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giovedì, 13 marzo 2008
Band Of Horses @ Musicdrome - Milano, 12 marzo 2008

E’ abbastanza strano che io non abbia mai dedicato dei post ai Band Of Horses, uno dei gruppi che ho ascoltato di più in questi ultimi anni. Una questione di tempistica forse, dato che i loro album mi sono molto piaciuti entrambi, anche se probabilmente Everything All The Time rimane il migliore dei due, ma non considero Cease To Begin un disco minore, come invece tanti ritengono. E’ certamente vero che se Matt Brooke fosse rimasto nella band dei cavalli, forse anche Cease To Begin sarebbe stato più significativo, ed il gruppo avrebbe un tasso qualitativo ancor più elevato.
Ottima occasione la data di ieri sera per ovviare a questa lacuna, oltreché per avere un contatto ravvicinato con Ben Bridwell e la sua superlativa voce, il dioscuro rimasto leader maximo del gruppo, che ha emanato puro carisma indie nell’arco della durata del concerto, senza divismo e con tanta semplicità, nella sua camicia di flanella a scacchi beige e marrone, segno distintivo del rock a connotazione outdoor.
A supporto si sono esibiti prima Tyler Ramsey (vedi questo post), che si è successivamente aggregato ai Band Of Horses come chitarrista aggiunto, iniziando con la sua notevole A Long Dream, dall’album A Long Dream About Swimming Across the Sea, indossando la t-shirt del gruppo che sarebbe salito sul palco da lì a poco: The Cave Singers. Le chiacchiere da concerto, unitamente ad un estemporaneo incontro a 30 anni di distanza con un compagno delle medie inferiori (! – è vero che sono fisionomista se sono riuscito a riconoscerlo – bellissimo scoprire che anche lui è un quarantenne appassionato di gruppuscoli alternativi) mi hanno impedito di seguire con attenzione il rimanente set di Tyler – che richiede comunque una spiccata propensione per il folk più puro – e di quello dei The Cave Singers che non sono sembrati memorabili, ad onor del vero, ad eccezione di un singolo brano.
Piuttosto tardi si affacciano i BOH, in sei sul palco, e dopo poco attaccano le note di Monsters in una versione che è sembrata ancor più lenta di quella su Everything..., e dalla postazione in consolle, con l’ausilio della scaletta criptata appoggiata sul mixer, nel senso che tanti brani sono indicati con un codice interno al gruppo, riesco a decifrare la scaletta:

MONSTERS (S/T)
SNOW (The First Song)
GHOST (Is There A Ghost)
SALT (The Great Salt Lake)
TOO SOON (Islands On The Coast)
GIL (Wicked Gil)
LRC (Ode To LRC)
13 DAYS (Thirteen Days – J.J. Cale Cover)
OLDER (Why You Never Get Older – di Ryan Monroe – tastierista)
NO ONE (No One’s Gonna Love You)
FUNERAL (The Funeral)
WEED (Weed Party)
WRITERS (The General Specific)

Encore
MARRY (Marry Song)
HOUSE (Cigarettes, Wedding Bands)
GOODMAN (Am I A Good Man – Them Two Cover) mp3

Probabilmente Funeral risulta essere il miglior pezzo della serata, seguita a ruota da Is There A Ghost, dato che in entrambe le canzoni la voce di Bridwell ha espresso il massimo potenziale, nella sua unicità e brillantezza. L’acustica era discreta, il Musicdrome pare aver tratto giovamento dal restyling, e solo i livelli della batteria sembravano non perfetti in quanto si sentivano molto più i piatti dei tamburi, ma è giusto un dettaglio. Una canzone che mi è mancata? Forse Detlef Schrempf, ma mi rendo conto che è piuttosto personale e poco adatta ad un live.


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sabato, 08 marzo 2008
An Evening With EELS @ Conservatorio di Milano - 7 marzo 2008

Una serata con gli EELS, che oggi sono solo due: Mark Oliver Everett e “The Chet” Atkins III. Una sessione intima e comunicativa, durante la quale le digressioni non distolgono il focus dalle ventidue canzoni.
Un lungo preludio costituito dalla proiezione del documentario della BBC “Parallel Worlds, Parallel Lives”, incentrato sul viaggio che Mr. E compie alla ricerca della comprensione delle teoria degli universi paralleli formulata dal padre, il genio della fisica Hugh Everett, negli anni ’50, la meccanica quantistica e la contrapposizione alla Interpretazione di Copenhagen di Niels Bohr. Ma soprattutto il percorso di un uomo che cerca di ricomporre un rapporto con un padre con cui ha potuto avere un contatto fisico solo il giorno della sua morte, per constatarne il decesso. Un padre che ha segnato la famiglia indelebilmente, con il suo genio ed il suo apparente distacco dagli affetti, dai fatti concreti.
Difficile per la totalità del pubblico poter apprezzare in pieno il valore di questo filmato, che per la sua lunghezza richiederebbe una visione tranquilla e domestica, e soprattutto una adeguata traduzione per chi non padroneggia l’idioma inglese e magari un minimo interesse per la fisica; infatti una minoranza della platea rumoreggia prima del termine della proiezione esprimendo l’impazienza di passare alla musica live, sebbene il documentario sia perfettamente accompagnato dai brani migliori degli Eels.
Ed ecco i titoli di coda, accolti con sollievo da molti, il telo si solleva ed una voce dall’aldilà che si materializza nelle casse accoglie Mark Oscar Everett sul palco, il quale si affretta a correggerla: Oliver, non Oscar! Non ci sarà solo musica, quindi, anche un po’ di teatro…

From Which I Came /A Magic World (E solo con chitarra)
Ugly Love (E solo con chitarra)

E chiede al pubblico se preferisce continuare a dissertare di fisica o se invece gradisce di più continuare ad ascoltare rock; all’ovvia reazione a favore della musica E sentenzia “take that, dad!”

Strawberry Blonde (B side di un singolo di E del ’92 – Chet accompagna alla chitarra) 
Ant Farm 
Fucker
Souljacker part I
(Chet accompagna con pedal steel e rende la versione piuttosto blues)
Elizabeth on the Bathroom Floor (Chet come di consueto suona una sega di metallo con l’arco di violino)
Climbing to the Moon (stupenda come sempre in tutte le sue declinazioni – Chet alla batteria)
My Beloved Monster
I Like Birds


Lettura di email di fan, tra cui Michelle che richiede un concerto privato in cambio di una notte indimenticabile, e quella di un appassionato australiano che riempie E di improperi, anche i più volgari, in quanto nell’unica data di Perth Mr. E si sarebbe comportato come un prick con i fan che lo aspettavano all’uscita. Quindi il roadie porta una serie di entusiastiche recensioni dei concerti precedenti che E legge con studiata alterigia, salvo rendersi conto che l’ultima si riferisce agli Eagles ed a quel punto scatta la gag “Do You even know who You work for?” rivolta al pingue collaboratore. Infine chiede a Chet di leggere un passaggio della sua autobiografia “Things The Grandchildren Should Know”, che riguarda l’incontro tra il giovane Mr. E appena giunto a Los Angeles e la sua icona Angie Dickinson (più nota come Sergente Pepper).

Jeannie's Diary
In The Yard, Behind The Church


Secondo brano dell’autobiografia che narra l’episodio della vicina che racconta a E., appena rientrato dalle Hawaii dove si era recato per il suicidio di sua sorella, di aver visto attraverso le finestre uno spirito di donna frequentare la sua casa, episodio che Mr. E interpreta come apparizione di un friendly ghost (e peccato che non esegua mai questo splendido pezzo dal vivo), passato a dare l’ultimo saluto.

Last Stop: This Town (Chet al metallofono/glockenspiel)
I Want To Protect You
Flyswatter (versione clamorosa – da sola vale la serata – con Mr. E e Chet che si scambiano le posizioni alla batteria ed al piano senza perdere una singola percussione: quasi sette minuti da brividi e headbanging sincrono della platea)
Bus Stop Boxer
Novocaine for the Soul (E alla batteria – dove dismostra che al suo primo strumento suonato da ragazzo raggiunge vette incredibili – Chet suona una chitarra molto distorta)
Good Times Bad Times (Led Zeppelin cover – cantata da Chet con Mr. E sempre alla batteria)
Somebody Loves You
Souljacker part II (E al piano e Chet suona ancora una lama)

(Encore 1)
I'm Going to Stop Pretending That I Didn't Break Your Heart

(Encore 2)
P.S. You Rock My World (che altro chiedere?)

In queste occasioni si rischia di essere ripetitivi nell’esprimere i commenti ed i giudizi a riguardo di un personaggio che si ama, per esibizioni che ti appagano profondamente. Basta dire che sono davvero contento che in quest’occasione siano state presenti anche due preziose persone che conosco che vivono gli Eels quotidianamente. Ne mancava una, ma la perfezione non è di questo mondo, si sa. Forse di uno degli universi Everettiani?

Riferimenti:

Parole di Viridian, Lucia e Felson
Video di Piero di Last Stop: This Town


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giovedì, 22 novembre 2007
The National & Hayden @ Musicdrome, Milano

Start A War
Mistaken For Strangers
Secret Meeting
Brainy
Baby We'll Be Fine
Slow Show
Squalor Victoria
Abel
All The Wine

Racing Like A Pro
Ada
Apartment Story
Sons & Daughters of the Soho Riots
Fake Empire

Green Gloves
Mr. November
About Today

Da: Boxer, Alligator, Cherry Tree EP

Ecco, e con questo ho raggiunto la pace dei sensi concertistici per il 2007. Non potevo chiedere di meglio, anzi è arrivato anche qualcosa di più dell'atteso. Non avevo dubbi a riguardo della splendida voce baritonale di Matt Berninger, che si è carburata con il passare dei pezzi e grazie anche ad una bottiglia di vino bianco che si è vuotata nel corso dell'esibizione. Che fosse un gran batterista Brian Davendorf lo si intuiva anche dai dischi, non mi aspettavo però che il sosia di John Lennon suonasse scalzo. A dare qualcosa in più a questo live ci ha pensato Padma Newsome, polistrumentista australiano che appertiene al gruppo correlato dei Clogs, al quale i The National prestano il chitarrista Bryce Dessner. Il suo violino, alternato ai suoi compiti alle tastiere, ha garantito una apprezzabile variante ad alcuni pezzi.
Interessante anche Hayden, opener folk alternativo che si e ripresentato sul palco per coadiuvare al canto l'esecuzione di Green Gloves, e che aveva a sua volta ottenuto il supporto degli strumentisti dei The National per le sue Where And When, traccia che sarà presente nel suo album In Field & Town in uscita a gennaio, ma soprattutto Dynamite Walls, dall'album Skyscraper National Park.


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mercoledì, 14 novembre 2007
Interpol & Blonde Redhead @ Alcatraz, Milano

Pioneer to the Falls
Obstacle 1
C'mere
Narc
Pace Is the Trick
A Time To Be So Small
Say Hello to the Angels
Mammoth
No I in Threesome
Slow Hands
Rest My Chemistry
The Light House
Evil
Heinrich Maneuver
Not Even Jail

Untitled
Stella Was A Diver And She Was Always Down
PDA

Ecco, metto la scaletta molto shoegaze in bella evidenza ad imperitura memoria, ci aggiungo un particolare rilievo per Slow Hands e le sue luci magenta, mentre lascio Take You On A Cruise nei meandri dei rimpianti. Le immagini che scorrevano dietro a Pioneer mi hanno tolto alcuni dubbi a riguardo del significato del testo, bello quanto tenebroso, anche perchè loro si rifiutano di spiegarlo. Ognuno deve farsi la propria idea, dicono.
I Blonde Redhead valevano da soli il concerto, ma questo era immaginabile. Dato che sto diventando bavoso ho anche lasciato in giro un commento triviale sul vestit(in)o di Kazu, ma sfiderei chiunque a sostenere il contrario. Invece dovrei limitarmi a sottolineare che i fratelli Pace sono il miglior contributo apportato da questa città all'indie, arrotondando geograficamente per difetto.


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lunedì, 14 maggio 2007
Bloc Party + Biffy Clyro @ Alcatraz, Milano

Concerto splendido; aggiungere una decina di sinonimi a piacere. Alla terza occasione riesco finalmente ad assistere ad una data dei Bloc Party, un gruppo per il quale nutro una simpatia che prescinde dal loro effettivo talento ed uno dei pochi “nuovi fenomeni” che sento di amare incondizionatamente. Di sicuro ha influito il fatto di essere stato testimone dei loro primi vagiti musicali (grazie a Steve Lamacq), quando ancora non si trovava la benché minima traccia in rete (ricordo che il primo brano recuperato dopo tanti sforzi era erroneamente attribuito a Block Party), ma determinante è certamente stato il profilo mantenuto dai quattro di East London i questi anni, lontano dai divismi che mi impediscono di apprezzare appieno altre interessanti realtà.
Il contatto diretto era una sorta di prova del fuoco per verificare che questa affinità potesse avere rispondenze oggettive riscontrabili a pelle. Il risultato non lascia spazio a dubbi o equivoci, sono bravi, sanno suonare bene (anche dal vivo – cosa sempre meno scontata ultimamente), sanno coinvolgere ed infiammare. Certo, dovendo ridistribuire i meriti all’interno del gruppo, molti andrebbero ascritti alla contagiosa attitudine di Kele Okereke, che riesce a compensare la statica presenza scenica del timidissimo chitarrista Russell Lissack, perennemente nascosto dietro il suo lungo ciuffo, ed a quella del pur bravissimo bassista (e batterista aggiunto in occasione dell’esecuzione di Sunday) Gordon Moakes, mentre il batterista Matt Tong è adeguatamente coreografico, per quanto il suo ruolo – che pure conferisce una notevole connotazione al suono dei Bloc Party – possa consentirlo.
La scaletta ha sapientemente alternato brani dai due album, evidenziando quello che è l’unico appunto che sentirei di muovere ad A Weekend In The City, ovvero la mancanza di pezzi come Banquet o Helicopter che sappiano trascinare, conferendo al disco quella ecletticità che avevamo unanimemente apprezzato in Silent Alarm. Mi è davvero piaciuto essere là in mezzo in occasione di queste due esplosioni di energia cinetica, che pure hanno messo a repentaglio la nostra incolumità fisica, ma è il modo migliore per sentirsi parte di un evento di questo genere. Ma, fedele alle mie preferenze musicali, l’apice della serata è stato a mio avviso raggiunto da So Here We Are, la splendida canzone che rimane ad oggi la mia preferita in assoluto, definita da Kele come something fresh. Altroché fresh, chilling direi. Brividi.
La setlist completa è la seguente:

01: Song For Clay (Disappear Here)
02: Positive Tension
03. Blue Light
04: Hunting For Witches
05: Waiting For The 7:18
06: Banquet
07: I Still Remember
08: This Modern Love
09: The Prayer
10: Uniform
11: So Here We Are
12: Eating glass


13: Sunday
14: She's Hearing Voices
15: Pioneers
16: Helicopter


L’unico rammarico? La mancanza di SRXT, la canzone che avrebbe fatto piangere per 15 minuti Liam Gallagher quando l’ha ascoltata per la prima volta, facendolo quindi recedere dai giudizi negativi che aveva espresso sui Bloc Party in occasione del loro esordio.

Precedentemente avevamo assistito all’esibizione dei Biffy Clyro, che conoscevo solo marginalmente in quanto il loro genere di musica, un alternative rock che ondeggia tra sfumature emo ed impennate neogrunge, non è esattamente quello che più mi si addice. Si nota che sono ottimi musicisti, avrebbero anche degli spunti interessanti, ma che non trovano – sempre rigorosamente IMHO – un adeguato compimento. Ero curioso perché i glasgowiani figuravano tra i gruppi da cui i The Cooper Temple Clause avevano tratto ispirazione. In occasione di un brano si è aggiunto alla chitarra Gordon, bassista dei Bloc Party, a testimonianza del loro affiatamento e della poliedricità dello stesso. In ogni caso si è trattato di un piacevole preludio.


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martedì, 06 marzo 2007
The Cooper Temple Clause @ Rainbow - Milano

E’ facilmente intuibile come il lunedì sera non sia propriamente la collocazione ideale per un concerto, di manic Mondays ce n’è una bibliografia completa, e anche se quella di ieri non è stata la peggiore delle giornate campali in ufficio, la brillantezza non era certo quella dei giorni migliori. Però qualcuno mi aveva raccomandato di non perdermi i The Cooper Temple Clause dal vivo, ed ogni volta che gli ho dato ascolto non ho mai avuto motivo di pentirmene. Ed anche questa occasione non costituisce eccezione alla regola, grazie anche al fatto che poter condividere l’evento con una gig-mate esemplare contribuisce notevolmente ad accrescerne la godibilità. I The Cooper Temple Clause hanno consegnato al pubblico - piuttosto raccolto ma sufficientemente coinvolto da garantire un adeguato calore - un’ora e mezza di ottimo rock declinato nelle diverse sfumature che compongono il loro suono, capace di passare dal solido e ruggente al morbido e melodico nel volgere di poche battute, pescando dall’infinità di influenze, perlopiù britanniche, che lo caratterizzano. Ricorderò distintamente Damage, Connect e All I See Is You dall’ultimo – un po’ controverso nei giudizi – album Make This Your Own, così come Promises Promises e Blind Pilots dal precedente Kick Up the Fire, and Let the Flames Break Loose, con quest’ultima ad essere l’unico pezzo della serata a risultare meno incisivo che la corrispondente registrazione in studio, ed inoltre Who Needs Enemies? dall’esordio See This Through And Leave. Mi è mancata Take Comfort, la mia preferita tra le recenti, ma al termine la soddisfazione era diffusa e palpabile, e dato che ci siamo posti alcune domande, provo a fornirne le risposte in questo trivia:

Da cosa deriva il nome del gruppo?

Non esiste una risposta univoca e certa, ma la cosa più probabile è che le radici vadano ricercate nel luogo dove il gruppo di amici di cui facevano parte i componenti del gruppo in gioventù era solito ritrovarsi nei pressi di un garage di Reading, “The Cooper”, divenuto in seguito “The Cooper Temple” in funzione della pagana sacralità del luogo. Il nome definitivo è arrivato per assonanza con un atto storico del parlamento inglese nell’ottocento, il Cowper-Temple Clause, la clausola di Cowper-Temple, che si pronuncia più o meno come Cooper Temple.

Quali sono le maggiori influenze del gruppo?

Vengono riportati gli At The Drive In ed i Biffy Clyro (per quanto riguarda il lato più ruvido), nonché Blur ed Oasis (il modo di cantare alla Liam Gallagher in effetti è parso evidente in almeno un pezzo). Noi avremmo detto anche The Stone Roses, con grande soddisfazione.

Who’s who? Quali sono i loro nomi?

Benedict “Ben” Gautrey è il cantante principale (al centro del palco), nonché teorico frontman; è colui che ha auspicato alle squadre milanesi di calcio una settimana vincente in Champions League (scongiuri del caso) perché essere perdenti non è bello, come sanno bene loro, tifosi del Reading (che per la prima volta nella sua lunghissima storia – dal 1871 – gioca quest’anno in Premiership e non se la cava affatto male, al momento è settima…); al termine del set ha anche auspicato di riverderci presto, ma con tanti bambini in più nel frattempo. Grazie, io ho già dato, e anche chi era attorno a me pare abbia cortesemente declinato l’invito…

Tom Bellamy è quel tipo che nel mezzo del concerto si è fatto una passeggiata in mezzo al pubblico imbracciando la chitarra elettrica, passandomi di fianco e rassicurandomi con un sorriso, per giungere alla consolle audio e chiedere una modifica prima di lanciarsi in All I See Is You; multitasking, dato che si occupa anche di elettronica, campionamenti, basso e quant’altro, forse è lui il vero frontman, oltreché notevole pezzo di ragazzo (come confermato da chi mi stava a fianco);

Daniel Fisher è il chitarrista/bassista che stava sulla destra del palco;

Keiran Mahon è il tastierista che talvolta diventa chitarrista aggiunto o bassista di supporto (il basso in passato era prerogativa di Didz Hammond che l'anno scorso ha amichevolmente lasciato il gruppo per unirsi a Carl Barat nei Dirty Pretty Things) ;

John Harper è l’unico che pare avere un compito ben definito, ovvero percussioni;


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venerdì, 02 febbraio 2007
The Fratellis @ Rolling Stone - Milano

A volte c’è qualcuno che sceglie per te, e tu non puoi fare altro che adeguarti, perché sai che se certe cose accadono, lo fanno seguendo un filo predesignato che ti porterà alla destinazione a te ignota al momento della partenza, in rispetto del karma, ma non nell’accezione newage del termine, semplicemente in accordo con la fondamentale legge della causa/effetto.
Perché in una sera in cui si offre la scelta tra The Datsuns, Yuppie Flu acustici e The Fratellis, o l’alternativa sempre prioritaria della tranquillità casalinga in una settimana lavorativa che ti ha spremuto come un limone, se uno dei tuoi wingman da concerto preferiti ti chiama offrendoti un accredito per assistere all’esibizione degli scozzesi, pare chiaro cosa abbiano deciso le forze superiori di cui sopra.
E non è detto che la componente musicale sia quella che contraddistinguerà la serata, perché se Costello Music non l’hai ascoltato granché e i pezzi dei The Fratellis sono passati più che altro grazie alle varie playlist, un motivo ci sarà. Non erano bastate le raccomandazioni di Kapranos ed il glamour costruito attorno al terzetto glasgowiano, per fare breccia nelle mie orecchie e sebbene non mi dispiacessero affatto, non avevo aperto loro le porte dell’affezione. L’esibizione mi ha aiutato a fornirmi esaurienti risposte riguardo il perché, e dopo quanto espresso da Viridian e Bartolone, penso non ci sia molto da aggiungere.
Jon mi è anche simpatico, per carità, ma come ha segnalato Mist (lui pure simpaticissimo e con il quale condivido una smodata passione per i The National), non è che il pubblico si accontenti della buona attitudine a fronte dell’esborso di una banconota blu.
Ma la musica non è solo un insieme di note, rumori ed armonie. Ormai lo sappiamo bene: c’è l’effetto aggregante, la condivisione delle emozioni, il pretesto per dare uno scossone al grigiore di certe nostre giornate. E sotto questo profilo ieri sera il successo è stato enorme, dal rinnovare i contatti con gli habitué, al conoscere nuove promettentissime realtà. Se poi si rivelano meno nuove di quello che si possa immaginare, possiamo solo avere una conferma che questo ambito – tra blog e comunità tipo last.fm – è più ristretto e delimitato di quello che ci si aspetta, e ciò non dispiace affatto, anzi.
E sotto questo profilo, anche canzoni suonate approssimativamente e deprivate del fascino conferito da una produzione che – evidentemente – ha ingigantito i loro meriti possono risultare piacevoli e ti stimolano un sorriso. Penso ad Henrietta che ha aperto il set, a Got Ma Nuts From A Hippy ed alla conclusiva Ooh La La, cover della canzone della fascinosa Alison Goldfrapp, a sua volta ispirata a Spirit In The Sky, di Norman Greenbaum.


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venerdì, 19 gennaio 2007
Jarvis Cocker @ Magazzini Generali - Milano

Perché andare al concerto di Jarvis Cocker se il suo disco l’hai accolto tiepidamente, ascoltandolo per intero un solo paio di volte? Perché Jarvis è uno dei personaggi più influenti degli anni ’90, e, stranamente non è mai stato in concerto prima in Italia, neanche nel periodo Pulp. E poi perché la tua prima amica di blog, che risale al lontano novembre 2003, si rende disponibile quale compagna d'eccezione. Non avrò modo di pentirmi, pur con tutti i distinguo del caso.
Pur arrivando con un discreto anticipo si intuisce che l’affluenza sarà corposa, anche perché è l’unica data italiana e proprio in funzione del fatto che JC è stato un riferimento per molti britpoppers; come conseguenza il tipo di pubblico è mediamente più "maturo" del solito ed anche un po’ più fighettoide. I Jennifer Gentle ci intrattengono nell’attesa dell’evento principale, noncuranti del fatto che Jarvis Cocker si aggira tra il pubblico e firma autografi; può essere considerata una mancanza di rispetto per i supporter, io mi limito a constatare che mi pare in ottima forma, mentale più che fisica, altrimenti non si concederebbe così apertamente. Quella dei veneti Jennifer Gentle è una musica difficile, poco listener-friendly, a cavallo tra experimental, noise e psichedelia, ma se riesce a risultare comunque gradevole nonostante queste premesse, significa che il talento non è indifferente.
Jarvis si presenta con cinque musicisti, tra i quali spicca il bassista Steve Mackey, compagno di band nei Pulp, e attacca con energia Fat Children, rendendola dieci volte più bella che sul disco. Intanto ripete il noto rituale dell’arancia infilata nell’indice, per essere poi lanciata verso il pubblico (che qualche canzone più tardi gliela restituirà allo stesso modo). Tra una canzone (Don’t Let Him Waste Your Time) e l’altra (Heavy Weather) ci intrattiene con conversazioni a volte estemporanee, ma almeno perfettamente intelligibili grazie al suo inglese cristallino e, una volta tanto, perfettamente scandito. Ne emerge una buona dose di autoironia (ad esempio quando sostiene che la giacca che indossa – quella famosa che appare anche sulla copertina del disco – è di sua moglie) e dimostra di essere piuttosto lucido e presente. One Man Show è l’unica traccia, a parte la cover finale, a non essere presente sul disco, e precede la sezione più “sensibile”, quella costituita da I Will Kill Again e da From Auschwitz To Ipswich. Segue invece la parte più debole del concerto, costituito da Tonite, Big Julie e Disney Time, che anche sul disco mi lasciano indifferente, mentre si riprende bene con Big Stuff (una delle migliori) e Black Magic. L’encore si concretizza con Running The World, uno dei pochi pezzi in cui si può udire sing-along, a dimostrazione che il disco non ha avuto molti passaggi neanche tra i suoi estimatori più fedeli, mentre chiude, un po’ a sorpresa perché molti, me compreso, si aspettavano Space Oddity di Bowie, una gradevolissima Satellite Of Love di Lou Reed.
Ci guardiamo e ci interroghiamo, concordi nel giudicare il concerto appena sufficiente dal punto di vista musicale, ma certamente meritevole per il personaggio Jarvis, che meritava questa sorta di tributo. Sarebbe stato semplice fare meglio: escludere i pezzi più deboli del nuovo album ed integrare invece qualche traccia che ha spinto i Pulp ai confini della leggenda. Molto difficilmente avrò modo di rivedere un suo concerto, ma almeno quando ascolterò Different Class, This Is Hardcore e We Love Life, potrò associare una immagine tangibile di Jarvis Cocker.


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domenica, 03 dicembre 2006
Badly Drawn Boy @ Rainbow, Milano - 2 dicembre 2006

Badly Drawn Boy - Live 2006

Recarsi ad un concerto di Badly Drawn Boy con un groppo alla gola che ti attanaglia, quella subdola contrazione del muscolo della faringe che non smette di ricordarti che hai qualcosa di cui preoccuparti, potrebbe anche rivelarsi una cattiva idea, perché se è vero che le cure lenitive della musica che più ti coinvolge potrebbe aiutarti a scioglierlo, è anche possibile che l’emozione che deriva dall’ascolto finisca per demolire le tue ultime difese. Ma Damon Gough è una persona sincera e diretta, non convenzionale ed informale, dimostrandolo appieno nel paio d’ore che dedicherà al pubblico del Rainbow, e le sue parole pronunciate in A Minor Incident sono la sua migliore risposta alle mie remore:
There's nothing I could say
To make you try to feel okay
And nothing you could do
To stop me feeling the way I do

Ed anche le strofe seguenti, sebbene concepite per un contesto diverso, suonano piuttosto significative alle mie orecchie:
And if the chance should happen
That I never see you again
Just remember that I'll always love you


Non nascondo che il suo ultimo album mi ha per certi versi deluso, pur contenendo diverse canzoni di tutto rispetto. Ma da BDB ci si aspetta di più, perché colui che ha realizzato uno dei dischi più significativi degli anni duemila – The Hour Of Bewilderbeast – non può distorcere il suo talento alla ricerca di compromessi.
Ma al termine della serata guarderò anche a Born In The U.K. con occhi diversi, perché quei brani di cui sopra sono stati resi ancor più rilucenti dall’interpretazione dal vivo, a cominciare dalla title track eseguita in due versioni, slow e fast, proprio in apertura di concerto, per proseguire con Degrees Of Separation, Promises e The Time Of Times, mentre Nothing ‘s Gonna Change Your Mind aveva già espresso tutta la propria caratura su acetato e – soprattutto – nel video.
Ma il motivo principale per cui mi trovavo lì, a fianco di uno degli amici di web che più hanno influenzato i miei ascolti in questi anni, era il repertorio musicale precedente di Badly Drawn Boy, che è stato più che adeguatamente rappresentato da All Possibilities – eseguita al rientro dopo una pausa di una decina di minuti a metà set e durante la quale Damon ha preso contatto con le prime file – a Once Around The Block in versione acustica, così come quella A Minor Incident di cui sopra – suonata solo accompagnandosi anche con l’armonica – sino ad una splendida Silent Sigh alla tastiera con il solo supporto dello xilofono.
Ed i suoi scazzi a causa di una chitarra elettrica che non suonava come avrebbe dovuto così come il paio di canzoni interrotte (una cover di Springsteen di cui non si ricordava più il testo e Magic In The Air a causa del fatto che gli ha ricordato che lunedì non potrà essere a casa a festeggiare il compleanno di suo figlio – poi ricominciata e portata a termine per chiudere il concerto) sono scivolati via senza pregiudicare la godibilità di un evento che ricorderò con molto affetto perché Damon Gough non solo ha elargito gran buona musica, ma si è calato tra noi senza nessuna riserva, facendomi intuire quale persona straordinaria sia.
Mi resta un solo rammarico: non aver potuto ascoltare Four Leaf Clover da One Plus One Is One, avrei davvero colto quel quadrifoglio volentieri…

Silent Sigh live video
Born In The U.K. live video
Once Around The Block live video
A Minor Incident live video


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venerdì, 10 novembre 2006
The Dears @ Transilvania Live, Milano - 9 novembre 2006

Non bisognerebbe fare paragoni tra il concerto dei The Killers e quello dei The Dears, perché le realtà dei due gruppi sono incredibilmente distanti, pur restando entrambe nell’ambito dell’ormai sconfinata galassia dell’indie rock. Ma la consecutività in uno strettissimo lasso temporale lo rende inevitabile, e allora appare immediatamente evidente, in tutta la sua ingiustizia, l’opposto risultato in termini di audience. Da un sold out con bagarini ad uno sparuto – ma caldo – gruppo di aficionados (di cui molti sono inclusi nella lista dei blog pals lì a sinistra o nei friends di Last.fm). L’intrinseco valore artistico dei The Dears, e cerco con tutte le mie forze di essere oggettivo, non merita di essere calpestato in questo modo.
Esiste però un rovescio della medaglia di questo scempio, ovvero quello di potersi comodamente appoggiare alla balaustra davanti al palco, proprio di fronte alla fascinosa tastierista/flautista Valerie, senza nemmeno avere la calca attorno, seguire il concerto senza fare lo sforzo di ricordarsi le canzoni, anche quelle meno ricorrenti, tanto basta lanciare un’occhiata alla setlist di Murray, applicata sulla sua pedaliera ad un metro di distanza, e naturalmente soprattutto la sensazione di sentirsi “in mezzo” al gruppo. Sarà per questo, sarà che i The Dears suonano un genere di musica che si avvicina molto alla mia ideale (come ampiamente riportato scrivendo a riguardo del nuovo album Gang Of Losers), sta di fatto che posso considerare il concerto di ieri sera uno di quelli che ricorderò a lungo con smisurato piacere.
E non è neanche bastato il giallo dei mancati bis (probabilmente a causa di una crisi dell’altra tastierista Natalia  – nonché moglie di Murray – che ha lasciato il palco piangendo) e nemmeno la scarsa amplificazione della voce ad incrinare questa convinzione. Nel dettaglio sono rimasto impressionato dalla sezione ritmica in Whites Only Party, dalla coralità di 22: The Death Of All The Romance e dallo sguardo perso di Valerie. Avrei ascoltato volentieri la quasi strumentale Postcard From Purgatory, ma rappresenterà un valido motivo per tornare a vederli alla prossima occasione, quando magari la cornice di pubblico sarà numericamente consona al livello del gruppo.
La setlist è la seguente, ed è precisa perché ne custodisco una copia, che trascrivo con i nomi in codice delle canzoni:

Sinthtro
Ticket
Bandwagoneers
Whites Only
Death Or Life
Plot
Second Part
Die
Have It
22
Fear
You and I
Outfit
Mountains

(Purgatory)
(Deep)


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giovedì, 09 novembre 2006
The Killers @ Rolling Stone, Milano - 8 novembre 2006

A Sam’s Town ho riservato un’accoglienza tiepida. Il singolo When You Were Young mi aveva fatto capire che il secondo album dei The Killers non sarebbe stato un seguito lineare dello splendido Hot Fuss. Non mi sono riconosciuto nella corrente di pensiero che accostava il suono di questo disco a quello degli U2, mentre trovo decisamente più riscontri nei commenti che indicano come il periodo ruggente del Boss Springsteen, i primi anni ottanta ed i dischi The River e Born In The U.S.A. in particolare, quali fonte di ispirazione per il nuovo disco. Avendo potuto apprezzare già a suo tempo, nella mia fase tardo adolescenziale, quello specifico tipo di musica, Sam’s Town mi è risultato quindi complessivamente accettabile. Certo, avrei preferito che i quattro del Nevada avessero proseguito il loro percorso più vicino alle sonorità del rock britannico, che sono complessivamente più attigue ai miei gusti attuali, ma ciò non è a mio avviso sufficiente per stroncare il nuovo disco. Decido quindi di confermare la fiducia ai The Killers e di presenziare al concerto che passa da queste parti, anche per sfruttare l’occasione di incontrare blog friend che è da troppo tempo che non vedo. Oltretutto avevo un conto in sospeso perché in occasione del loro precedente concerto milanese, pur disponendo dei biglietti, avevo dovuto rinunciare. Sebbene il sold out mi costringa ad uno sforzo supplementare, vengo ampiamente ricompensato da un concerto di grande sostanza ed il solito piacevole contorno di relazioni personali allacciate, nuove conoscenze e – finalmente – il contatto diretto con la donna le cui parole sono affilate come lame di katana, ma che dal vivo rende tutto più morbido grazie ad un sorriso contagioso ed allo sguardo penetrante.
L’esecuzione live, se possibile, rende ancora più evidente il contrasto tra le sonorità del primo e quelle del secondo LP, e credo che se ne rendano conto loro stessi, in considerazione della scaletta “a blocchi”. Brandon Flower si presenta vestito da croupier, in omaggio alla title track Sam’s Town che apre il concerto (casinò di Las Vegas – città natale) e si profonderà in un visibile impegno per tutta la durata del concerto che si giova del fatto che quella di Milano è una delle prime date del tour europeo (massiccio l’afflusso di inglesi). Noto che Read My Mind dal vivo rende meglio che sull’album, in quanto emerge meglio la chitarra di Dave Keuning, mentre al contrario Uncle Johnny – il brano che preferisco nel nuovo album – risulta un po’ spenta e rallentata. Poco importa perché nel complesso i The Killers riescono a dimostrare che, seppure privi di particolare originalità, hanno le carte in regola per essere considerati un degno gruppo che suona Gramorous Indie Rock & Roll. “I got soul but I’m not a soldier” da All These Things I’ve Done è stato il refrain più coinvolgente. La setlist è stata, approssimativamente perché vado a memoria, la seguente:

Sam’s Town
When You Were Young
Somebody Told Me
Smile Like You Mean It
Bones
Bling (Confession Of A King)
Read My Mind
Jenny Was A Friend Of Mine
Glamourous Indie Rock & Roll
Uncle Johnny
Mr. Brightside

My List
For Reasons Unknown
All These Things I’ve Done
Exitlude


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giovedì, 25 maggio 2006
Belle & Sebastian @ Rolling Stone - Milano

Mi aspettavo un grande concerto e di grande concerto si è trattato. Tecnicamente. Perché non c’è nulla da obiettare alla performance degli 8 componenti che sono saliti sul palco, così come alla verve comunicativa di Stuart Murdoch, il più-che-frontman del gruppo, che si è addirittura prodigato per trovare una improvvisata interprete pur di comunicare meglio col pubblico (peccato che l’effetto ottenuto sia stato quello contrario, ma è l’intenzione che conta). Eppure… Eppure non ho provato alcun brivido, nessun sussulto e, pur avendo apprezzato la generosa esibizione, ciò che mi ha procurato le sensazioni più positive è stato l’aver ritrovato tante conoscenze di blog, alcune delle quali non incrociavo da quasi un anno e mezzo, ovvero il concerto dei Kasabian del gennaio 2005 (quello sì mi aveva elettrizzato). Un distinguo è necessario: sicuramente il genere musicale dei Belle & Sebastian non è forse il più congruente ai miei gusti personali, essendo il twee pop ai confini delle mie preferenze, e quindi il mio è un giudizio del tutto parziale, tanto è vero che ho letto nei volti di chi è decisamente più estimatore di questo gruppo la totale soddisfazione, sottolineata da apprezzamento per il costante miglioramento della resa live della migliore band della storia scozzese (investitura ufficiale arrivata l’anno scorso) nel corso degli anni.
Per quanto mi riguarda i passaggi che hanno stimolato la produzione di endorfina sono stati il secondo ed il terzo brano dell’esibizione, entrambi tratti dall’ultimo album The Life Pursuit, Another Sunny Day e Funny Little Frog, quindi l’apice del set con la antesignana If You’re Feeling Sinister (in una splendida versione con due chitarre acustiche + violino e violoncello), passando per White Collar Boy e For The Price Of A Cup Of Tea, sempre dall’ultimo LP, sino alla conclusiva e fuori scaletta The Boy With The Arab Strap.
Qualcuno ricorda con piacere anche Song For Sunshine, se non altro perché le molecole di tetracannabinolo disperse nell’aria del Rolling Stone (o almeno nella zona dove eravamo noi) raggiungevano il loro picco durante quella esecuzione, peraltro appropriata.
E se devo recriminare per un pezzo che mi è mancato, lo faccio per If She Wants Me, quello che preferisco in assoluto nel loro repertorio.


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sabato, 18 febbraio 2006
Arab Strap @ Rainbow Club - Milano

Probabilmente i presupposti non erano ideali: farsi novecento kilometri in bus dopo aver suonato la sera precedente a Vienna, con annesse operazioni di smantellamento e setup, non può non lasciare qualche segno sulla condizione psicofisica della band. Di fatto questo concerto un po’ mi ha deluso, e ringrazio la dolce compagnia di Velvetsun se sono riuscito a passare comunque una piacevole serata. Il fatto che abbiamo parlato – durante il concerto – di altri gruppi, dai Gomez agli Idelwild, dai Travis ai Belle & Sebastian, la dice lunga sul fatto che l’esibizione non sia stata coinvolgente per tutto l’arco della sua durata. Stendo un pietoso velo sul prologo (fossi il tour manager della band mi incazzerei come una belva con l’organizzazione che ha accostato al gruppo un autore così insignificante e oltretutto totalmente avulso dal genere musicale di appartenenza degli scozzesi).
I momenti migliori sono rappresentati dai brani dell’ultimo album (The Last Romance), ovvero Stink (primo pezzo suonato), Speed-Date, Dream Sequence e There Is No Ending, eseguito come ultimo pezzo ufficiale durante l’encore. Quest’ultimo (che è anche il mio preferito) è stato il catalizzatore di un incontro con una persona molto speciale ed alla stessa, che sta vivendo un momento non propriamente esaltante, l’ho mentalmente dedicato. Purtroppo anche questa bellissima canzone è risultata meno apprezzabile che sul disco perché, se era facile immaginare che non ci sarebbero stati i fiati di supporto, Aidan Moffat alle tastiere l’ha un po’ deturpata, perdendo anche concentrazione nel canto. Chiude definitivamente il set una cover di It’s A Heartache di Bonnie Tyler che, tutto sommato non ha un valore aggiunto significativo.
Il migliore è Malcom Middleton: sempre impeccabile la sua chitarra. E in generale i passaggi strumentali corali, dove la band produce suoni non molto distanti da quelli dei conterranei Mogwai.
Spero comunque di aver modo di risentirli in uno stato di forma migliore.


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lunedì, 06 febbraio 2006
Editors & Gliss @ Rolling Stone - Milano

Arriviamo quando il primo gruppo di supporto, gli Archie Bronson Outfit, intervistati da Barto nel pomeriggio, stanno eseguendo la loro ultima canzone, non sembrano male, meriteranno un futuro ascolto. Alle 21:30 si presentano i Gliss con la title track del loro EP Kick In Your Heart. Sono un terzetto di Los Angeles, che suona un rock che si posiziona tra gli Interpol e i The White Stripes, con la particolarità che i tre componenti si avvicendano alle varie sezioni, e con la presenza femminile Victoria che si alterna tra batteria e basso, oltre che ad essere la seconda voce. A Barto hanno fatto una impressione negativa, ma a noi invece non sono dispiaciuti affatto, anche se è vero che i testi sono praticamente non intelligibili in quanto sussurrati, quasi strozzati. Ma il suono coinvolge, pur senza esaltare, tanto basta per convincersi a richiedere il cd direttamente a Victoria dopo il concerto. Insomma, che fosse una serata nata sotto i migliori auspici lo si era intuito, ed alle 22:25 quando i quattro di Birmingham hanno finalmente fatto ingresso sul palco si è potuto constatare che il primo concerto del 2006 sarebbe stato di totale soddisfazione.
Tom e soci ci hanno dato dentro, sono stati convincenti, ispirati, a loro agio, fornendo una prestazione nell’arco dei 12 brani che ha decisamente ecceduto le aspettative. 
A trarne maggior giovamento sono stati i brani che nell’album risultavano in minore evidenza, se non addirittura uno relegato nel secondo CD di “scarti” intitolato Cuttings che era disponibile in una versione speciale di The Back Room, ovvero il pezzo You Are Fading che è risultato a mio avviso il migliore della sessione, con una progressione superlativa che la registrazione da studio non lasciava presagire. Ovviamente i convenuti al Rolling Stone si sono scaldati in particolare per i pezzi più conosciuti, da Lights a Blood, ma soprattutto per Bullets e Munich. Ma, come detto, le esecuzioni dei pezzi minori, come anche Open Your Arms, sono state quelle più apprezzabili, che hanno fornito un impatto decisamente migliorativo rispetto alle versioni in studio.

La scaletta completa è stata la seguente:
Lights
Blood
All Sparks
Fall
Bullets
Find Yourself A Safe Place*
Camera
You Are Fading**
Munich
Open Your Arms
________________
Weight***
Fingers In The Factories

*B-side di Munich
**Brano incluso in Cuttings
***Inedito


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domenica, 18 dicembre 2005
Franz Ferdinand & The Rakes @ Madzapalace - Milano

Alle 20:30 arrivano sul palco i The Rakes. Quest’estate mi hanno tenuto compagnia, specie nei viaggi automobilistici all’alba del lunedì cercando di evitare il traffico del rientro, quando una musica energetica si rendeva necessaria per tenersi ben svegli. Alan Donohoe, con il suo perfetto accento della upper class londinese, tiene a precisare che loro non sono i Franz Ferdinand, forse preoccupato da un’accoglienza molto calda da parte delle calca nei pressi del palco, sottovalutando forse l’effettiva diffusione che ha avuto in Italia il loro Capture/Release. La sua gestualità sincopata, molto accentuata e divertente, è un po’ stridente con l’aspetto da baronetto, ma è cosa nota che non ci si deve far ingannare dalle apparenze. Mezz’ora di buona musica, in cui spiccano il singolo Retreat e la loro canzone che più mi piace: Binary Love (la più “calma”, come ha precisato Alan). Un prologo assolutamente congruo alla maestosità di quello che stava per essere rappresentato sullo stage di un Madzapalace che si stava colmando molto di più di quello che era lecito aspettarsi considerando che altre due date italiane relativamente vicine come Bologna e Firenze avrebbero moderato la migrazione del popolo Ferdinandiano. Alle 21:37 compaiono i protagonisti ed attaccano una scaletta di 19 brani che costituiranno una perfetta rappresentazione del loro repertorio, offrendo un rendimento costantemente elevato per tutto l’arco della sessione, dando prova, se mai ce ne fosse stato bisogno, di essere una band vera, per nulla artefatta e probabilmente pronta ad entrare nell’olimpo dei più grandi. La setlist, da quello che mi posso ricordare pur avendo avuto modo di seguirla con l’ausilio di quella della loro recente data di Copenhagen (che però era alquanto diversa nell’ordine dei brani), è questa:

This Boy
Come On Home
Do You Want To
Auf Achse
Dart Of Pleasure*
Take Me Out
Tell Her Tonight
The Dark Of Matinée
The Fallen**
Walk Away***
Eleanor Put Your Boots On***
You’re The Reason I’m Leaving
I’m Your Villain****
40 Ft.
Michael
____________________
Jaqueline
Evil And A Heathen
Outsiders
This Fire

Puo’ essere che l’ordine sia diverso, specie nella parte centrale, ma I pezzi sono questi.

Note:
* Dedicata agli eletti che hanno ballato con loro venerdì al Plastic
** Guest keyboard e credit ai The Rakes
*** Due canzoni in cui Alex Kapranos ha utilizzato una chitarra acustica
**** Presentazione dei componenti della band e triplo salto dalla torre della batteria

Per definire i Franz Ferdinand trovo perfetta la descrizione di S.U., giornalista che compare spesso nella sezione musicale del magazine del Corriere, che recita: “Il suono dei FF ti appare familiare, ricco frullato di rock, punk, beat. Ma dare identità e modernità alla nostra memoria acustica merita applausi”. Alexander Kapranos ha una presenza scenica imponente ma per nulla supponente. Il pezzo della serata Outsiders, e non solo perchè è quello che preferisco dell’ultimo album.

Congedo e scambio di impressioni più che soddisfatte con webpals di lunga data (lelina e shirk) e di recentissima acquisizione (serena e bartxxxx), la chiusura dell’anno concertistico è stata perfetta.


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mercoledì, 14 dicembre 2005
Starsailor @ Magazzini Generali - Milano

Scaletta StarsailorChe io non sia molto obiettivo nei confronti degli Starsailor lo sanno tutti quelli che mi conoscono, che non si aspetteranno altro che io celebri entusiasta le gesta di James Walsh e compagnia. E sarà pure scontato ma è proprio così anche questa volta. Tra l’altro ai Magazzini Generali mi trovo piuttosto a mio agio, l’acustica non viene troppo penalizzata e l’affluenza comunque contenuta (comprensibile all’inizio di una settimana in cui Milano offre oltre al gruppo di Wigan anche Soulwax, Prodigy e Franz Ferdinand) e composta perlopiù da veri aficionados, contribuisce alla perfetta riuscita di questa esibizione live. Quello che più apprezzo di James e gli altri, a cui in questa occasione si univa il chitarrista/seconda voce Richard Warren (AKA Echoboy), è la semplicità e la schiettezza con cui si propongono, un po’ come se fossero rimasti quei ragazzi timidi ed impacciati dei primi anni duemila, quando muovevano i loro primi passi. L’impressione è quella che il gruppo si sia dedicato con applicazione e lucidità a questo concerto, onorando coi fatti quelli che hanno deciso di rinnovare loro la fiducia.
Come spesso accade, i concerti sono anche occasione di incontri, e questa volta oltre alla graditissima e competentissima compagnia di Barto, si è aggiunta la conoscenza di Velvetsun, esuberante britpopper di lungo corso, nonché di Vince reduce da un week-end londinese dove ha avuto la fortuna di assistere ad un concerto di Richard Ashcroft che rappresenta un'anteprima del nuovo disco in uscita a gennaio.
A supporto degli Starsailor si sono presentati i Wire Daisies, il cui contributo abbiamo sfortunatamente mancato nella prima parte, potendo ascoltare solo alcuni pezzi che, se non proprio per la loro originalità, si sono almeno fatti apprezzare per la pulizia del suono. Da riascoltare con più calma questo gruppo della Cornovaglia che presenta una vocalist femminile – Treana Morris – piuttosto decisa.
La scaletta degli Starsailor è invece quella che compare qui sopra, che ha dato – giustamente – molto spazio al primo album Love Is Here, con canzoni che rimangono tra le più penetranti del loro repertorio, che in questa occasione ha trovato in una versione particolarmente coinvolgente di Fever (quello che, come ha ricordato James, è il loro primo pezzo in assoluto ad essere stato pubblicato) con vocalizzo acuto finale. Tra quelle del nuovo album ha spiccato This Time, quella che è stata introdotta come il prossimo singolo che verrà pubblicato. Good Souls è stata preceduta da una rapida escursione in The Rising di Bruce Springsteen (come ci ha prontamente edotto Vince), mentre il brano che ha concluso la serata, Silence Is Easy, ha ospitato al suo interno Running To Stand Still da The Joshua Tree degli U2 (riconosciuta da un altro amico di Barto – il lavoro d’equipe è premiante), tributo ad una band che sembra aver influenzato non poco l’ultimo album degli Starsailor, On The Outside, del quale purtroppo – e questo è l’unico rammarico – non ci è stata proposta Faith, Hope, Love che tra l’altro parrebbe essere molto adatta ad essere suonata live.
Ma forse James Walsh aveva letto la censurabile recensione di XL che li accusava di essersi convertiti ai cori da stadio…


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lunedì, 10 ottobre 2005
Stereophonics @ Rolling Stone - Milano

Stereophonics

Probabilmente è stato un evento un po’ troppo last minute, non era pianificato in anticipo e siamo arrivati a concerto già iniziato perché, secondo la migliore tradizione di Murphy, puoi avere aspettato un sacco di volte concerti che iniziano in ritardo ma quando sei tu ad essere – leggermente, giusto 15 minuti – in difetto sull’orario stabilito, beh, è naturale che quella volta il gruppo si presenti sul palco preciso come il trenino dello Jungfrau. Pazienza, dopo aver raccattato un paio di biglietti di dubbia provenienza ci fondiamo all’interno, giusto per essere accolti con l’attacco di Vegas Two Times.
Era facilmente prevedibile che il contrasto tra il concerto di sabato, con le sue orchestrazioni raffinate, e quello di ieri sera sarebbe stato stridente, a tutto discapito del rock genuino e sincero, ma inevitabilmente lineare e poco profondo, degli Stereophonics. Infatti, delle quattro date che si sono succedute a Milano nel long-week-end, sarebbe certamente stata la quarta scelta dopo gli Eels, i Turin Brakes ed anche gli Spoon, ma un po’ è necessario adattarsi agli spazi di cui si dispone, un po’ mi sembra di aver capito che qualcuna non fosse del tutto insensibile al “carisma” di Kelly Jones, e mi pare proprio che non fosse neanche l’unica, a giudicare dalla composizione del pubblico.
In generale, aldilà degli impietosi confronti (comunque iniqui perché si tratta di due generi completamente diversi), mi pare che i ‘Phonics il meglio l’abbiano già fornito, e la apprezzabile verve di Kelly Jones, in mancanza di un adeguato supporto da parte di bandmates all’altezza della situazione, da sola non è sufficiente a mantenere il gruppo a livelli di assoluta eccellenza.
Ieri sera una parziale attenuante può essere invocata nella acustica tutt’altro che ottimale del Rolling Stone, e comunque l’energia scaturita dall’asciutto trio chitarra/vocalist – batteria – basso in alcuni passaggi non è stata per nulla trascurabile.
I brani che più ho apprezzato sono stati Maybe Tomorrow (da You Gotta Go There To Come Back, eseguita in versione solo – guarda caso – da Kelly Jones) e Step on My Old Size Nines (da Just Enough Education to Perform), nonché The Bartender and The Thief e Just Lookin’ (entrambi da Performance and Coctails), quindi due dei bis: Traffic (dall’esordio Word Gets Around) e l’inevitabile Dakota (singolo dell’ultimo album Language. Sex. Violence. Other?) che ha degnamente chiuso il set dei gallesi.


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domenica, 09 ottobre 2005
Eels With Strings @ Conservatorio di Milano

Mr. E

Alle 22:03, sulle note di Fresh Feeling (da Souljacker), Mark Everett si presenta sul palco del Conservatorio dove avevano già preso posto i suoi sei compagni di questo tour With Strings: quattro musiciste agli archi (due violini, una viola ed un violoncello), e due polistrumentisti, Chet Atkins III (strepitoso nelle sue escursioni da batteria a pedal steel, dall’ukulele alla sega) e “Big Al” Hunter, con tanto di striscia mohicana, al contrabbasso e talvolta al piano. La prima parte di concerto è un po’ in sordina, anche se si riesce già a gustare la raffinata orchestrazione dei pezzi che, com’era lecito prevedere, attingono al recente doppio Blinking Lights And Other Revelations.
Mark fuma ininterrottamente havana e l’aroma acre ma avvolgente arriva sino alla fila T dove siamo comodamente sistemati. Con My Beloved Monster (da Beatuiful Freak) sembra iniziare a sciogliersi, e il processo sembra completarsi alle 22:42 con la ballata Railorad Man (il pezzo che più mi piace dell’ultimo album) che esegue in versione acustica da solo dopo aver “lasciato in libertà” i compagni di set che hanno temporaneamente abbandonato il palco. Parte in progressione e si arriva ad una sessione di noise (durante la quale farà capolino nelle mani della violoncellista uno strumento quanto meno inusuale: un vibratore) che introduce alle 23:10 la celeberrima Novocaine For The Soul, eseguita con una connotazione che più haunted non potrebbe essere, grazie soprattutto alla sega (che come ha fatto giustamente notare 16nove risponde per le rime allo strano strumento appena citato) sapientemente esaltata da Chet Atkins. Il rush finale prosegue a ritmo incalzante – in cui si fa notare una clamorosa I'm Going To Stop Pretending That I Didn't Break Your Heart – sino al paio di bis e che trovano nella sublime Climbing To The Moon (da Electro-Shock Blues) la sintesi perfetta di una serata di grande musica che trova la conferma negli sguardi appagati di Lucia, Barto e 16nove. E’ per i momenti come questo che si vive.

Edit: il concerto raccontato da Lucia e 16nove.


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martedì, 05 luglio 2005
...But If You Try Sometimes You Get What You Need

Post evocativo che nasce da un commento di Elena, e prima ancora da un altro post di Gen.
Domenica 11 luglio 1982, stadio Comunale di Torino, pomeriggio con sole a picco. Il concerto dei Rolling Stones è stato anticipato in quanto in serata, a Madrid, la nazionale italiana di calcio disputa la finale del Campionato del Mondo di calcio in una classica sfida contro la Germania. Mick Jagger, ruffiano come pochi, si presenta con la maglia azzurra numero 20 e, come se non bastasse, durante il concerto preconizza il risultato finale: 3-1 per gli Azzurri. Sono troppo giovane per capire la portata di quell’evento: di lì a poco diventerò maggiorenne, e quello è il mio primo concerto away. Sono stato trascinato lì dal gruppo di amici di allora che, cosa molto positiva, coincideva con i compagni di classe delle superiori. Ognuno aveva apportato il proprio contributo musicale, e a Raffaele era toccato illuminarci a proposito degli Stones. Per convincermi a riguardo della loro assoluta preminenza (…) mi aveva persino confezionato una C-90 con il meglio della loro produzione. E’ un cimelio che conserverò sempre con riguardo e devozione, perché la sapienza con cui aveva dosato le varie tracce (in quel caso tracce vere con tanto di fruscio tipico dei vinili consumati dall’ascolto) e le varie fasi creative del gruppo, non l’ho più ritrovata in nessuna raccolta preconfezionata dedicata alle pietre rotolanti. E’ il simbolo anche di un’era, quella dei nastroni, che non potrò che continuare a rimpiangere, seppure le comodità odierna del flusso di informazioni e dati digitale consenta di spaziare nell’intero universo musicale con il minimo sforzo. “Avere i brividi pensando a qualcosa” è certamente una raffigurazione abusata e pensando alla temperatura rovente di quel pomeriggio è anche un notevole contrasto, però vi assicuro che l’accoppiata You Can’t Always Get What You Want ed Angie di quel giorno, mi genera tuttora un fremito di intensità smodata. Mi ricordo cosa pensavo durante Angie in particolare, e mi viene da sorridere realizzando quanto possa risultare ingenuo e sognatore un adolescente (che pensa di essere) innamorato.
Con estrema difficoltà ho recuperato la setlist di quel concerto, ma ormai il dubbio era instillato e la voglia di rispolverare un frammento importante era germogliata:

Under My Thumb
When The Whip Comes Down
Let's Spend The Night Together
Shattered
Neighbours
Black Limousine
Just My Imagination
Twenty Flight Rock
Goin' To A Go-Go
Let Me Go
Time Is On My Side
Beast Of Burden
You Can't Always Get What You Want
Angie
Tumbling Dice
She's So Cold
Hang Fire
Miss You
Honky Tonk Women
Brown Sugar
Start Me Up
Jumpin' Jack Flash
Satisfaction


Il giorno seguente, alla presenza di Elena, gli Stones replicheranno nello stesso stadio, eseguendo la medesima scaletta con l’unica differenza di Little T & A aggiunta tra You Can’t Always… ed Angie.


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lunedì, 04 luglio 2005
Nobody Should Starve [Reprise]

Ancora una pausa all’aperto e quindi alle 17:40 l’unica puntata a Parigi per i Muse: Matt Bellamy e compagni si esibiscono con un suono molto più duro del solito in Hysteria, Bliss, Time is Running Out e Plug In Baby. Più che di musica si disquisisce a riguardo delle qualità estetiche del frontman, con due partiti femminili che si fronteggiano. Nel frattempo (e potranno essere recuperati solo grazie alla differita di World) i Keane impazzano a Londra con Somewhere Only We Know, e se solo avessero una chitarra nella band potrebbero diventare davvero grandi. Segue, ma non ci posso giurare, One Day Like Today. Si sveglia anche Philadelphia, e Will Smith si esibisce nella sua proverbiale faccia tosta con un discorso ben articolato, che vuole celebrare l’Interdependence Day.

A Londra è la volta delle bandiere con la croce di Sant'Andrea per i Travis, che quasi timidamente si propongono con Sing, poi Side che diventa un medley con Staying Alive in falsetto e viene seguita dalla bellissima Why Does It Always Rain On Me? Bob Geldof sarà anche Sir ma non riesce a resistere alla tentazione di cantare su un palco così prestigioso e tutto sommato se l’è anche meritato. La sua I Don’t Like Mondays, supportato dai Travis che sono rimasti sul palco, non lascia affatto a desiderare. E’ quindi il turno di Brad Pitt, in versione ossigenata, a fare cadere un po’ di mascelle all’audience femminile, che può anche apprezzare la sua bella voce bold che recita un monito di indubbia efficacia e introduce Annie Lennox. Il tempo di apprezzare Why e Sweet Dreams, per passare al palco Canadese che propone Back To You di Bryan Adams. La stanchezza inizia a farsi sentire, il pollice è anchilosato. Ma gli UB40 a Londra propongono il miglior set di fiati della giornata, e allora via con Ivory Madonna, Red Wine e I Can’t Help Falling In Love. Ci si rifiuta di seguire Snoop Dogg, e ci si rianima solo per i Razorlight, grintosissimi nonostante siano matricole e con il leader Johnny Borrell particolarmente ispirato ed agitato, tanto da saltare giù dal palco e mettersi a torso nudo al secondo pezzo Golden Touch, dopo che avevano esordito con l’ultimo singolo Somewhere Else. Chiude per loro Allright e un “sign that fucking petition” che lascia pochi dubbi sullo stile di Borrell. Si potrebbe continuare sino a notte fonda, ma la cena non può essere procrastinata, e un po’ ad intermittenza si scorgono i The Killers elegantissimi nei loro completi bianchi, i (o le?) Scissor Sisters, e anche uno sprazzo di Mosca dove i Pet Shop Boys si producono in una Go West particolarmente poptronica. Infine Sting con Message In A Bottle e Every Breath You Take. Ma resta il rammarico di avere mancato i Pink Floyd che hanno proposto Wish You Were Here e Confortably Numb con la lineup originale. Del resto non volevamo fare la fine di Filippide…


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31 Inspirational Tracks

  • Fear Of Music - Ropes Out Of Sheets
  • The Dodos - Fools
  • My Morning Jacket - Evil Urges
  • Fleet Foxes - Ragged Wood
  • Electric President - It's An Ugly Life
  • dEUS - Popular Culture
  • The Brian Jonestown Massacre - Darkwave Driver / Big Drill Car
  • Tapes 'N Tapes - Hang Them All
  • Spiritualized - Soul On Fire
  • Elbow - Weather To Fly
  • Supergrass - Butterfly
  • We Are Scientists - After Hours
  • The Helio Sequence - The Captive Mind
  • The Envy Corps - Wires & Wool
  • Radar Bros. - When Cold Air Goes To Sleep
  • I Am Kloot - One Man Brawl
  • The Mountain Goats - In The Craters On The Moon
  • Yesan Damen - Whoa!
  • Grand Archives - Southern Glass House
  • Nada Surf - Weightless
  • Devastations - An Avalanche Of Stars
  • Tiny Dancers - Deep Waters
  • The Weakerthans - Civil Twilight
  • Yeasayers - Sunrise
  • Steel Train - Firecracker
  • Gomez - Moon And Sun
  • British Sea Power - No Lucifer
  • Band Of Horses - Cigarettes, Wedding Bands
  • Matt Pond PA - Last Light
  • Les Savy Fav - Pots&Pans
  • Polytechnic - Running Out Of Ideas

Tangerine Chart


Overall


Weekly

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