"Life is hard
and so am I."
- Mark Oliver Everett -
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Dal 2005 conservo gelosamente la mia copia di Road To Rouen, nella sua semplice ma elegantissima livrea argentea. E’ uno dei dischi a cui ricorro quando necessito di sciacquarmi musicalmente le orecchie. I Supergrass avevano voluto dimostrare, con quella piccola (corta) gemma che non erano semplicemente una delle tante britpop band che avevano usufruito della notorietà di quel genere musicale nella seconda metà degli anni ’90 per fare cassetta, ma che al contrario loro di talento ne avevano in abbondanza, tanto da potersi permettere un’escursione fuori dagli angusti confini disegnati intorno a loro dalla critica. A tre anni di distanza giunge ora Diamond Hoo Ha, che appare essere una perfetta sintesi tra le raffinate atmosfere di Road To Rouen e quelle originarie di I Should Coco e In It For The Money: intensità, strutture musicali sofisticate, arrangiamenti cristallini ed una ampia varietà di soluzioni e strumenti impiegati.
Mancherà forse un singolo brano a far breccia nei cuori della moltitudine, come Moving oppure Alright nel passato, ma dalla prima traccia, nonché singolo e quasi title track, all’undicesima non registro il minimo calo di tensione e giungo al termine dei quarantun minuti di ascolto con un sorriso ebete stampato sul volto: ancora una volta grazie Gaz e soci!
345 collegamento rimosso
Butterfly collegamento rimosso
[Poche volte mi sono trovato così in difficoltà a selezionare *solo* due pezzi, un delitto omettere l'energica Bad Blood - secondo singolo designato e video - e la sognante Return Of Inspiration]

Premetto che gli Ocean Colour Scene non sono mai stati tra i miei britpoppers preferiti, anzi, causa una scarsa affinità con il timbro di voce di Simon Fowler ed una certa antipatia per la città da cui provengono, Birmingham (mitigata solo di recente dalla Banda Dei Brocchi di Jonathan Coe che me l’ha fatta guardare con occhi diversi, praticamente da brummie), sono sempre stati ai gradini più bassi delle mie priorità musicali. E’ anche vero che non amo i pregiudizi, e da questo punto di vista non ho avuto difficoltà a valutare anche i lavori più recenti, meno apprezzati dalla critica, senza preclusioni, tanto che al precedente A Hyperactive Workout For The Flying Squad ho dedicato uno dei miei primi scritti su questo spazio.
Non è che aspettassi On The Leyline con impazienza, proprio per i motivi di cui sopra, ma anche questa volta quella che mi si presenta è una piacevole sopresa. Si, d’accordo, c’è lo zampino di Paul Weller che ha scritto (inconfondibilmente) For Dancers Only, e già questo sarebbe sufficiente per garantire il lasciapassare, ma il disco riesce a convincere nel suo insieme, almeno un nostalgico come me, con suoni vagamente alla XTC, a cominciare dal singolo e traccia di apertura I Told You So, e da una produzione britcristallina. Un piccolo spazio tra gli ingombranti emergenti se lo meritano (ancora).
I Told You So mp3
For Dancers Only mp3
I Just Got Over You mp3

Lifeblood è stata una delle delusioni più cocenti del 2004, ma non è bastato ad incrinare la mia sconfinata ammirazione per i Manic Street Preachers, che sono stati in grado di emozionare come pochi. Contavo molto su Send Away The Tigers in uscita a maggio per tornare a sperare pagine di rock epico. Il primo singolo che viene proposto, Your Love Alone Is Not Enough, che vede anche la presenza di quel gran pezzo di ragazza che risponde al nome di Nina Persson dei The Cardigans, sembra invece sancire l’insipiente virata pop accennata dal precedente episodio. Spero di potermi smentire presto, ma dubito.
Your Love Alone Is Not Enough mp3
Edit del 26 marzo 2007:
Sono lieto di potermi - forse - sconfessare prima del previsto. Cinque altri brani sono trapelati e di questi almeno un paio non mi paiono affatto male...
Indian Summer mp3
Autumnsong mp3


The Boy With No Name è un gran bel titolo, in perfetto stile glasgowiano. Del quinto album dei Travis sono in circolazione le prime tre tracce (che a giudicare dalla qualità non mi stupirebbe se si trattasse di web-rip), tra cui il singolo Closer. Un piccolo assaggio per pregustare quello che Fran Healy e compagni, con l’aiuto di icone come Brian Eno, sono riusciti a mettere insieme dopo sei anni dal loro ultimo inedito. Tra queste quella che mi piace di più è 3 Times And You Lose, che è un po’ Driftwood e vagamente Why Does It Always Rain On Me, quella che rimane la canzone che mi ispira di più dei Travis, un vero inno allo spleen. Is it because I lied when I was seventeen?
3 Times And You Lose mp3
Selfish Jean mp3
Closer mp3
Perché andare al concerto di Jarvis Cocker se il suo disco l’hai accolto tiepidamente, ascoltandolo per intero un solo paio di volte? Perché Jarvis è uno dei personaggi più influenti degli anni ’90, e, stranamente non è mai stato in concerto prima in Italia, neanche nel periodo Pulp. E poi perché la tua prima amica di blog, che risale al lontano novembre 2003, si rende disponibile quale compagna d'eccezione. Non avrò modo di pentirmi, pur con tutti i distinguo del caso.
Pur arrivando con un discreto anticipo si intuisce che l’affluenza sarà corposa, anche perché è l’unica data italiana e proprio in funzione del fatto che JC è stato un riferimento per molti britpoppers; come conseguenza il tipo di pubblico è mediamente più "maturo" del solito ed anche un po’ più fighettoide. I Jennifer Gentle ci intrattengono nell’attesa dell’evento principale, noncuranti del fatto che Jarvis Cocker si aggira tra il pubblico e firma autografi; può essere considerata una mancanza di rispetto per i supporter, io mi limito a constatare che mi pare in ottima forma, mentale più che fisica, altrimenti non si concederebbe così apertamente. Quella dei veneti Jennifer Gentle è una musica difficile, poco listener-friendly, a cavallo tra experimental, noise e psichedelia, ma se riesce a risultare comunque gradevole nonostante queste premesse, significa che il talento non è indifferente.
Jarvis si presenta con cinque musicisti, tra i quali spicca il bassista Steve Mackey, compagno di band nei Pulp, e attacca con energia Fat Children, rendendola dieci volte più bella che sul disco. Intanto ripete il noto rituale dell’arancia infilata nell’indice, per essere poi lanciata verso il pubblico (che qualche canzone più tardi gliela restituirà allo stesso modo). Tra una canzone (Don’t Let Him Waste Your Time) e l’altra (Heavy Weather) ci intrattiene con conversazioni a volte estemporanee, ma almeno perfettamente intelligibili grazie al suo inglese cristallino e, una volta tanto, perfettamente scandito. Ne emerge una buona dose di autoironia (ad esempio quando sostiene che la giacca che indossa – quella famosa che appare anche sulla copertina del disco – è di sua moglie) e dimostra di essere piuttosto lucido e presente. One Man Show è l’unica traccia, a parte la cover finale, a non essere presente sul disco, e precede la sezione più “sensibile”, quella costituita da I Will Kill Again e da From Auschwitz To Ipswich. Segue invece la parte più debole del concerto, costituito da Tonite, Big Julie e Disney Time, che anche sul disco mi lasciano indifferente, mentre si riprende bene con Big Stuff (una delle migliori) e Black Magic. L’encore si concretizza con Running The World, uno dei pochi pezzi in cui si può udire sing-along, a dimostrazione che il disco non ha avuto molti passaggi neanche tra i suoi estimatori più fedeli, mentre chiude, un po’ a sorpresa perché molti, me compreso, si aspettavano Space Oddity di Bowie, una gradevolissima Satellite Of Love di Lou Reed.
Ci guardiamo e ci interroghiamo, concordi nel giudicare il concerto appena sufficiente dal punto di vista musicale, ma certamente meritevole per il personaggio Jarvis, che meritava questa sorta di tributo. Sarebbe stato semplice fare meglio: escludere i pezzi più deboli del nuovo album ed integrare invece qualche traccia che ha spinto i Pulp ai confini della leggenda. Molto difficilmente avrò modo di rivedere un suo concerto, ma almeno quando ascolterò Different Class, This Is Hardcore e We Love Life, potrò associare una immagine tangibile di Jarvis Cocker.

Mi rendo conto che è stucchevole, oggi 11 gennaio, parlare di uno dei migliori dischi del 2007. Però sono a disposizione di chiunque per una scommessa: ci ritroveremo tra dodici mesi e vedremo in quante classifiche comparirà The Good, The Bad & The Queen, eponimo album della superband creata da Damon Albarn, Paul Simonon, Simon Tong e Tony Allen. Che Damon Albarn abbia vinto la guerra di talento del britpop penso sia fuori discussione, con buona pace dei Gallagher. Quello che stupisce è l’eclettismo e la capacità di rimescolare formazioni e gruppi, dai Blur ai Gorillaz, sino a questa creatura da bioingegneria musicale, pescando il bassista dei Clash ed il chitarrista dei The Verve. Non ho mai avuto dubbi che fosse l’ennesimo successo di colui che condivide la città natale con Alfred Hitchcock, e già la title track presentata tempo fa da Wildside forniva ampie garanzie. Ed infatti l’album è una pietra preziosa perfettamente intagliata, dalle svariate sfaccettature che forniscono riflessi scintillanti, che la mia limitata preparazione fatica a cogliere nella loro compiutezza. Da Morricone (come era facile prevedere visto il nome della band) al punk, dal word beat al rock di stampo Kinks. Ma forse è più saggio tacere, e lasciare che a descrivere TGTBATQ siano firme più competenti, o meglio ancora, le vostre percezioni uditive.
Kingdom Of Doom mp3
Green Fields mp3
...
Ruby Ruby Ruby Ruby
Do You Do You Do You Do You
Could it be, Could it be that You're joking with me
...
Ideale come dissipapensieri... :]
Ruby mp3
Promo che anticipa l'album Yours Truly, Angry Mob in uscita il 26 febbraio.

Sostengono che la sindrome da rientro sia in diminuzione, ma io non me ne sono accorto. Si fa sentire, eccome, ed è quindi spontaneo cercare conforto nelle occupazioni che garantiscono maggior sollievo. Evidentemente affidarsi a buona musica è uno dei rimedi più efficaci, e il gusto di esplorare qualche nuovo disco è particolarmente appagante. Nell’ambito dei gruppi e degli autori noti sono certamente Kasabian, Badly Drawn Boy e The Killers quelli da cui ci si può aspettare di più tra le nuove uscite.
Tocca ai Kasabian aprire cronologicamente la nuova ondata, con Empire, il loro secondo disco, che è uscito lunedì scorso. Non presto attenzione alle dichiarazioni strumentali del genere “questo sarà il migliore album dall’epoca di Definitely Maybe” (e chiedo scusa se do per scontata la conoscenza sia del gruppo di Leicester che degli album dei fratelli Gallagher) perché in fondo quello che mi interessa è la sostanza. Ciò che è evidente è che, se l’esordio eponimo era immediato e colpiva sin dal primo ascolto, Empire richiederà un minimo di decantazione per poter essere apprezzato appieno. Questo è dovuto ad un accennata variazione di direzione musicale, apparentemente meno istintiva, e parzialmente anche ad un livello qualitativo leggermente meno elevato. Tra le nuove tracce è By My Side quella che più si avvicina alle atmosfere del primo disco (e forse non a caso è anche quella che più mi piace). In alcuni frangenti si distinguono abbastanza chiaramente sfumature alla Chemical Brothers, come in Last Trip (In Flight) e Sun Rise Light Flies, mentre British Legion è un genere – la ballata acustica – che non era mai stata proposto da Pizzorno e soci, e che quindi suona come un piccolo tributo ai pigmalioni che tifano Manchester City. Chiude The Doberman, un titolo che è un programma, la mia seconda preferita di quest’album, possente e caratterizzata da cambi di ritmo che sembrano essere una caratteristica peculiare di Empire. Love’em or hate’em, difficilmente i Kasabian si addicono alle mezze misure.
Essendo K uno dei cd che ho più consumato nella storia, tuttora incluso nel pacchetto di pronto soccorso acustico automobilistico, l’annunciato ritorno dei Kula Shaker (con la sola defezione di un precedente componente: Jay Darlington) non poteva che suscitare un ondata di entusiasmo in me, uomo di fede che ero riuscito a non farmi demotivare dal piuttosto fiacco Peasants, Pigs & Astronauts, secondo e sinora ultimo album del gruppo devoto a Beatles ed India. Ebbene la reincarnazione si manifesta in un EP disponibile solamente – al momento – come download da i-tunes, che verrà offerto tra qualche mese anche in una limitatissima versione in vinile. The Revenge Of The King, composto da quattro brani, è tuttavia tutt’altro che incoraggiante, e se pensavo di poter rinnovare il mio bagaglio di mantra in sanscrito (particolarmente utili nelle code autostradali sull’asfalto cocente o rivestito di una coltre di ghiaccio e neve) evidentemente mi sbagliavo di grosso. Tra queste quattro tracce la migliore risulta essere quella che da il titolo all’EP, nonostante si faccia notare per un riff che – per l’ennesima volta – rasenta pericolosamente il plagio di quello di Personal Jesus dei DM (così come quello di Why Won’t You Give Me Your Love dei The Zutons – come faceva notare il Boss). Govinda Jaya Jaya! Coraggio Crispian, sappiamo che puoi fare di meglio!
The Revenge Of The King mp3

Mi sono sbagliato. Un po’ perché il singolo Nature’s Law non mi è affatto piaciuto (e continua a non entusiasmarmi tuttora) un po’ perché ero prevenuto nei confronti degli Embrace, che hanno offerto produzioni oggettivamente imbarazzanti ai loro esordi. A dire il vero già Out Of Nothing, il loro album uscito nel 2005, aveva inviato segnali di crescita del gruppo del West Yorkshire, ma – si sa – è difficile togliersi le etichette che vengono, spesso frettolosamente, affibbiate. Nei primissimi ascolti di This New Day i miei pregiudizi me lo avevano fatto apparire poco interessante, tanto che – nell’abbondanza di nuove produzioni che caratterizza questo 2006 – lo avevo frettolosamente accantonato. Quasi casualmente si è ripresentato, a distanza di una decina di giorni, nella rotazione degli ascolti, ed ecco che a poco a poco cresce la convinzione che questo disco, il quinto, contenga invece degli spunti significativi, come il brano di apertura No Use Crying, e tutta la seconda parte del disco (quasi fosse il lato B), introdotta da Exploding Machines e contraddistinta da quello che viene definito come rock anthemico. Ed effettivamente, man mano che le dieci tracce aggiungono passaggi, emerge la conferma che se avessi messo nel dimenticatoio questo disco brit-molto-pop avrei perseverato nell’errore.
No Use Crying mp3
Exploding Machines mp3

Le B-sides dei Doves sono sempre una garanzia, non a caso Lost Sides del 2003 è in assoluto una delle migliori raccolte di brani che non hanno trovato spazio sugli album ufficiali. E’ uscita una nuova versione DVD del singolo Black And White Town, che contiene anche Eleven Miles Out, proposta l’anno scorso in un 7”. E’ una gran bella traccia, nel perfetto stile Doves, ed è un peccato che rimanga emarginata nel limbo delle rarità. Tra l’altro a breve verrà rilasciato un EP live contenente 5 pezzi che sarà disponibile solo a mezzo download.
Eleven Miles Out mp3
Edit: 15 marzo 2006
Ivan giustamente segnala che uno dei migliori pezzi di sempre dei Doves compare solo su un bonus cd di The Last Broadcast (uno di quei dischi che non deve assolutamente mancare nella collezione). Impossibile rimanere insensibili:
Far From Grace mp3

Devo esprimere un giudizio parzialmente negativo, e mi dispiace, perché ai The Charlatans sono affezionato. Hanno regalato brani di britpop di raffinato livello al termine degli anni novanta, come The Only One I Know, My Beautiful Friend, Love Is The Key e Weirdo per menzionarne alcuni, ma si potrebbe compilare un gran bell’acetato composto esclusivamente da loro canzoni (Melting Pot: The Best Of The Charlatans, la collezione ufficiale, risale al 1998 e manca quindi di alcune belle tracce dei dischi più recenti).
L’ultimo Up At The Lake del 2004 lasciava intravedere segni di declino, risultando troppo compassato e con pochi spunti degni di nota, come la bellissima Dead Love. Mi sembra che ci siano delle analogie al riguardo anche in Simpatico, il nuovo album che uscirà in aprile. A fronte di un singolo accattivante ed a presa facile come Blackened Blue Eyes, si registra un intero album che lascia un retrogusto agrodolce, appiattito sui livelli più bassi del precedente. Poco comprensibile anche l’idea di abbracciare talvolta suoni reggaeggianti alla UB40, che non mi sembrano appartenere al bagaglio musicale del gruppo di Manchester (ormai sempre più ex-Madchester). E allora viene il dubbio che Tim Burgess e compagni si limitino a monetizzare il loro talento che viene ormai riservato solo a sporadici episodi come, appunto, Dead Love e Blackened Blue Eyes.
Blackened Blue Eyes mp3
Dead Love mp3
[expiring links]
Dead Man's Eye demo video

Ho cercato di assimilare a lungo il nuovo disco di Richard Ashcroft, Keys To The World. Le prime otto tracce sono in circolazione da un pezzo, e questa settimana è stato possibile completare il quadro con le ultime due, più qualche contenuto aggiuntivo tipo il B-side di Break The Night With Colour, che si intitola The Direction. Il giudizio, sin dai primi ascolti, mi è sembrato contrastato. Una parte di me, quella emozionale, che ama la sua voce da quando è entrata nell’olimpo dei più grandi con Urban Hymns dei The Verve, sarebbe pronta a celebrare questo lavoro come un disco straordinario, che rinnova i fasti dell’icona del Lancashire, mentre il lato razionale mi impone di non perdere di vista alcuni significativi particolari, che ridimensionano ineluttabilmente il valore complessivo del disco.
Volendo iniziare da questi ultimi, il problema credo che risieda, molto semplicemente, nello spleen. A metà dei suoi vent’anni, quando ha scritto Bittersweet Symphony, la sua vena creativa era certamente alimentata da una condizione di inquietudine esistenziale che, allo stato attuale, nella diversa veste di affermato uomo trentacinquenne coniugato e con prole, viene quasi totalmente a mancare. Recentemente, nei commenti ma anche dal vivo, si faceva riferimento ad analoghe condizioni - fatte le dovute proporzioni - in cui si sono ritrovati Chris Martin dei Coldplay (da Parachutes a X&Y) e James Walsh degli Starsailor (da Love Is Here a On The Outside). Non credo che ci sia il caso di stupirsi quindi, ne’ di stigmatizzare: è un dato di fatto.
Questo per dire che forse non era neanche lecito aspettarsi che Keys To The World potesse offrire inni del calibro della citata sinfonia agrodolce o di Sonnet, Lucky Man e The Drugs Don’t Work. Quel che è certo, pero, è che quest’album è decisamente il migliore della sua carriera di solista. Curiosamente si ripete lo schema, dato che come Urban Hymns era il terzo dei The Verve, parimenti KTTW è il terzo album di Richard Ashcroft.
La brillante capacità di scrivere è rimasta comunque immutata, e di episodi espressivi è pieno il disco, tanto che è persino impossibile identificare un pezzo non all’altezza del potenziale di Ashcroft, con una buona varianza di generi, dal soul bianco di Music Is Power, alla coralità del primo singolo, alle ballate che costituiscono il marchio di fabbrica, come Words Just Get In The Way. Ma se devo indicarne una in cui sento le sue idee vibrare, dico Sweet Brother Malcom e le sue corone di fiori.
Un paio di versioni alternative dei pezzi che compaiono sul CD:
Break The Night With Colour mp3
Sweet Brother Malcom mp3

Curiosamente pedinato dallo Zeitgeist, in un periodo che ha visto scorrere via anche gli spettri e le allucinazioni di Bret Easton Ellis (ho saldato così – una volta per tutte – il dazio alla neo-psichedelia del mio coetaneo), mi sono imbattuto in un gruppo che ha un nome che non poteva passare inosservato: i The Kooks. Il fatto che la prima canzone ascoltata in quest’anno solare fosse proprio la loro You Don’t Love Me potrebbe non essere una pura coincidenza. Avevo distrattamente raccolto alcuni positivi commenti di Barto al riguardo, ed ero rimasto colpito proprio dal nome di questa ennesima next big thing, mi sono chiesto “vuoi vedere che si sono intitolati così in onore della quinta traccia di Hunky Dory?” Avevo accantonato la questione a causa della già abbondante dose di novità discografiche da vagliare, anche fuorviato dal fatto di conoscere la loro tenerissima età (letteralmente teenagers), che mi faceva ritenere improbabile il collegamento al capolavoro del Duca Bianco. Mi sbagliavo. Le prime note ascoltate nel 2006 mi hanno incoraggiato a riprendere il discorso, e man mano che procedevo nell’esplorazione del materiale prodotto da questo quartetto di Brighton cresceva la mia stupefazione (del tutto endogena e senza la necessità di ricorrere agli strumenti cari al menzionato BEE).
Kook è un termine slang che indica un soggetto eccentrico, strambo o addirittura pazzoide, probabilmente deriva etimologicamente da cuckoo, ma anche per segnalare qualcuno che si distingue dalla massa. Da questo punto di vista, al di là del pregevole riferimento ad un brano di David Bowie, il nome appare del tutto appropriato.
Sono giovani ma non acerbi, suonano come Supergrass e The Coral più vividi, e se è vero che la loro prima canzone suonata insieme è Reptilia, possiamo ben immaginare quale sia il loro orientamento.
Tante tracce corte che si susseguono incalzanti. A parte il singolo You Don’t Love Me, mi rimane nelle orecchie Ooh La (forse non a caso il quinto brano – come Kooks), ma anche Sofa Song e Eddie’s Gun. Considerato che questi quattro pezzi sono uno di seguito all’altro, risulta veramente difficile non rimanere impressionati da questo esordio. Inside In/Inside Out uscirà ufficialmente il 23 gennaio, insieme a Whatever People Say I Am, That's What I'm Not degli Arctic Monkeys. Qualcosa mi dice che sarà un dualismo davvero interessante, e che anche se gli AM godono di uno slancio che parte da più lontano, non saranno loro ad avere la meglio.
You Don't Love Me video
Eddie's Gun video
Sofa Song video
Che io non sia molto obiettivo nei confronti degli Starsailor lo sanno tutti quelli che mi conoscono, che non si aspetteranno altro che io celebri entusiasta le gesta di James Walsh e compagnia. E sarà pure scontato ma è proprio così anche questa volta. Tra l’altro ai Magazzini Generali mi trovo piuttosto a mio agio, l’acustica non viene troppo penalizzata e l’affluenza comunque contenuta (comprensibile all’inizio di una settimana in cui Milano offre oltre al gruppo di Wigan anche Soulwax, Prodigy e Franz Ferdinand) e composta perlopiù da veri aficionados, contribuisce alla perfetta riuscita di questa esibizione live. Quello che più apprezzo di James e gli altri, a cui in questa occasione si univa il chitarrista/seconda voce Richard Warren (AKA Echoboy), è la semplicità e la schiettezza con cui si propongono, un po’ come se fossero rimasti quei ragazzi timidi ed impacciati dei primi anni duemila, quando muovevano i loro primi passi. L’impressione è quella che il gruppo si sia dedicato con applicazione e lucidità a questo concerto, onorando coi fatti quelli che hanno deciso di rinnovare loro la fiducia.
Come spesso accade, i concerti sono anche occasione di incontri, e questa volta oltre alla graditissima e competentissima compagnia di Barto, si è aggiunta la conoscenza di Velvetsun, esuberante britpopper di lungo corso, nonché di Vince reduce da un week-end londinese dove ha avuto la fortuna di assistere ad un concerto di Richard Ashcroft che rappresenta un'anteprima del nuovo disco in uscita a gennaio.
A supporto degli Starsailor si sono presentati i Wire Daisies, il cui contributo abbiamo sfortunatamente mancato nella prima parte, potendo ascoltare solo alcuni pezzi che, se non proprio per la loro originalità, si sono almeno fatti apprezzare per la pulizia del suono. Da riascoltare con più calma questo gruppo della Cornovaglia che presenta una vocalist femminile – Treana Morris – piuttosto decisa.
La scaletta degli Starsailor è invece quella che compare qui sopra, che ha dato – giustamente – molto spazio al primo album Love Is Here, con canzoni che rimangono tra le più penetranti del loro repertorio, che in questa occasione ha trovato in una versione particolarmente coinvolgente di Fever (quello che, come ha ricordato James, è il loro primo pezzo in assoluto ad essere stato pubblicato) con vocalizzo acuto finale. Tra quelle del nuovo album ha spiccato This Time, quella che è stata introdotta come il prossimo singolo che verrà pubblicato. Good Souls è stata preceduta da una rapida escursione in The Rising di Bruce Springsteen (come ci ha prontamente edotto Vince), mentre il brano che ha concluso la serata, Silence Is Easy, ha ospitato al suo interno Running To Stand Still da The Joshua Tree degli U2 (riconosciuta da un altro amico di Barto – il lavoro d’equipe è premiante), tributo ad una band che sembra aver influenzato non poco l’ultimo album degli Starsailor, On The Outside, del quale purtroppo – e questo è l’unico rammarico – non ci è stata proposta Faith, Hope, Love che tra l’altro parrebbe essere molto adatta ad essere suonata live.
Ma forse James Walsh aveva letto la censurabile recensione di XL che li accusava di essersi convertiti ai cori da stadio…

Sono ormai diverse settimane che ascolto On The Outside, dapprima nella versione taroccata in cui le tracce Counterfeit Life ed In My Blood erano in realtà doppioni di I Don’t Know e This Time, ma da una settimana circa dispongo finalmente di una versione pulita e definitiva. Mi sono trattenuto dallo scriverne prima in modo da cercare di attenuare la distorsione derivante dall’affetto che provo per questo gruppo. Non saprei dire con esattezza perché sono così coinvolto dagli Starsailor, forse perché li ho “visti nascere” essendomi imbattuto in una demo di Good Souls (singolo d’esordio – tuttora il loro pezzo che preferisco) in modo del tutto casuale ben prima che venissero consacrati dal successo di critica (per l’album Love Is Here) e pubblico (per entrambi, Silence Is Easy incluso). Oppure perché mi piace la voce di James Walsh – il leader – e mi è piaciuto ancor di più lui nell’occasione in cui ho potuto avvicinarli dal vivo (Magazzini Generali di Milano nel novembre 2003). Sta di fatto che, come ampiamente ammesso anche in precedenza, la mia capacità di esprimere un giudizio disincantato ed obiettivo a riguardo dei quattro di Wigan (a proposito – il Wigan Athletic FC quest’anno è in Premiership!!!) sia praticamente nulla.
Insomma, per cercare di esprimere un opinione sintetica a riguardo di On The Outside direi che è un album che piacerà tantissimo a chi ha già apprezzato Walsh e soci in passato, probabilmente sarà in grado di raccogliere nuovi proseliti in una direzione mainstream, mentre continuerà a lasciare piuttosto tiepidi gli ascoltatori più esigenti, che non perdoneranno mai loro il saccheggio della famiglia Buckley (lo stile di canto di Jeff e il nome della band dal celebre album di Tim).
Trovo decisamente gradevoli dieci degli undici brani presenti e solo Jeremiah, una ballata acustica che chiude il disco, non mi convince del tutto (non è del resto un genere nelle loro corde). Dal singolo In The Crossfire si può attingere una frase simbolo di quest’album: “I don’t see myself when I look at the flag”, che esprime chiaramente la totale assenza di identificazione nella condotta politica dalle sfumature neocon di 11 Downing Street. Attualmente il pezzo che preferisco è Faith, Hope, Love ma non è improbabile che ci sarà una grande rotazione di favoriti che vedrà alternarsi nel ruolo anche Way Back Home, This Time e White Light, e comunque sono dieci pezzi che potrei sorprendermi a canticchiare o a fischiettarne il motivo. Per quanto riguarda i singoli componenti del gruppo trovo il tastierista Berry Westhead molto più intraprendente e compiuto che nelle uscite precedenti.
Di certo non sarà un contendente per il titolo di disco dell’anno; di sicuro è quanto basta per mantenere ben ardente il sacro fuoco per le Anime Buone.

Fare un accenno al profilo di Paul Weller e della sua carriera è impossibile, oltreché probabilmente inutile. Basta richiamarsi alla definizione, ormai universalmente riconosciuta di Modfather che –guardacaso – è anche il titolo della miglior biografia che lo riguarda. Difficile invece trattenersi dal dilungarsi a riguardo di come questo simpatico quarantasettenne (!) abbia inciso sulla mia formazione musicale. Se ero riuscito a mantenere un minimo di contegno nel periodo che lo ha visto affermarsi con i The Jam, è con i The Style Council che mi sono definitivamente perso. Diversi supporti originali di Cafè Bleu e Our Favorite Shop sono stati sacrificati attraverso la totale usura degli stessi, nelle più svariate forme, dai vinili alle musicassette, per poi passare a diverse edizioni di cd, e per fortuna che adesso sono disponibili in best-buy. Giocatomi così gli anni ’80 (e approfitto per esprimere totale riconoscenza per quello che – anche – grazie a lui NON sono diventato), anche negli anni ’90 non ha voluto farmi mancare la sua preziosa guida spirituale, che ho assimilato attingendo dai suoi album da solista che hanno raggiunto le vette di ispirazione in Wild Wood e Stanley Road. Proprio da Stanley Road estrapolerei una delle tracce che lo possa rappresentare appieno, quella You Do Something To Me alla quale spetterebbe di diritto l’ouverture della playlist da camera (hem, si, quella playlist sensuale di cui si parlava tempo fa, così difficile da selezionare).
Comunque, per farla breve, adesso il buon John William (vero nome - ma John Weller non andava altrettanto bene di Paul Weller?) ci serve su un piatto d’argento, dopo averci tenuti in caldo con il disco di cover Studio 150 dell’anno scorso, un nuovo [aggettivo adulativo a piacere] disco: As Is Now, ovvero il rock’n’soul che lo contraddistingue espresso ai suoi livelli migliori: Non facciamoci ingannare dall’improbabile doppiopetto gessato della copertina, Paul non si è imborghesito, rimane quello che è stato il punto di riferimento di tanti dei gruppi per cui sbaviamo (o – per lo meno – abbiamo sbavato). Ed in quello che sembra essere una sorta di effetto volano, Weller confessa di aver ritrovato ispirazione ed entusiasmo creativo nell’ascoltare la nuova ondata di band anglosassoni, nominando espressamente Kaiser Chiefs, The Dogs, Subways e Kings Of Leon (Aha, ancora!). A parte le due tracce già circolate con largo anticipo, la sincopata From The Floorboars Up ed il singolo Come On/Let’s Go, rimango conquistato da Blink And You’ll Miss It, sono pronto ad innamorarmi di nuovo sulle note di Savages nonché della seguente Fly Little Bird; sono due brani distinti, ma credo che non debbano essere scissi. E prima di chiudere c’è ancora tempo per una Bring Back The Funk part 1&2 che prende decisamente il controllo del capo che inizia ad ondeggiare a ritmo, mentre riff maliziosi annullano le residue speranze di mantenere un minimo di oggettività nei confronti di un disco che mi farà parecchio compagnia quest'autunno.

Road To Rouen: sembra il titolo dell’ennesimo gioco strategico in tempo reale ambientato durante lo sbarco in Normandia. Invece, fortunatamente, si tratta solamente del quinto album dei Supergrass, il penultimo previsto dal loro contratto a lunghissima scadenza con la Parlophone. Il disco è stato registrato a Rouen, appunto, rinnovando una consuetudine che aveva visto i Supergrass registrare in Francia anche il precedente Life On Other Planets.
I Supergrass hanno contribuito in maniera determinante all’affermazione ed alla diffusione del movimento britpop, eppure ai più sembra che non siano riusciti ad ottenere un adeguato tributo per la discografia prodotta, che solo un anno fa era stata celebrata dalla raccolta Supergrass Is 10, che sanciva anche il decennio di attività della band. Forse il motivo era ed è dovuto al fatto che i loro singoli non hanno mai varcato la soglia della notorietà assoluta alla Oasis e Blur, per intenderci. Magari è mancata la ballatona alla Wonderwall o il tormentone alla Song 2, però sono più d’uno i brani che hanno i crismi per entrare nel gotha del britpop, da Caught By The Fuzz (1994) ad Alright (1995), ma soprattutto Moving (dal loro album più bello – quello eponimo del 1999).
E’ anche vero che gli Oxfordiani, un trio diventato quartetto lungo il percorso, non sembra averci mai fatto troppo caso, e – giustamente – ha continuato a lavorare sodo sia in studio che, soprattutto, dal vivo. La loro linea musicale sembrava essere ben definita, con brani piuttosto cadenzati e vivaci a dipingere piccoli e divertenti quadretti di vita vissuta, ed è quello che più o meno mi aspettavo di ritrovare anche in Road To Rouen.
Sorpresa, invece, Gaz Coombes e soci hanno cambiato stile, e ci consegnano un album che farà la felicità di quelli come me che prediligono suoni più orchestrati, magari meno immediati ma certamente più strutturati. Se non è stato un colpo di fulmine, poco ci manca, in questi giorni non ho fatto altro che ascoltarlo e si, convincermi sempre di più che questo è uno degli album che maggiormente ha sollecitato le mie corde in questo 2005.
E’ corto, nove brani di cui uno strumentale di 1’ e 30” (che peraltro rimane incollato alle orecchie come pochi: il mezzo-western Coffee In The Pot – con annesso urletto Oi!), ma questo particolare alla fine risulta essere un pregio, perché è del tutto privo di episodi riempitivi.
Volendo semplificare molto, si potrebbe provocatoriamente sostenere che i Supergrass nell’ultimo paio d’anni abbiano fatto una full-immersion di White Album (ascoltare Sad Girl per credere) ed altre produzioni beatlesiane. Allo stesso modo si potrebbe pensare che il modo di fare musica dei Gomez abbia potuto costituire un’ispirazione. Ma sarebbe molto riduttivo: il marchio di fabbrica, anche se in secondo piano, rimane ben distinguibile.
St. Petersburg sarà il singolo che romperà il ghiaccio, mentre il CD sarà disponibile da Ferragosto. Tales Of Endurance e Roxy sono altri due pezzi di pregio, il secondo in particolare con un cambio di ritmo e progressione finale. Un disco da 4,4 su 5,0

Una delle valutazioni più difficili da effettuare, è da una ventina di giorni che rimane nel limbo degli ascolti, e questo fatto è già indicativo di per sé. Quindi l’uscita ufficiale venerdì, l’acquisto pressoché obbligato (non si può certo interrompere la discografia completa proprio ora?), non tanto per quello che esprimono ora, ma come una sorta di debito di riconoscenza per quello che hanno rappresentato negli anni, trascinandoci di forza in un genere, il britpop, che forse avremmo potuto vivere in maniera più distaccata. Il 1994, le prime esperienze sulla rete (quando ancora di parlava di gopher, BBS e si viaggiava a 1200 bit – bit eh – non Kbit…), un amico australiano del New South Wales che ti schiude le porte di uno degli esordi più stupefacenti di quegli anni: Definitely Maybe. Ma ancora di più dirompente sarà quell’album che seguirà, quello dallo strano titolo che si rifà all’alzabandiera mattutino: (What’s The Story) Morning Glory?, letteralmente consumato e che ha scandito uno dei passaggi più emozionanti della vita come l’attesa del primo discendente e la sua venuta al mondo. In confronto a tanto valore aggiunto le idiozie e le farneticazioni dei fratelli Gallagher passano in secondo piano, in quanto ascoltare la voce di Liam e seguire i testi e la trama musicale di Noel rappresenta sempre una sorta di appagamento subliminale. Tra l’altro si è aggiunto nel tempo Andy Bell, un altro interprete che mi aveva regalato un disco apprezzatissimo nella sua incarnazione Hurricane #1 (Smoke Rings dall’ EP Step Into My World è un pezzo da cui non riesco a privarmi).
Quindi, nonostante tutti i segnali potessero essere piuttosto negativi a riguardo di Don’t Believe The Truth, ho approfittato del week-end scorso e di una serie di ascolti ciclici in auto insieme a colei che è la loro maggiore sostenitrice, per carpire le sue reazioni, probabilmente meno prevenute delle mie. Il risultato è piuttosto omogeneo invece, ed unanimemente è piuttosto semplice: il disco è piacevole, scorre anche via bene, ma alla fine realizzi che nessuno di questi 11 pezzi entrerebbe in un ipotetico “Best Of” dei mancuniani. Il suono registrato agli Olympic Studios di Londra è pulito ed ulteriormente raffinato dal mixaggio al The Village di Los Angeles, però da solo non può certo bastare a sopperire alla mancanza di ispirazione che sembra ormai ineluttabilmente accompagnare questo gruppo che probabilmente non riuscirà mai più a raggiungere le vette dei titoli menzionati poc’anzi. Manca la “fame”. E poco aiuta il ricorso ai riferimenti ai mostri sacri britannici dagli Who agli Stones, oltre ai soliti quattro di Liverpool, a cui abbastanza sorprendentemente si aggiunge un richiamo allo Springsteen di The River (in Mucky Fingers, con tanto di armonica). Se dovessi proprio indicare due pezzi per cui vale la pena di far finta che non siano passati diec’anni, dico Part Of The Queue e Keep The Dream Alive.
Però togliete quel cazzo di tamburello a Liam…
Valutazione 3.8 su 5.0

Arrivano contemporaneamente tre album che, per motivi diversi, ho aspettato con grande curiosità ed una certa dose di speranzosa aspettativa: The Tears, Oasis e Turin Brakes. L’imbarazzo nella scelta è una piacevole inquietudine, è difficile concentrarsi su uno per crearsi un giudizio consistente, che non risenta dell’istintività del primo ascolto. Oltretutto ci sarebbero anche i lavori di gruppi/entità come Architecture In Helsinki e The Russian Futurists che meriterebbero qualche riga. Ma la scelta cade su Here Come The Tears dei The Tears, disco con cui mi sembra di aver raggiunto un soddisfacente livello di confidenza.
Scrivi The Tears e devi stare attento a non digitare Suede, perché di fatto è di una reincarnazione degli Suede che si parla. E non degli Suede ultima maniera, quella un po’ insipida e con la voce di Brett Anderson sottotono, ma degli Suede degli esordi, quelli in cui Bernard Butler costituiva con Anderson una delle coppie più talentuose del panorama musicale britannico, prima di dividersi in concomitanza con la pubblicazione del secondo album Dog Man Star nel ’94. Gli Suede guidati da Anderson hanno proseguito la loro attività sino al 2003, regalandoci episodi di assoluto rilievo, pezzi come Everything Will Flow che possono essere tranquillamente inclusi nelle già citate 31 canzoni Hornbiane.
Ma quella parentesi che sembrava esaurita con lo scioglimento del 2003 torna oggi a riaprirsi sotto un altro nome (ispirato da un poema lacrimoso di Philip Larkin: Femmes Damnées che termina con "the only sound heard is the sound of tears") ma con la stessa consistenza dei primi due album, quelli considerati più belli dai puristi degli Suede. La voce di Anderson, sollecitato dal confronto artistico con il ritrovato compagno, torna ad essere quella più decisa degli anni ’90, e le tracce ritrovano la chitarra affilata di Butler, aggiungendo una terza dimensione alle caratteristiche ballate scamosciate. Accantonato il sospetto di un operazione commerciale di dubbio gusto, ci si può abbandonare alla consistenza del disco dei londinesi, che si snoda lungo un percorso composto da tredici tracce, introdotte dal primo singolo Refugees (link al video), adeguatamente rappresentativo del rinnovato corso, al quale si aggiungono Autograph, Imperfection e Beautiful Pain – ma non solo – nel fornire la testimonianza che dieci anni dopo il percorso è ripreso esattamente dove era stato interrotto. In Fallen Idol è possibile distinguere una estemporanea citazione di Morricone eseguita da Anderson. Lovers sarà invece il secondo singolo.
Valutazione 4.2 su 5.0
Monterey in dEUS
Monterey in Scattered Notes #6
Monterey in Fleet Foxes
Medicineman in dEUS
utente anonimo in Fleet Foxes
j4son in Scattered Notes #6
utente anonimo in Fleet Foxes
Monterey in Elbow
Monterey in dEUS
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