"Life is hard
and so am I."
- Mark Oliver Everett -
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Narrow Stairs è il titolo del nuovo album dei Death Cab For Cutie in uscita a maggio. E’ stato annunciato dalla band come “più rumoroso, più dissonante e… abrasivo”, dato che Gibbard, Walla e compagni non si sentono in obbligo di dover dimostrare ancora qualcosa e quindi si sono sentiti liberi di fare un album con il suono che più preferiscono. Le premesse sono indubbiamente interessanti, forse potranno deludere i fan dei DCFC vecchio stile, ma il primo singolo conferma che non è proprio il caso di aspettarsi un nuovo Transatlanticism. I Will Possess You Heart è costituita da un intro strumentale di ben quattro minuti, un giro di basso su cui si inseriscono chitarre riverberate, sporadiche tastiere ed infine la batteria, con una struttura di circa trenta secondi che sembra ripetersi in loop sino all’arrivo dell’inconfondibile voce di Gibbard. Ricorda per certi aspetti alcuni pezzi dei The Secret Machines, e questo per me non è affatto un male. Di certo preferisco questa evoluzione piuttosto che un altro Plans. Ed una copertina così non poteva mancare in questo spazio azzurrognolo…
I Will Possess Your Heart (Album Version) mp3
E’ abbastanza strano che io non abbia mai dedicato dei post ai Band Of Horses, uno dei gruppi che ho ascoltato di più in questi ultimi anni. Una questione di tempistica forse, dato che i loro album mi sono molto piaciuti entrambi, anche se probabilmente Everything All The Time rimane il migliore dei due, ma non considero Cease To Begin un disco minore, come invece tanti ritengono. E’ certamente vero che se Matt Brooke fosse rimasto nella band dei cavalli, forse anche Cease To Begin sarebbe stato più significativo, ed il gruppo avrebbe un tasso qualitativo ancor più elevato.
Ottima occasione la data di ieri sera per ovviare a questa lacuna, oltreché per avere un contatto ravvicinato con Ben Bridwell e la sua superlativa voce, il dioscuro rimasto leader maximo del gruppo, che ha emanato puro carisma indie nell’arco della durata del concerto, senza divismo e con tanta semplicità, nella sua camicia di flanella a scacchi beige e marrone, segno distintivo del rock a connotazione outdoor.
A supporto si sono esibiti prima Tyler Ramsey (vedi questo post), che si è successivamente aggregato ai Band Of Horses come chitarrista aggiunto, iniziando con la sua notevole A Long Dream, dall’album A Long Dream About Swimming Across the Sea, indossando la t-shirt del gruppo che sarebbe salito sul palco da lì a poco: The Cave Singers. Le chiacchiere da concerto, unitamente ad un estemporaneo incontro a 30 anni di distanza con un compagno delle medie inferiori (! – è vero che sono fisionomista se sono riuscito a riconoscerlo – bellissimo scoprire che anche lui è un quarantenne appassionato di gruppuscoli alternativi) mi hanno impedito di seguire con attenzione il rimanente set di Tyler – che richiede comunque una spiccata propensione per il folk più puro – e di quello dei The Cave Singers che non sono sembrati memorabili, ad onor del vero, ad eccezione di un singolo brano.
Piuttosto tardi si affacciano i BOH, in sei sul palco, e dopo poco attaccano le note di Monsters in una versione che è sembrata ancor più lenta di quella su Everything..., e dalla postazione in consolle, con l’ausilio della scaletta criptata appoggiata sul mixer, nel senso che tanti brani sono indicati con un codice interno al gruppo, riesco a decifrare la scaletta:
MONSTERS (S/T)
SNOW (The First Song)
GHOST (Is There A Ghost)
SALT (The Great Salt Lake)
TOO SOON (Islands On The Coast)
GIL (Wicked Gil)
LRC (Ode To LRC)
13 DAYS (Thirteen Days – J.J. Cale Cover)
OLDER (Why You Never Get Older – di Ryan Monroe – tastierista)
NO ONE (No One’s Gonna Love You)
FUNERAL (The Funeral)
WEED (Weed Party)
WRITERS (The General Specific)
Encore
MARRY (Marry Song)
HOUSE (Cigarettes, Wedding Bands)
GOODMAN (Am I A Good Man – Them Two Cover) mp3
Probabilmente Funeral risulta essere il miglior pezzo della serata, seguita a ruota da Is There A Ghost, dato che in entrambe le canzoni la voce di Bridwell ha espresso il massimo potenziale, nella sua unicità e brillantezza. L’acustica era discreta, il Musicdrome pare aver tratto giovamento dal restyling, e solo i livelli della batteria sembravano non perfetti in quanto si sentivano molto più i piatti dei tamburi, ma è giusto un dettaglio. Una canzone che mi è mancata? Forse Detlef Schrempf, ma mi rendo conto che è piuttosto personale e poco adatta ad un live.
Una serata con gli EELS, che oggi sono solo due: Mark Oliver Everett e “The Chet” Atkins III. Una sessione intima e comunicativa, durante la quale le digressioni non distolgono il focus dalle ventidue canzoni.
Un lungo preludio costituito dalla proiezione del documentario della BBC “Parallel Worlds, Parallel Lives”, incentrato sul viaggio che Mr. E compie alla ricerca della comprensione delle teoria degli universi paralleli formulata dal padre, il genio della fisica Hugh Everett, negli anni ’50, la meccanica quantistica e la contrapposizione alla Interpretazione di Copenhagen di Niels Bohr. Ma soprattutto il percorso di un uomo che cerca di ricomporre un rapporto con un padre con cui ha potuto avere un contatto fisico solo il giorno della sua morte, per constatarne il decesso. Un padre che ha segnato la famiglia indelebilmente, con il suo genio ed il suo apparente distacco dagli affetti, dai fatti concreti.
Difficile per la totalità del pubblico poter apprezzare in pieno il valore di questo filmato, che per la sua lunghezza richiederebbe una visione tranquilla e domestica, e soprattutto una adeguata traduzione per chi non padroneggia l’idioma inglese e magari un minimo interesse per la fisica; infatti una minoranza della platea rumoreggia prima del termine della proiezione esprimendo l’impazienza di passare alla musica live, sebbene il documentario sia perfettamente accompagnato dai brani migliori degli Eels.
Ed ecco i titoli di coda, accolti con sollievo da molti, il telo si solleva ed una voce dall’aldilà che si materializza nelle casse accoglie Mark Oscar Everett sul palco, il quale si affretta a correggerla: Oliver, non Oscar! Non ci sarà solo musica, quindi, anche un po’ di teatro…
From Which I Came /A Magic World (E solo con chitarra)
Ugly Love (E solo con chitarra)
E chiede al pubblico se preferisce continuare a dissertare di fisica o se invece gradisce di più continuare ad ascoltare rock; all’ovvia reazione a favore della musica E sentenzia “take that, dad!”
Strawberry Blonde (B side di un singolo di E del ’92 – Chet accompagna alla chitarra)
Ant Farm
Fucker
Souljacker part I (Chet accompagna con pedal steel e rende la versione piuttosto blues)
Elizabeth on the Bathroom Floor (Chet come di consueto suona una sega di metallo con l’arco di violino)
Climbing to the Moon (stupenda come sempre in tutte le sue declinazioni – Chet alla batteria)
My Beloved Monster
I Like Birds
Lettura di email di fan, tra cui Michelle che richiede un concerto privato in cambio di una notte indimenticabile, e quella di un appassionato australiano che riempie E di improperi, anche i più volgari, in quanto nell’unica data di Perth Mr. E si sarebbe comportato come un prick con i fan che lo aspettavano all’uscita. Quindi il roadie porta una serie di entusiastiche recensioni dei concerti precedenti che E legge con studiata alterigia, salvo rendersi conto che l’ultima si riferisce agli Eagles ed a quel punto scatta la gag “Do You even know who You work for?” rivolta al pingue collaboratore. Infine chiede a Chet di leggere un passaggio della sua autobiografia “Things The Grandchildren Should Know”, che riguarda l’incontro tra il giovane Mr. E appena giunto a Los Angeles e la sua icona Angie Dickinson (più nota come Sergente Pepper).
Jeannie's Diary
In The Yard, Behind The Church
Secondo brano dell’autobiografia che narra l’episodio della vicina che racconta a E., appena rientrato dalle Hawaii dove si era recato per il suicidio di sua sorella, di aver visto attraverso le finestre uno spirito di donna frequentare la sua casa, episodio che Mr. E interpreta come apparizione di un friendly ghost (e peccato che non esegua mai questo splendido pezzo dal vivo), passato a dare l’ultimo saluto.
Last Stop: This Town (Chet al metallofono/glockenspiel)
I Want To Protect You
Flyswatter (versione clamorosa – da sola vale la serata – con Mr. E e Chet che si scambiano le posizioni alla batteria ed al piano senza perdere una singola percussione: quasi sette minuti da brividi e headbanging sincrono della platea)
Bus Stop Boxer
Novocaine for the Soul (E alla batteria – dove dismostra che al suo primo strumento suonato da ragazzo raggiunge vette incredibili – Chet suona una chitarra molto distorta)
Good Times Bad Times (Led Zeppelin cover – cantata da Chet con Mr. E sempre alla batteria)
Somebody Loves You
Souljacker part II (E al piano e Chet suona ancora una lama)
(Encore 1)
I'm Going to Stop Pretending That I Didn't Break Your Heart
(Encore 2)
P.S. You Rock My World (che altro chiedere?)
In queste occasioni si rischia di essere ripetitivi nell’esprimere i commenti ed i giudizi a riguardo di un personaggio che si ama, per esibizioni che ti appagano profondamente. Basta dire che sono davvero contento che in quest’occasione siano state presenti anche due preziose persone che conosco che vivono gli Eels quotidianamente. Ne mancava una, ma la perfezione non è di questo mondo, si sa. Forse di uno degli universi Everettiani?
Riferimenti:
Parole di Viridian, Lucia e Felson
Video di Piero di Last Stop: This Town
Medicineman in dEUS
utente anonimo in Fleet Foxes
j4son in Scattered Notes #6
utente anonimo in Fleet Foxes
evalu in dEUS
Monterey in Elbow
Monterey in dEUS
utente anonimo in dEUS
utente anonimo in Elbow
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