"Life is hard
and so am I."
- Mark Oliver Everett -
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Cortina mancava al mio curriculum di sciatore itinerante, divenuto stanziale solo negli ultimi anni per ragioni familiari, facendo base fissa ormai in Valgardena. Forse l’ho evitata in passato per quella sua aura di eleganza blasè, la giacca a vento beige chiaro dell’Avvocato, quell’apparire un luogo mondano prima che una località di montagna. Approfitto quindi dell’invito di Phil, cortinese di adozione, che si presta a farci da guida per un giorno, solleticando la nostra curiosità. Questa occasione sarà anche la prima escursione giornaliera da solo con mio figlio, ormai a dieci anni scia abbastanza bene da poter affrontare qualsiasi pista, qualsiasi dislivello, e la sua sfrenata passione per l’ingegneria degli impianti di risalita lo spinge oltre qualsiasi ostacolo naturale. Partiamo di buon ora (almeno per le nostre abitudini) da Selva, giusto il tempo di ritirare gli sci appena rifatti da Toni, e ci inerpichiamo sul primo dei tre passi che ci condurranno a Cortina. Spetta ai The Dears ed al loro primo album No Cities Left accompagnarci sul Gardena, e la splendida Purgatory verrà fatta ripassare per un po’ di volte. La strada è perfetta, sgombra da neve e ghiaccio, e lo scarso passaggio di automezzi consente di concentrarsi sulla guida e divertirsi a pennellare le curve. Fortunatamente lui ha lo stomaco abbastanza robusto da non patire disagio ed imbragato nel suo seggiolino posteriore si concentra sul paesaggio ricordando con straordinaria precisione le occasioni precedenti in cui siamo transitati da qui. Colfosco in 28 minuti, Corvara in 33, La Villa a 40, San Cassiano al 45esimo minuto e ci avviamo verso Valparola e Falzarego, due passi concatenati, cedendo il testimone ai The Shins, validi in qualsiasi circostanza. Australia sta ammiccando dagli altoparlanti quando passiamo di fianco ad uno spiazzo dove ho trascorso una incredibile serata (e parte della nottata) nel gennaio di una ventina d’anni fa, le pareti di neve fresca, gli alti abeti, il cielo glacialmente stellato: ricordi che affiorano dolci e morbidi, come lei, chissà dov’è, chissà cosa fa, chissà se anche lei ha tre figli come me. Domande destinate a restare inevitabilmente irrisolte. Guardo nello specchietto e penso che mi piacerebbe raccontargli ma non è il caso, è troppo presto. Arriviamo al Lagazuoi, sono trascorsi 55 minuti ed iniziamo la discesa, abbandonando i luoghi familiari e preparandoci a rimanere incantati dai nuovi orizzonti, dalle cime mai viste da quelle prospettive. L’appuntamento è di lì a breve, passate le 5 Torri, al primo posteggio che incontriamo nell’area di Cortina, dopo 55 kilometri e 70 minuti di percorso. Trovare l’ultimo spazio libero è un buon presagio per la giornata che ancora ci aspetta, ed allora giù, verso Tofana Express, per dirigerci al Rumerlo nel cuore delle piste su cui scivoleremo oggi. Quindi su per diverse volte sino al Pomedes, da dove partono quattro splendidi tracciati. Il primo che affrontiamo è quello dell’Olimpica, che con il suo Schuss in mezzo a due torri di roccia dolomitica è quello che sollecita maggiormente la nostra fantasia. Lo Schuss è estremamente ripido, a vederlo risalendo non ci si rende ben conto di quanto, e quando mi ci trovo sopra mi preoccupo un po’ per lui, ed il fatto che il tratto è perennemente all’ombra delle torri fa si che la neve sia più che compatta, praticamente una lastra. Ringrazio mentalmente la previdenza di aver fatto ripristinare l’assetto delle lamine la sera precedente proprio mentre un paio di sciatori che non tributano la dovuta referenza al pendio si producono in rovinose cadute a pelle di leone che terminano solo dopo molti metri, quando la pendenza torna ad essere meno aspra. Lui si ferma solo a metà, ma riprende immediatamente, fortunatamente non ha mai avuto timore delle pendenze. Viene quindi la parte più divertente, ariosa, dove le curve possono essere cadenzate a piacere senza la necessità di assecondare la conformazione del terreno. Mi annoto che Two Receivers dei Klaxons sarebbe perfetta a questo punto. Un paio d’anni fa avevo già provato ad associare una canzone a ciascuna pista. Viene poi la volta del Canalone, ampio ed accogliente, che invita a lasciar correre gli sci, a condurli in ampi curvoni come la geometria delle loro sciancrature prediligono. I piedi a quel punto diventano la parte del corpo più importante, la sensibilità è la loro prerogativa. Guardo la mia ombra sfrecciare accanto a me e mi accorgo di essere troppo rigido e verticale. I glutei si devono abbassare di più, ma i quadricipiti femorali, poco allenati quest’inverno, non sono in grado di reggere la posizione corretta a lungo. Ci sarà tempo per rimettersi in sesto fisicamente, quel che importa adesso è gustarsi la pista. Mi viene in mente Everybody Daylight dei Brightblack Morning Light (vedi sotto), sarebbe un accompagnamento più che adeguato. Viene quindi il momento di spostarsi a Ra Valles, ai piedi della Tofana principale. La Freccia Nel Cielo lascia senza fiato con le sue campate senza piloni ed una pendenza media del 47%, peccato non poter raggiungere la vetta del terzo tronco, a 3243 metri di quota, ma essendo esclusivamente una meta panoramica è operativa solo d’estate. A 2830 sì è comunque abbastanza in alto per ammirare la Conca in tutto il suo splendore in una giornata cristallina, l’imponenza del Cristallo e la tracce del Faloria, che richiederà una seconda spedizione per esplorarle. Le cicatrici sulla roccia lasciate dagli alpini quasi un secolo fa sono una piccola incrinatura nei pensieri, loro anche in una giornata come questa non avrebbero avuto molti motivi per sorridere. Scendiamo a valle sulla Forcella Rossa, molto esposta al sole e di conseguenza con un manto nevoso molto metamorfosato, quasi primaverile. Pendenza di rilievo, gobbe formate dai numerosi passaggi, immagino The World Was A Mess But His Hair Was Perfect dei The Rakes per scandire i piegamenti lungo un dislivello di quasi 1000 metri.
Inizia a quel punto la trafila del rientro, con in percorso compiuto a ritroso. E’ piacevole poggiare le stanche membra sul sedile dell’auto ed abbandonarsi ad un altro po’ di sana musica, tipo Beautiful Freak dei The Eels. Lo interrogo sulla giornata, definita “ottima”, attento a percepire se è accresciuta la complicità. Ormai mi rendo conto che il corredo genetico che condividiamo non si manifesta solo sul suo volto, in certi dettagli fisici. Pallacanestro, informatica e gli altri interessi che lo stanno rendendo meno bambino convergono con i miei. E la crescita di questo rapporto, che mi vede rivestire il ruolo di padre mi risulta ancora più prezioso adesso, che vivo con apprensione ed angoscia quello in cui ricopro i panni del figlio.
Brightblack Morning Light - Everybody Daylight mp3 (Matador Records)
I BML mi sono stati introdotti da una nuova conoscenza di Last.fm; sono due personaggi peculiarissimi provenienti dall’Alabama. Dicono di avere sangue dei nativi americani nelle loro vene, sono anticonformisti all’ennesima potenza, vivendo nella California settentrionale in tenda d’estate ed in scarni rifugi d’inverno. Difficili da rinchiudere in un genere, li assocerei ai Grizzly Bears per affinità.

Con le quintalate di spleen che mi ritrovo a disposizione in questi giorni, per almeno tre diversi motivi, avrei di che riempire un weblog personale (un po’ come quello che ha preceduto l’attuale bacheca) con decine di post melanconici e introspettivi, dotati di altrettante connessioni musicali a testi che, in un modo o nell’altro, ne traccerebbero le linee guida. Tanto che di qualche brano sono persino riuscito a decifrarne il recondito significato, che si era occultato per ben tre anni, ovvero dal 2003 quando è stata pubblicato, ripercorrendone i passaggi in prima persona.
Ma è meglio tornare nei ranghi e scrivere di un disco che, al momento, interconnessioni non ne ha. Se c’è un gruppo che ho colpevolmente ascoltato troppo poco rispetto al loro effettivo valore, quello è Super Furry Animals. Hanno tutto per entrare nel novero dei favoriti: rappresentano una sapiente miscela di power pop, progressive, melodia psichedelica. E dato che le mie radici affondano proprio nel progressive dei settanta, non ho alcuna giustificazione per questa lacuna, che comunque mi riprometto di colmare al più presto con il classico percorso a ritroso. Non è dei SFA che desidero scrivere, ma del loro leader Gruff Rhys che sta per proporre il suo secondo disco personale. Il primo era stato confinato in uno stretto ambito locale a causa del fatto che era cantato in gallese (che io erroneamente associavo al gaelico), tanto che lo stesso Rhys aveva simpaticamente annunciato, dopo il relativo insuccesso: “I'm considering splitting up after this record. I'm not sure exactly where, horizontally or vertically.”
Candylion è fortunatamente venuto alla luce nonostante questi propositi. Non si tratta certo di un disco che passerà alla storia, ma consegna un insieme di tracce interessanti, dagli orizzonti abbastanza ampi, con alcuni episodi che sapranno stimolare gli appassionati del genere new prog, dato che in diversi momenti la mente corre veloce verso i Caravan ed i King Crimson, inoltre le indubbie doti compositive di Gruff Rhys sono ottimamente supportati da una batteria che si mantiene su livelli costantemente elevati. L’album viene chiuso da un lungo brano di 14:36 che è una sorta di audiobook musicato Skylon! narrante un dirottamento aereo vecchio stile, quello – manco a dirlo – degli anni ’70. Fosse anche solo per questo, Candylion meritebbe un ascolto.
Candylion mp3
The Court Of King Arthur mp3
Skylon! mp3

Lunedì 4 dicembre, Forum di Assago, ore 21:00. Appuntamento fissato, pregando la divinità dei concerti che non mi piazzino per quella data qualche impegno inderogabile in qualche landa a migliaia di kilometri. I Muse sono capaci di solleticare il tamarro che alberga in me, evidentemente. Così pericolosamente vicini al mainstream, me ne infischio allegramente e li ascolto senza riserve, come più volte riportato conta più l’emozione che provoca una musica della etichetta che la accompagna. Anche se stavolta la mia fede aveva vacillato ascoltando un paio di mesi fa il singolo Supermassive Black Hole, che al momento mi sembrava un improbabile miscuglio tra Prince, club music e qualche band industrial rock. Ma che oggi, all’interno di Black Holes And Revelations, non stona neanche tanto. Il disco è epico, una cavalcata interrotta da rare tracce soffici (come Soldiers Poem che sembra una Unchained Melody rivisitata), una sapiente miscela di suoni rock che racchiudono progressive, artrock, hard senza mai lasciare in disparte la melodica.
Riguardo al tema ricorrente, mi piacerebbe sfidare Matt Bellamy a Galactic Civilizations 2, sono certo che il suo interesse per il cosmo trova sostegno ed ispirazione anche negli strategici a turni che derivano dalla saga di Master Of Orion, notati i numerosi riferimenti. E a proposito, Knights Of Cydonia, qui proposto in versione Edit, è il pezzo più coinvolgente ed è sicuramente destinato a risplendere in edizione live. Il lato oscuro di questo disco sono i testi, piuttosto stereotipati e che lasciano raramente il segno. Una Unintended non c’è, per intenderci.
Knights Of Cydonia (Edit) mp3
Glorius (Bonus Track) mp3

“Ogni sera, per sei mesi, prima di coricarmi, ho ascoltato A Whiter Shade Of Pale dei Procol Harum. Quella canzone mi portava in una dimensione parallela, in uno stato quasi onirico, un luogo totalmente privato. Questo mi procura la mia musica preferita: suoni che mi conducono in una sorta di spazio esclusivamente personale, e che riescono ad aiutarti a superare i momenti difficili. E questo è quello che intendiamo per den [letteralmente tana, rifugio, nascondiglio, covo], un posto dove ci si possa metaforicamente accucciare.”
Ebbravo Blaine Harrison, innanzitutto per la scelta del pezzo, e poi per la spiegazione del titolo dell’album, Making Dens, l’esordio dei Mystery Jets, condizione che frequentemente abbiamo tutti vissuto. Mi hai convinto ad accantonare quella istintiva diffidenza che insorge quando NME seleziona la classica next big thing da promuovere e sovresporre.
E meno male, dato che questi Mystery Jets, band del West London composta da cinque elementi, combinano sonorità ormai consuete nel panorama del newrock inglese (Maxïmo Park e Kaiser Chiefs soprattutto) a sfumature dalla connotazione progressive, fornendo quindi un interessante connubio. Ciò che spicca è la voce di Blain e una cura attenta per le percussioni di accompagnamento.
Inevitabile, in questo periodo, compararli ad Arctic Monkeys e The Kooks, e credo che possano essere collocati a metà strada tra i due gruppi.
I brani più distintivi sono il singolo The Boy Who Ran Away, i precedenti CDS Zoo Time e Alas Agnes e Horse Drawn Cart. Certo che non ci si può proprio distrarre un attimo…
The Boy Who Ran Away video: real | win
Zoo Time audio: aac

Sono ancora calde le classifiche del 2005 che è già ora di prendere in considerazione uno dei dischi che certamente punterà ai vertici di quella del 2006, magari non dal punto di vista popolarità, ma certamente per quanto riguarda
Il gruppo di Glasgow (ma certi suoni riescono bene solamente da un certo parallelo in su?) consegna un disco più ruvido del precedente, il cui contenuto, confermato dalle dichiarazioni del leader Stuart Braithwaite, è costituito per il 25% da noise. E dire che, in quanto tale, a me non dovrebbe piacere, ma questo non è rumore fine a se stesso, e insieme al rimanente 75% di pura maestria post-rock consegna un album dallo spessore superlativo. A tal riguardo, The Campfire Headphase dei loro connazionali Boards Of Canada, che pure ha riscosso unanimi consensi in questo fine di 2005, tanto da essere menzionato da diversi elementi di spicco della musicrazia (tra i quali Beck) il migliore in assoluto, risulta inesorabilmente battuto nel confronto diretto.
Per quanto riguarda i brani, in assoluto emerge Glasgow Mega-Snake, nel quale sembra ronzare uno sciame di una dozzina di chitarre, che avvolgono e sembrano travolgere, ma che se opportunamente cavalcate aiuterebbero a superare anche l’imbarazzo di affrontare
Haunted By A Freak mp3 da Happy Song For Happy People
[non ci sono ancora brani liberamente distribuibili del nuovo album]

Quintetto di Texarkana, paese nell’angolo nord-est del Texas, talmente ad est che per metà è situato in Arkansas (da questa singolare dislocazione l’altrettanto peculiare nome della cittadina). Sono in cinque ma suonano come se fossero venticinque un progressive rock sperimentale venato di una miriade di influenze. Si erano autoprodotti un esordio Iter Facere ed avevano iniziato a calcare i palchi del sud, dove hanno avuto modo di entrare in contatto con Tim DeLaughter (leader dei Polyphonic Spree – lo stravagante assembramento di una ventina di elementi che offre pop sinfonico) il quale aveva appena fondato una nuova etichetta, la Good Records, che prontamente ha messo i Texani sotto contratto, fornendo loro i mezzo per un vero debutto su scala più ampia: Water Sphere, pubblicato lo scorso settembre.
Il frontman dei Pilotdrift definisce così il loro album: "Water Sphere is like a little movie rental store, you have your drama, sci-fi, thriller, fantasy, romance, historical documentary -- whatever it takes to help you escape the daily grind." Ed è proprio così: la musica dei Pilotdrift sembra essere generata da un frullatore alimentato da una varietà incredibile di stili, di gruppi (tutti rigorosamente d’eccezione – dagli Elbow ai Mercury Rev, dai Mars Volta agli Eels, da Wainwright ai Flaming Lips per arrivare ai Muse ma l’elenco sarebbe molto più lungo), il tutto non solo e non tanto da un pezzo all’altro, ma soprattutto all’interno dei singoli brani. Non ci sono mezze misure: una volta digerito questo disco finirà tra le stronzate più smisurate oppure si ergerà al rango di piccolo capolavoro. Per ora sarei propenso a scommettere sulla seconda ipotesi.
Streaming Real Audio:
So Long
Caught In My Trap
Elephant Island
Monterey in dEUS
Monterey in Scattered Notes #6
Monterey in Fleet Foxes
Medicineman in dEUS
utente anonimo in Fleet Foxes
j4son in Scattered Notes #6
utente anonimo in Fleet Foxes
Monterey in Elbow
Monterey in dEUS
utente anonimo in dEUS
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