Bandwagoneers
Whites Only
Death Or Life
Plot
Second Part
Die
Have It
22
Fear
You and I
Outfit
Mountains
(Purgatory)
(Deep)
A Sam’s Town ho riservato un’accoglienza tiepida. Il singolo When You Were Young mi aveva fatto capire che il secondo album dei The Killers non sarebbe stato un seguito lineare dello splendido Hot Fuss. Non mi sono riconosciuto nella corrente di pensiero che accostava il suono di questo disco a quello degli U2, mentre trovo decisamente più riscontri nei commenti che indicano come il periodo ruggente del Boss Springsteen, i primi anni ottanta ed i dischi The River e Born In The U.S.A. in particolare, quali fonte di ispirazione per il nuovo disco. Avendo potuto apprezzare già a suo tempo, nella mia fase tardo adolescenziale, quello specifico tipo di musica, Sam’s Town mi è risultato quindi complessivamente accettabile. Certo, avrei preferito che i quattro del Nevada avessero proseguito il loro percorso più vicino alle sonorità del rock britannico, che sono complessivamente più attigue ai miei gusti attuali, ma ciò non è a mio avviso sufficiente per stroncare il nuovo disco. Decido quindi di confermare la fiducia ai The Killers e di presenziare al concerto che passa da queste parti, anche per sfruttare l’occasione di incontrare blog friend che è da troppo tempo che non vedo. Oltretutto avevo un conto in sospeso perché in occasione del loro precedente concerto milanese, pur disponendo dei biglietti, avevo dovuto rinunciare. Sebbene il sold out mi costringa ad uno sforzo supplementare, vengo ampiamente ricompensato da un concerto di grande sostanza ed il solito piacevole contorno di relazioni personali allacciate, nuove conoscenze e – finalmente – il contatto diretto con la donna le cui parole sono affilate come lame di katana, ma che dal vivo rende tutto più morbido grazie ad un sorriso contagioso ed allo sguardo penetrante.
L’esecuzione live, se possibile, rende ancora più evidente il contrasto tra le sonorità del primo e quelle del secondo LP, e credo che se ne rendano conto loro stessi, in considerazione della scaletta “a blocchi”. Brandon Flower si presenta vestito da croupier, in omaggio alla title track Sam’s Town che apre il concerto (casinò di Las Vegas – città natale) e si profonderà in un visibile impegno per tutta la durata del concerto che si giova del fatto che quella di Milano è una delle prime date del tour europeo (massiccio l’afflusso di inglesi). Noto che Read My Mind dal vivo rende meglio che sull’album, in quanto emerge meglio la chitarra di Dave Keuning, mentre al contrario Uncle Johnny – il brano che preferisco nel nuovo album – risulta un po’ spenta e rallentata. Poco importa perché nel complesso i The Killers riescono a dimostrare che, seppure privi di particolare originalità, hanno le carte in regola per essere considerati un degno gruppo che suona Gramorous Indie Rock & Roll. “I got soul but I’m not a soldier” da All These Things I’ve Done è stato il refrain più coinvolgente. La setlist è stata, approssimativamente perché vado a memoria, la seguente:
Sam’s Town
When You Were Young
Somebody Told Me
Smile Like You Mean It
Bones
Bling (Confession Of A King)
Read My Mind
Jenny Was A Friend Of Mine
Glamourous Indie Rock & Roll
Uncle Johnny
Mr. Brightside
My List
For Reasons Unknown
All These Things I’ve Done
Exitlude
![The Apples In Stereo - New Magnetic Wonder [provisional]](http://utenti.lycos.it/tangerine7/apples.jpg)
L’idiozia più grossa a riguardo dell’indie l’ho sentita pronunciare da uno dei santoni indie nostrani, quello che ha fondato anche una rivista molto cool, che sentenziò: “chi ama i Pink Floyd non è indie”. Non sarebbe molto difficile smontare questa teoria, partendo dal basilare concetto che è impossibile che il gradimento o meno di un singolo gruppo possa determinare la indietudine di un soggetto, per quello che poi può valere questa accezione. Sta di fatto che proprio uno degli uomini più indie del mondo, ovvero Robert Peter Schneider, creatore dei The Apples In Stereo e co-fondatore del collettivo Elephant 6, è la dimostrazione vivente di quanto l’assunto del paraguru sia risibile: il nome della sua band deriva proprio dall’ascolto, durante il brainstorming per trovare l’appellativo al gruppo, del brano “Apples And Oranges”, singolo del 1967 di Syd Barrett e soci (che merita una visione qui). Originariamente la band si chiamò The Apples, ma Schneider pensò di conferire un tocco di psichedelia con l’aggiunta di In Stereo.
Tutto questo per dire che New Magnetic Wonder, nuovo LP della band dopo 5 anni di attesa è in circolazione con abbondante anticipo sulla data di pubblicazione, prevista per il 7 febbraio 2007. Ed è valsa la pena aspettare con pazienza, dato che i The Apples In Stereo e la moltitudine di ospiti tra cui spicca Jeff Magnum dei Neutral Milk Hotel consegnano un doppio stupefacente nel suo insieme, con un disco che contiene 14 brani ed il secondo che offre altri 12 pezzi definibili come seguiti o richiami. Intendiamoci, non è un disco che raggiungerà vette di gradimento popolare sinora inarrivabili per i gruppi Elephant 6, ma rappresenta un perfetto esempio di maestria musicale indiepop, che arriva persino alla creazione di una nuova scala musicale, definita “non-pitagorica” da Schneider, il suo inventore.
Segnalo infine la curiosità relativa al fatto che l’etichetta che pubblicherà New Magnetic Wonder è la neocreata Semian, una iniziativa di Elijah Wood, il Frodo di LOTR nonché lo stalker di The Eternal Sunshine Of A Spotless Mind. La generazione cresciuta a pane ed indie si appresta a contollare le leve del potere… ;]
Energy mp3
Radiation mp3
Monterey in dEUS
Monterey in Scattered Notes #6
Monterey in Fleet Foxes
Medicineman in dEUS
utente anonimo in Fleet Foxes
j4son in Scattered Notes #6
utente anonimo in Fleet Foxes
Monterey in Elbow
Monterey in dEUS
utente anonimo in dEUS
Any post published in this site is not intended to be a review; it just reflects my personal impression about what I listen, watch or read and its only purpose is to share the experience with the people passing by here.
All links to mp3s on this site are for sampling purposes only. If you like what you hear please buy the album and support the live acts of the author. If you are an artist or represent an artist featured on this site and You would like a link to be removed, please contact me at the e-mail address You can find on this page.
Qualsiasi post pubblicato in questo sito non intende ergersi a recensione ma semplicemente esprimere le impressioni dell'autore a riguardo di quello che ascolta, vede o legge in modo da condividerle con le persone che raggiungono questo spazio. Tutti i collegamenti a file musicali che appaiono su questo sito sono intesi a scopo divulgativo. Se apprezzate quello che ascoltate siete vivamente incoraggiati ad acquistare l'album ed a supportare i concerti dell'autore. Se un artista od un suo rappresentante desidera che venga rimosso un collegamento presente in questo sito, può inoltrare la richiesta al recapito e-mail a fianco riportato.