"Life is hard
and so am I."
- Mark Oliver Everett -
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Il 2009 musicale appare molto promettente, probabilmente migliore di un 2008 che ha regalato diversi buoni dischi ma che è mancato negli acuti, quelli che restano negli annali. Il mio promemoria degli album che usciranno nell'anno che sta per arrivare è infatti già piuttosto nutrito:
• Ambulance Ltd – Second Album (curato da John Cale, Ivy e Ladyfingers sono brani che promettono già molto)
• Arcade Fire – The Box OST (un paio di pezzi strumentali)
• Badly Drawn Boy – EP
• Band Of Horses – Third Album
• Belle & Sebastian – God Help The Girl
• Black Stoltzfus – Debut Album (in realtà sarebbe il secondo perchè è il nuovo nome della band Mazarin dopo le grane legali relative al precedente nome del gruppo)
• Cake – Live At Crystal Palace e Sixth Album
• Doves – Fouth Album (House Of Mirrors?)
• Franz Ferdinand – Tonight (26 gennaio)
• Gomez – A New Tide (30 marzo)
• Idlewild – Seventh Album
• Kasabian – Third Album (“Fire”? – stile Syd Barret dei primi Pink Floyd)
• Manic Street Preachers – Journal For Plague Lovers
• Morrissey – Years Of Refusal (16 febbraio)
• Mumford & Sons – Debut Album
• Muse – Fifth Album (registrato in Italia, Lago di Como)
• Pela – Rise Ye Sunken Ships (secondo album di un gruppo decisamente troppo sottovalutato)
• PJ Harvey – A Woman A Man Walked By (30 marzo)
• Red Light Company – Fine Fascination (16 febbraio)
• Starsailor – All The Plans (3 marzo)
• Sufjan Stevens – New Jersey (?)
• The Boy Least Likely To – Law Of The Playground
• The Decemberists – Hazards Of Love (24 marzo)
• The National – Live EP
• The Rakes – Klang (16 marzo)
• The Temper Trap – Debut Album
• The Veils – Third Album
• White Lies – To Lose My Life (19 gennaio)
• Wilco – Seventh Album (annunciate sonorità tipo Yankee Hotel Foxtrot)
• Yeah Yeah Yeahs – Third Album

Erano settimane che aspettavo un album così; uno di quelli di cui ci si può innamorare perdutamente e mettere in repeat per ore. Il fatto che poi giunga da una band di cui è stata molto sottovalutata la produzione sin ora e che le strade del web 2.0 mi abbiano portato in passato ad entrare in contatto con un componente della stessa (Nick Campbell – chitarra e voce), conferisce all’accadimento ancor più coinvolgimento e soddisfazione.
Gli Arizona sono stati seguiti a lungo, e l’impressione che potessero prodursi in un disco sopra alla media era forte e chiara. Ciò nonostante Glowing Bird supera le già elevate aspettative. Come da tradizione per il gruppo è stato partorito in uno studio improvvisato in un paesino montano disperso sugli Appalachi, ed ha beneficiato dell’apporto di Danny Kadar (ingegnere del suono per My Morning Jacket e The Avett Brothers) che ha svolto la funzione di catalizzatore per riuscire ad ottenere da ciascuno dei quattro componenti del gruppo il meglio di loro in termini di scrittura, composizione ed esecuzione, per mettere quindi appieno a frutto l’indubbio talento dei ragazzi originari di Brooklyn. Colors, ispirata da un’alba caratterizzata da nuance di una bellezza quasi contundente, è per i miei gusti la canzone più bella di quest’anno e mi ricorda i migliori episodi dell’inizio degli anni novanta, contraddistinta da una chitarrona quasi grunge. Ma ci sono altre tre o quattro tracce che mi fanno trasalire, ed il bello è che si sviluppano su temi ed atmosfere anche molto diversificati, da You Were Right a Ghost, dalla title track a Easily, per chiudere con Whiskey Or Wine. Con Colors sono sei, in realtà, e allora posso tranquillamente confermare che si tratta di un gran disco. Spero solo, a questo punto, che Nick mantenga la sua promessa: nel 2009 venire in tour anche in Italia.
Colors video
Easily mp3
Whiskey Or Wine mp3

“CAW! CAW! È ciò che si ottiene quando fate crescere tre ragazzi in una caverna di ghiaccio con una dieta a base di cioccolata calda, pollo fritto ed ambrosia (inteso come nettare degli Dei, non la malefica infestante che mi fa starnutire anche solo a scriverne il nome- ndt); e quindi fornendo loro delle chitarre.
Formatosi originariamente nel 2001 come gruppo post-punk, un lustro di sessioni, registrazioni ed evoluzioni insieme in un attico della north side di Chicago ha affinato questi giovanissimi in una entità formata da svariati componenti: un pizzico di disperata naïvità (intontita da imprudenti tessiture di chitarre) ed una salutare dose di rock and roll convinto (propulso da sezione ritmica furbesca ed esplosiva). Loro suonano in maniera trasognante, eccessiva, rabbiosa e docile.
Col tempo, il loro gruppo originariamente punk è cresciuto in una cosmic pop band, quindi in un trio di musica d’ambiente e sperimentale, fino all’attuale definizione di una paletta di suoni che spazia nel terreno che accomuna tutti questi generi, ma non solo. CAW! CAW! Suonano una musica che si scuote, si lamenta , esplode e quindi si trascina barcollante sino al letto, solo per emergere di tanto in tanto per pochi brevi e malinconici respiri…
…CAW! CAW! È lo stargazer, il rude cowboy, il sincero, l’ipocrita ed il selvaggio bambino asessuato che vorresti ancora essere. Loro suonano per tutti, ma si specializzano in canzoni terrestri per esploratori dello spazio, viaggiatori del tempo, amanti delle battaglie di cuscini, giocatori di minigolf e teenager che vogliono farsi distinguere. Se sei uno di questi, o solamente un ragazzo da qualche parte, questa può essere la band che fa per te.”
Avrei forse potuto rimanere insensibile ad un richiamo del genere, la più fantasiosa ed intrigante descrizione di un gruppo che mi sia capitato di leggere? Ma il bello è che è tutto (o quasi) vero. E’ bastato un ascolto per capire che si trattasse di una delle più interessanti nuove proposte di questo periodo. L’EP Wait Outside, in uscita il 23 settembre, sarà il loro esordio ufficiale; 28 minuti di musica da gustare, senza scarti e ritagli con un ampia rappresentazione dei diversi generi menzionati nella presentazione. Se è vero che il loro primo concerto si è tenuto nei bagni del dipartimento di arte della loro scuola superiore a Chicago, alla presenza di preside e vice-preside – andando piuttosto bene peraltro – , mi sento di poter scommettere che presto si schiuderanno palcoscenici ben più prestigiosi per questi tre giovani.
Organisms mp3
Mi piace molto il nuovo disco dei Deerhunter, Microcastle, il terzo del gruppo shoegaze originario di Atlanta che verrà pubblicato dalla interessante etichetta Kranky nelle prossime settimane. Sono fino ad ora rimasto un po’ sconcertato dall’attitudine del segaligno frontman dei Deerhunter, Bradford Cox, e dalla sua abitudine di presentarsi sul palco con un vestito (nel senso di abito monopezzo magari anche un po’ vintage) da donna, per non parlare delle confidenze a riguardo delle proprie bizzarre abitudini sessuali che riserva al pubblico al termine dei concerti, ma questi fatti poco hanno a che fare con la musica, e se mi limito ad ascoltare le sue produzioni (assieme al resto della band ovviamente) non posso che professarmi grato per quanto offerto. Del resto la sua eccentricità gli ha già consentito di attirare l’attenzione del fashion business, promuovendolo al rango di testimonial del marchio Converse e del prodotto icona dell’indie, le Chuck Taylor, unitamente alla adorabile Eleanor Friedberger dei Fiery Furnaces (in passato anche con Prada) ed a Julian Casablancas dei The Strokes, per nominarne solo alcuni.
Microcastle pare piacere sia ai fedeli seguaci del gruppo sin dalle prime produzioni che a coloro che non avrebbero mai pensato di poterlo apprezzare. Forse la chiave risiede nel fatto che oltre al puro shoegaze stile My Bloody Valentine (da sempre segnalati come loro primaria influenza) in questo disco si fa largo anche un po’ di psych-pop, rendendolo più orecchiabile specie in alcune tracce.
Agoraphobia mp3

Odditorium or Warlords of Mars, nel 2005, ha rappresentato una delle più grosse delusioni di questi ultimi anni. The Dandy Warhols erano stati inflazionati dagli spot e dalle varie colonne sonore, ma la speranza che potessero consegnarci qualche altro brano della godibilità di Godless, I Am Sound, You Were The Last High o We Used To Be Friends, giusto per evitare di menzionare quello che dopo il cinque milionesimo passaggio ci aveva vagamente stufato, era piuttosto giustificata; quel disco invece è risultato del tutto piatto e privo di qualsiasi attrattiva, totalmente inutile, in due parole. Ringrazio l’era del “preascolto” altrimenti avrei certamente buttato tre banconote azzurrine, vista la considerazione che riservavo al gruppo di Portland, strettamente imparentato con quei The Brian Jonestown Massacre con cui dividono l’esperienza di DiG! il film-documentario di culto (che hanno recentemente pubblicato My Bloody Underground – un’altra perla di psych rock aggiunta alla loro rilevante collezione), capace di produrre uno space rock alla portata di tutti, forse anche troppo. Dopo quel triste episodio non ero affatto certo che Courtney Taylor sarebbe stato in grado di riportare la propria band a livelli più consoni, non dico a quelli di Thirteen Tales from Urban Bohemia, ma almeno alla sufficienza.
Arriva invece oggi ...Earth To The Dandy Warhols... (titolo già utilizzato per un brano del rarissimo The Black Album) a dissipare il mio scetticismo. Un complicato meccanismo di sottoscrizione rende disponibile il download dell’album con ampio anticipo sulla data di pubblicazione, prevista per il prossimo autunno, altrimenti lo streaming è accessibile liberamente. Il disco impiega quattro tracce a carburare, e solamente la seconda metà consente di sciogliere le riserve. In particolare l’accoppiata Talk Radio / Love Song (che vanta la presenza di Mark Knoplfer) sembra riconsegnarci i migliori The Dandy Warhols, ma anche la ballata con venature western The Legend of The Last of the Outlaw Truckers AKA the Ballad Of Sherriff Shorty – che concorre al primato di titolo più lungo della storia – mentre i puristi dello space rock possono abbandonarsi alla suite finale di quasi un quarto d’ora Musee D'Nougat, una vera passeggiata spaziale.
Love Song mp3

Tre gruppi sino ad ora pressoché sconosciuti hanno saputo guadagnarsi una certa visibilità in questo scorcio d’annata nell’ambito del panorama indie più integralista. Sebbene dalle caratteristiche diverse, sono tutti accomunati dal fatto di avere pubblicato esordi a vario titolo tra il 2005 e 2006, salvo dovere attendere una necessaria maturazione per ottenere l’attenzione che certamente meritano: The Dodos (psych-folkrock da San Francisco); The Ruby Suns (world indiepop – alla Architecture In Helsinki per intenderci – dalla Nuova Zelanda) ed i Fleet Foxes da Seattle.
Proprio questi ultimi sono, alla luce degli ultimi risvolti, vedi apparizione del loro album di esordio – eponimo – che vedrà ufficialmente la luce ad inizio giugno attraverso Sub Pop / Bella Union, quelli che hanno saputo far breccia nelle mie orecchie. Il primo incontro con i Fleet Foxes, e il nome scelto dai cinque componenti del gruppo mi ha istintivamente suscitato simpatia, risale all’EP Sun Giant, pubblicato ad inizio 2008 che, contrariamente alle recenti abitudini discografiche, contiene brani che non si sovrappongono in alcun modo a quelli presenti nel disco full-lenght che lo segue di pochi mesi. Ma se l’EP non era stato in grado, da solo, di consentirmi di realizzare se le sonorità proposte dai Fleet Foxes mi piacessero davvero, ho trovato le risposte – affermative – che cercavo con l’ascolto dell’album.
Nella musica dei Fleet Foxes la voce è lo strumento primario, per loro stessa ammissione attingono da folk, musica corale, gospel, psichedelica barocca (!), musica tradizionale dall’Irlanda al Giappone, ed infine musica contemporanea della costa occidentale, in particolare dei gruppi amici dell’area di Seattle. Quest’ultimo riferimento mi pare particolarmente significativo, in quanto il modo di cantare del vocalist dei Fleet Foxes mi ricorda in diverse occasioni il miglior Ben Bridwell dei Band Of Horses, anche se il risultato finale si differenzia nelle atmosfere, più folk, più corali e con un costante effetto riverbero, che è valso loro anche qualche critica in quanto molto vicino allo stile My Morning Jacket (il cui ultimo album Evil Urges è davvero incantevole).
Ragged Wood mp3
Blue Ridge Mountains mp3

Il singolo The Architect è già apparso da diverse settimane, reso disponibile per il libero ascolto anche su last.fm, ed ha contribuito a seminare un po’ di terrore tra le fila degli appassionati dei dEUS. Non che sia una brutta canzone, per carità, ma è piuttosto poco rappresentativa delle qualità di Tom Barman e compagni, forse anche tendente al commerciale, e questo non poteva che suscitare qualche legittima perplessità. Era quindi arrivato anche il secondo brano, nonché video, Slow, ma da solo non era bastato a fornire indicazioni rassicuranti a riguardo dello stato di salute del quintetto belga, a mio avviso la migliore band contemporanea dell’Europa continentale.
Fortunatamente l’ascolto dell’intero Vantage Point, album in uscita in questo mese, riesce a spazzare via tutte le perplessità e le apprensioni che hanno accompagnato la sua attesa. E lo fa anche in modo del tutto inequivocabile: è un gran disco e non si limita ad essere un’estensione dello splendido Pocket Revolution. I dEUS non ritrattano il suono che ha contraddistinto i loro esordi, casomai lo rivisitano, aggiungendovi nuovi slanci sino a consegnare una varietà di brani, dieci per quarantasei minuti e mezzo, sempre diversi nei tempi e nelle atmosfere, a dimostrazione di una versatilità ammirabile e di una decisa consapevolezza dei propri mezzi. Ottima l’opportunità di poter constatare se queste impressioni si riveleranno fondate in occasione della prossima data dell’8 maggio, a Milano ai Magazzini Generali, luogo che – nonostante la sua atipicità – mi ha già regalato serate indimenticabili.
Oh Your God mp3
Popular Culture mp3
Edit del 14 maggio:
La plausibile scaletta del concerto è la seguente. La difficoltà nel ricordare l'esatta sequenza è da addebitare alla fase in cui si sono susseguiti ininterrottamente brani di Vantage Point, che talvolta non differiscono neanche molto tra loro. Tom Barman prevedibilmente immenso, assegno pertanto la nota di merito a Mauro Antonio Pawlowski ed alla sua allure.
When She Comes Down
Sun Ra da Poket Revolution
Instant Street da The Ideal Crash
Fell Off The Floor, Man da In A Bar Under The Sea
Slow
Theme From Turnpike da In A Bar Under The Sea
Favourite Game
Smokers Reflect
The Vanishing Of Maria Schneider
The Architect
Is A Robot
Bad Timing da Poket Revolution
---
What We Talk About da Poket Revolution
For The Roses da In A Bar Under The Sea
Oh Your God
Suds & Soda da Worst Case Scenario

Narrow Stairs è il titolo del nuovo album dei Death Cab For Cutie in uscita a maggio. E’ stato annunciato dalla band come “più rumoroso, più dissonante e… abrasivo”, dato che Gibbard, Walla e compagni non si sentono in obbligo di dover dimostrare ancora qualcosa e quindi si sono sentiti liberi di fare un album con il suono che più preferiscono. Le premesse sono indubbiamente interessanti, forse potranno deludere i fan dei DCFC vecchio stile, ma il primo singolo conferma che non è proprio il caso di aspettarsi un nuovo Transatlanticism. I Will Possess You Heart è costituita da un intro strumentale di ben quattro minuti, un giro di basso su cui si inseriscono chitarre riverberate, sporadiche tastiere ed infine la batteria, con una struttura di circa trenta secondi che sembra ripetersi in loop sino all’arrivo dell’inconfondibile voce di Gibbard. Ricorda per certi aspetti alcuni pezzi dei The Secret Machines, e questo per me non è affatto un male. Di certo preferisco questa evoluzione piuttosto che un altro Plans. Ed una copertina così non poteva mancare in questo spazio azzurrognolo…
I Will Possess Your Heart (Album Version) mp3
E’ abbastanza strano che io non abbia mai dedicato dei post ai Band Of Horses, uno dei gruppi che ho ascoltato di più in questi ultimi anni. Una questione di tempistica forse, dato che i loro album mi sono molto piaciuti entrambi, anche se probabilmente Everything All The Time rimane il migliore dei due, ma non considero Cease To Begin un disco minore, come invece tanti ritengono. E’ certamente vero che se Matt Brooke fosse rimasto nella band dei cavalli, forse anche Cease To Begin sarebbe stato più significativo, ed il gruppo avrebbe un tasso qualitativo ancor più elevato.
Ottima occasione la data di ieri sera per ovviare a questa lacuna, oltreché per avere un contatto ravvicinato con Ben Bridwell e la sua superlativa voce, il dioscuro rimasto leader maximo del gruppo, che ha emanato puro carisma indie nell’arco della durata del concerto, senza divismo e con tanta semplicità, nella sua camicia di flanella a scacchi beige e marrone, segno distintivo del rock a connotazione outdoor.
A supporto si sono esibiti prima Tyler Ramsey (vedi questo post), che si è successivamente aggregato ai Band Of Horses come chitarrista aggiunto, iniziando con la sua notevole A Long Dream, dall’album A Long Dream About Swimming Across the Sea, indossando la t-shirt del gruppo che sarebbe salito sul palco da lì a poco: The Cave Singers. Le chiacchiere da concerto, unitamente ad un estemporaneo incontro a 30 anni di distanza con un compagno delle medie inferiori (! – è vero che sono fisionomista se sono riuscito a riconoscerlo – bellissimo scoprire che anche lui è un quarantenne appassionato di gruppuscoli alternativi) mi hanno impedito di seguire con attenzione il rimanente set di Tyler – che richiede comunque una spiccata propensione per il folk più puro – e di quello dei The Cave Singers che non sono sembrati memorabili, ad onor del vero, ad eccezione di un singolo brano.
Piuttosto tardi si affacciano i BOH, in sei sul palco, e dopo poco attaccano le note di Monsters in una versione che è sembrata ancor più lenta di quella su Everything..., e dalla postazione in consolle, con l’ausilio della scaletta criptata appoggiata sul mixer, nel senso che tanti brani sono indicati con un codice interno al gruppo, riesco a decifrare la scaletta:
MONSTERS (S/T)
SNOW (The First Song)
GHOST (Is There A Ghost)
SALT (The Great Salt Lake)
TOO SOON (Islands On The Coast)
GIL (Wicked Gil)
LRC (Ode To LRC)
13 DAYS (Thirteen Days – J.J. Cale Cover)
OLDER (Why You Never Get Older – di Ryan Monroe – tastierista)
NO ONE (No One’s Gonna Love You)
FUNERAL (The Funeral)
WEED (Weed Party)
WRITERS (The General Specific)
Encore
MARRY (Marry Song)
HOUSE (Cigarettes, Wedding Bands)
GOODMAN (Am I A Good Man – Them Two Cover) mp3
Probabilmente Funeral risulta essere il miglior pezzo della serata, seguita a ruota da Is There A Ghost, dato che in entrambe le canzoni la voce di Bridwell ha espresso il massimo potenziale, nella sua unicità e brillantezza. L’acustica era discreta, il Musicdrome pare aver tratto giovamento dal restyling, e solo i livelli della batteria sembravano non perfetti in quanto si sentivano molto più i piatti dei tamburi, ma è giusto un dettaglio. Una canzone che mi è mancata? Forse Detlef Schrempf, ma mi rendo conto che è piuttosto personale e poco adatta ad un live.
Una serata con gli EELS, che oggi sono solo due: Mark Oliver Everett e “The Chet” Atkins III. Una sessione intima e comunicativa, durante la quale le digressioni non distolgono il focus dalle ventidue canzoni.
Un lungo preludio costituito dalla proiezione del documentario della BBC “Parallel Worlds, Parallel Lives”, incentrato sul viaggio che Mr. E compie alla ricerca della comprensione delle teoria degli universi paralleli formulata dal padre, il genio della fisica Hugh Everett, negli anni ’50, la meccanica quantistica e la contrapposizione alla Interpretazione di Copenhagen di Niels Bohr. Ma soprattutto il percorso di un uomo che cerca di ricomporre un rapporto con un padre con cui ha potuto avere un contatto fisico solo il giorno della sua morte, per constatarne il decesso. Un padre che ha segnato la famiglia indelebilmente, con il suo genio ed il suo apparente distacco dagli affetti, dai fatti concreti.
Difficile per la totalità del pubblico poter apprezzare in pieno il valore di questo filmato, che per la sua lunghezza richiederebbe una visione tranquilla e domestica, e soprattutto una adeguata traduzione per chi non padroneggia l’idioma inglese e magari un minimo interesse per la fisica; infatti una minoranza della platea rumoreggia prima del termine della proiezione esprimendo l’impazienza di passare alla musica live, sebbene il documentario sia perfettamente accompagnato dai brani migliori degli Eels.
Ed ecco i titoli di coda, accolti con sollievo da molti, il telo si solleva ed una voce dall’aldilà che si materializza nelle casse accoglie Mark Oscar Everett sul palco, il quale si affretta a correggerla: Oliver, non Oscar! Non ci sarà solo musica, quindi, anche un po’ di teatro…
From Which I Came /A Magic World (E solo con chitarra)
Ugly Love (E solo con chitarra)
E chiede al pubblico se preferisce continuare a dissertare di fisica o se invece gradisce di più continuare ad ascoltare rock; all’ovvia reazione a favore della musica E sentenzia “take that, dad!”
Strawberry Blonde (B side di un singolo di E del ’92 – Chet accompagna alla chitarra)
Ant Farm
Fucker
Souljacker part I (Chet accompagna con pedal steel e rende la versione piuttosto blues)
Elizabeth on the Bathroom Floor (Chet come di consueto suona una sega di metallo con l’arco di violino)
Climbing to the Moon (stupenda come sempre in tutte le sue declinazioni – Chet alla batteria)
My Beloved Monster
I Like Birds
Lettura di email di fan, tra cui Michelle che richiede un concerto privato in cambio di una notte indimenticabile, e quella di un appassionato australiano che riempie E di improperi, anche i più volgari, in quanto nell’unica data di Perth Mr. E si sarebbe comportato come un prick con i fan che lo aspettavano all’uscita. Quindi il roadie porta una serie di entusiastiche recensioni dei concerti precedenti che E legge con studiata alterigia, salvo rendersi conto che l’ultima si riferisce agli Eagles ed a quel punto scatta la gag “Do You even know who You work for?” rivolta al pingue collaboratore. Infine chiede a Chet di leggere un passaggio della sua autobiografia “Things The Grandchildren Should Know”, che riguarda l’incontro tra il giovane Mr. E appena giunto a Los Angeles e la sua icona Angie Dickinson (più nota come Sergente Pepper).
Jeannie's Diary
In The Yard, Behind The Church
Secondo brano dell’autobiografia che narra l’episodio della vicina che racconta a E., appena rientrato dalle Hawaii dove si era recato per il suicidio di sua sorella, di aver visto attraverso le finestre uno spirito di donna frequentare la sua casa, episodio che Mr. E interpreta come apparizione di un friendly ghost (e peccato che non esegua mai questo splendido pezzo dal vivo), passato a dare l’ultimo saluto.
Last Stop: This Town (Chet al metallofono/glockenspiel)
I Want To Protect You
Flyswatter (versione clamorosa – da sola vale la serata – con Mr. E e Chet che si scambiano le posizioni alla batteria ed al piano senza perdere una singola percussione: quasi sette minuti da brividi e headbanging sincrono della platea)
Bus Stop Boxer
Novocaine for the Soul (E alla batteria – dove dismostra che al suo primo strumento suonato da ragazzo raggiunge vette incredibili – Chet suona una chitarra molto distorta)
Good Times Bad Times (Led Zeppelin cover – cantata da Chet con Mr. E sempre alla batteria)
Somebody Loves You
Souljacker part II (E al piano e Chet suona ancora una lama)
(Encore 1)
I'm Going to Stop Pretending That I Didn't Break Your Heart
(Encore 2)
P.S. You Rock My World (che altro chiedere?)
In queste occasioni si rischia di essere ripetitivi nell’esprimere i commenti ed i giudizi a riguardo di un personaggio che si ama, per esibizioni che ti appagano profondamente. Basta dire che sono davvero contento che in quest’occasione siano state presenti anche due preziose persone che conosco che vivono gli Eels quotidianamente. Ne mancava una, ma la perfezione non è di questo mondo, si sa. Forse di uno degli universi Everettiani?
Riferimenti:
Parole di Viridian, Lucia e Felson
Video di Piero di Last Stop: This Town

Haunting. Non ho mai trovato un vocabolo italiano che sappia tradurre in maniera soddisfacente il significato di haunting. Evocativo non è sufficiente, haunting è qualcosa di più, sembra quasi contenere un’accezione sovrannaturale, che trascende. Qualsiasi concetto riferisca ad haunting, ebbene ciò si adatta perfettamente a The Seldom Seen Kid, nuovo album degli Elbow.
L’aspettativa che ha accompagnato questa uscita era composta da un misto di sensazioni, dall’ovvia speranza di accedere ad un nuova opera d’eccellenza alla Cast Of Thousands alla meno scontata preoccupazione di ritrovarmi di fronte ad un nuovo – parzialmente deludente nella mia valutazione personale – Leaders Of The Free World.
Non c’è pericolo, The Seldom Seen Kid è splendido, in particolare nella sua seconda metà, e contiene quella che sarà una delle ballate più belle di quest’annata: Weather To Fly. Un pezzo per amare chi ci sta di fianco, chi non c’è più e chi ci sarà un domani.
Curiosamente, dopo che il 2007 ha visto una netta prevalenza di produzioni nordamericane con elevata affinità ai miei gusti musicali, questo scorcio di 2008 fa registrare una notevole riscossa da parte delle realizzazioni del Regno Unito, dove Manchester - come previsto - riveste un ruolo di primo piano, dopo I Am Kloot ed Elbow ed in attesa degli adorati Doves…
Weather To Fly mp3
One Day Like This mp3
Grounds For Divorce video:
Alcune anticipazioni da album sophomore di sicuro interesse, in uscita tra marzo e aprile:

Islands - The Arm mp3
Dal secondo album della band di Montreal: Arm's Way

Guillemots - Get Over It (Radio Edit) mp3
Dal secondo album della band inglese di Fyfe Dangerfield: Red

Tapes 'n Tapes - Hang Them All mp3
Dal Secondo album della band di Minneapolis: Walk It Off

I Foals sono unanimemente considerati da media ed appassionati a divenire il gruppo rivelazione del 2008, sebbene già lo scorso anno con un paio di singoli, Hummer e Mathletics, si erano già guadagnati una discreta ribalta. Ma sarà indubbiamente l’album d’esordio Antidotes, la cui pubblicazione è prevista per il 24 marzo, a sancire definitivamente il passaggio da promessa a vera “big thing”. Inizialmente piuttosto tiepido, sia per l’hype che li circondava che per il fatto che venissero erroneamente accostati ad altre realtà britanniche come i Klaxons ed i The Maccabees, ho impiegato davvero pochi passaggi per capire che in realtà in questo caso non c’è trucco, e che i cinque oxfordiani hanno davvero stoffa. Sorprendentemente ho trovato pochi riferimenti nella loro biografia ai !!! (Chk Chk Chk), il gruppo che più mi ricorda il loro suono elettronico incastonato su battiti veloci e riff sapienti, ma citerei anche i The Rapture e certi passaggi di Silent Alarm, l’esordio dei Bloc Party tra i componenti della miscela funkpunk che contraddistingue i Foals.
A garantirne il livello qualitativo d’eccellenza concorre il produttore David Sitek, chitarrista dei TV On The Radio, che ha lavorato anche con Liars e Yeah Yeah Yeahs, anche se pare si sia verificata una divergenza di opinioni tra lo stesso e la band a riguardo del mixaggio finale del disco registrato a New York (altro riferimento che rimanda ai !!! e The Rapture), in quanto la versione di Sitek risultava suonare troppo "spaziale" in seguito ad abbondante uso di effetti di riverbero. Inutile sottolineare come sarei molto curioso di ascoltare anche tale versione, oltre a quella che è poi stata adottata per il disco, remixata dal gruppo.
Il singolo è Balloons, già ampiamente disponibile in rete, il secondo sarà invece Cassius. Seleziono quindi un altro paio di pezzi dell’album, oltre ai quali menzionerei The French Open, brano che tradisce la smisurata passione del frontman Yannis Philippakis per il tennis e per Andy Roddick e le sue Lacoste in particolare. Ma è tutto il disco a meritare: headbanging garantito.
Electric Bloom mp3
Big Big Love (Fig. 2) mp3

Il talentuoso Signor Sam Duckworth si è fatto conoscere con lo pseudonimo, alquanto complicato, di Get Cape. Wear Cape. Fly. pubblicando nel 2006 l'album di esordio The Chronicles Of A Bohemian Teenager, definito dalla critica una sorta di risposta inglese a Bright Eyes. In marzo è prevista l'uscita del secondo disco del bohemien dell'Essex, il cui titolo sarà Searching For The Hows And Whys, anticipato dal singolo Find The Time, qui sotto riportato nella versione riveduta e corretta da Plimsouls, emergente DJ di Bristol, noto all'anagrafe della città che ha dato i natali a Banksy come Matt Kemp, destinato a seguire le orme dei celebri connazionali Keiran Habden ed Adam Freeland.
Find The Time (Plimsouls Remix) mp3
Waiting For The Monster To Drown mp3
Chris Walla – Field Manual
Il chitarrista e produttore dei Death Cab For Cutie, che risiede a Portland nell’Oregon, ha finalmente dato luce al suo album solista, con un ritardo di quasi un anno rispetto ai piani originari. Un interessante antipasto rispetto al piatto forte: il nuovo album dei DCFC previsto per maggio e che si preannuncia come un contender per tutte le classifiche indie.
Everybody Needs A Home mp3
A Silver Mt. Of Zion – 13 Blues for Thirteen Moons
Menzionato Efrim Menuk poco tempo fa in occasione del bellissimo disco dei British Sea Power, arriva ora il quinto disco del collettivo canadese, uno degli album più difficili che mi sia capitato di ascoltare negli ultimi mesi. Richiede dedizione e concentrazione, evitate se non ne avete l’umore adeguato.
Blindblindblind mp3
Get Well Soon - Rest Now, Weary Head! You Will Get Well Soon
Che i crucchi sappiano fare grande musica quando ci si mettono non è una novità, senza scomodare Wagner e Beethoven, anche in ambito indie basti pensare a The Notwist, Lali Puna e Ms. John Soda. E Get Well Soon, pseudonimo di Konstantin Gropper, propone un disco d’esordio che non lascerà indifferenti gli amanti dei suoni tipo Calla (quindi me) anche se molti indirizzano il suo indiepop epico verso altri lidi, quella terra d’Albione che ha dato i natali a Thom Yorke, per esempio. Sono d’accordo con chi scrive che il talento di Konstantin risiede anche nella capacità di eludere le etichette, e spaziare in ambiti diversi in ciascun brano, visitando generi anche diametralmente opposti tra loro. Certamente merita l’ascolto, ma richiede un po’ di versatilità uditiva.
Prelude mp3
The Envy Corps – Dwell
Un po’ di sano indie rock dall’Iowa (di sicuro uno stato che mi mancava nella mio assortimento geomusicale), piuttosto immediato e di conseguenza un po’ poco profondo. Amici e supporto dei The Killers, il loro secondo album include il paio di singoli pubblicati l’anno scorso, che sono anche le tracce più significative. Dwell rischia di farsi dimenticare presto ma garantisce un più che discreto intrattenimento musicale che molti accostano ai Doves, anche se per me il paragone suona un po’ blasfemo.
Wires & Wool mp3
Destroyer – Trouble In Dreams
Molti amici di blog, quelli più sensibili ai suoni folkeggianti, impazziranno per questo disco che è oggettivamente bello. Destroyer significa Daniel Bejar e quindi The New Pornographers, Swan Lake e Vancouver, una delle città più belle del mondo IMHO. Mi riprometto di far passare Trouble in Dreams molte volte, perché necessita di essere degustato con calma, leggendo, in una sorta di slow music, sempre più difficile da ottenere con lo spropositato numero di uscite in arrivo.
Foam Hands mp3
Aidan Moffat – I Can Hear Your Heart
L’altra metà degli Arab Strap propone il suo disco solista a distanza di un anno da quello di Malcolm Middleton, ma io faccio fatica a comprendere il concept di I Can Hear Your Heart, e se non fosse per il rispetto e l’ammirazione che provo per lo scozzese, mi sarebbe venuta voglia di accantonarlo seduta stante. Perfetto per chi desidera farsi una cultura sulle peggiori parole coniate oltremanica, ma di musica ce n’è pochina, essendo più che altro un audio book musicato. Il cd è fornito di libro di supporto e sta ricevendo critiche entusiastiche nel regno Unito. Io preferisco aspettare il prossimo di Malcolm Middleton: A Sleight Of Heart.
The Boy That You Love mp3

E’ chiaro, io un Meet The Eels – Essential Eels Vol. 1 1996 - 2006 me lo ero già fatto da un pezzo. Un bel file m3u che spaziava in tutta la produzione di Mark Oliver Everett Jr. nella sua incarnazione anguillesca. Però, vuoi mettere? Ad un paio di cd accuratamente assemblati dallo stesso Mr. E con il classico paio di inediti per fare abboccare tutti gli altri actinopterygii in circolazione nelle acque dell’oceano indieano non si può certo dire di no. E se poi ascolti Climbing To The Moon nella versione editata da Jon Brion (Magnolia ed Eternal Sunshine of the Spotless Mind nel suo curriculum), cadono le ultime residue e tenui resistenze. La soddisfazione è poi scoprire che il mio, di Essential Eels, non differisce davvero molto da quello che lui stesso ha concepito. Non resta che aspettare il 7 marzo, al Conservatorio di Milano, noi ci siamo: settore 4, fila F, posti 19 e 21.
Climbing To The Moon (Jon Brion remix) mp3

Nostalgia dei Grandaddy? Io sì, e tanta. Forse un po' può essere blandita da When Cold Air Goes To Sleep, la prima traccia del nuovo album dei Radar Bros., Auditorium, in uscita a fine gennaio. Il resto dell'album, il quinto della band sudcaliforniana, sarà delizia per le orecchie degli appassionati di psych-folk, tenendo fede alla tradizione dei Radar Bros., così apertamente inclini alle suggestioni di David Gilmour e Neil Young, tra gli altri.
When Cold Air Goes To Sleep mp3

Quest’anno da Manchester aspetto tre doni: i nuovi album dei Doves, degli Elbow e degli I Am Kloot. E quest’ultimo è giunto proprio come un’epifania nelle prime ore di oggi, sotto forma di rip di una delle prime 2000 copie di I Am Kloot Play Moolah Rouge distribuite ai concerti novembrini, interrotti da una lesione alle corde vocali di John Bramwell, in anticipo rispetto alla pubblicazione ufficiale prevista per i prossimi mesi.
Rispetto alla produzione precedente, tra cui Gods And Monsters che è stato oggetto di uno di primi post su questo spazio, quest’album è stato realizzato con l’ausilio di due ulteriori componenti al collaudato trio originale: i fratelli Norman e Colin Mc Leod, che rispettivamente immettono pedal steel (ma non solo) e tastiere al portafoglio musicale degli I Am Kloot. Il risultato è un disco – clamoroso – dal suono un po’ più voluminoso dei precedenti, senza però rinunciare agli episodi acustici che hanno fatto la storia del gruppo, che certamente ha sinora raccolto troppo poco successo rispetto agli evidenti meriti artistici.
Registrato in due! giorni presso gli studi Moolah Rouge di Stockport, suonando ogni pezzo al massimo tre volte, è praticamente un disco dal vivo, ma grazie anche ai quaranta microfoni utilizzati per la presa audio, non risulta affatto lo-fi. One Man Brawl è l’attacco più mancuniano che si possa immaginare per un disco che saprà farsi amare sin dall’inizio, passando per un’accoppiata mozzafiato con Ferris Wheels e Hey Little Bird, tipicamente klootiane, per stendere definitivamente con Down At The Front e Someone Like You, molto prima del finale solitario di At The Sea. E pensare che una delle canzoni più belle, Even The Stars, è rimasta fuori dalle dieci selezionate per l’album, ma ci sarà modo di recuperarla, che sia come bonus track o b-side. Dritti nella top ten 2008.
One Man Brawl AAC 256 kbps
Intervista e preview a Channel M video

E’ vero, io non sono il prototipo dell’appassionato di The Mountain Goats, del resto basta guardare la vetta degli ascolti in last.fm per realizzare come i miei gusti siano più rock e meno folk. E non fosse stato per una certa preziosa persona John Darnielle, leader maximo del gruppo, sarebbe rimasto uno dei tanti abili musicanti di cui non mi sono ancora interessato, ed invece Get Lonely, il loro precedente album, è entrato nel mio universo un anno fa, conquistandomi con la sua elementarità, autenticità ed arguzia dei testi. Come una capra di montagna, verrebbe facilmente da dire.
Se potessi, vorrei essere un amico di John Darnielle, l’ho capito dando un’occhiata al suo flickr, e l’ho sentenziato leggendo cos’ha inciso sul retro del suo i-Pod da 160 Gb. Ho come l’impressione che si possa veramente passare delle piacevoli ore in sua compagnia, magari seguendolo in un tour attraverso gli stati centrali. Per il momento mi devo ovviamente accontentare di ascoltare le sue creazioni, ultima delle quali è il disco Heretic Pride, che verrà pubblicato in febbraio. E’ facile pronosticare che ascolterò molto quest’album, tredici pezzi senza una minima sbavatura, complice quel tal John Vanderslice che ne ha curato la produzione, che mi consentono di proseguire quel percorso intrapreso con Get Lonely senza esitazioni ne’ titubanze. Faccio fatica ad identificare i brani più significativi, ma certamente la title track, In The Craters On The Moon e So Desperate sapranno conquistarsi un elevato numero di connessioni sinaptiche nella mia corteccia cerebrale.
Heretic Pride mp3
In The Craters On The Moon mp3
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