"Life is hard
and so am I."
- Mark Oliver Everett -
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Era il 31 ottobre 2003, qualcosa mi frullava per la testa, un concetto che trovo ben espresso nella prima pagina di Mare di Bering, secondo libro di Tullio Avoledo, edito - che combinazione - proprio nel novembre 2003. Inizio a scrivere su quel weblog personale
… per tirare giù i miei pensieri, che sono fatti di qualcosa di leggero come i sogni. Basta un battito di ciglia per vederli sparire.
A volte ho dei pensieri che mi piacerebbe ricordare.
Più che pensieri, sono dei segnali.
E presto mi sono ritrovato ad incrociare i percorsi telematici di una moltitudine di persone, molte delle quali compaiono tutt’oggi nella colonna lì a sinistra, ma almeno altrettante, se non di più, sono svanite negli abissi della rete, alcune semplicemente perché non c’era più nulla da condividere, altre perché era proprio necessario interrompere il contatto. Niente di strano, capita lo stesso nella vita di tutti i giorni, quella “vera” (come se quella vissuta qui non lo fosse). E nella stessa prima pagina Avoledo aggiunge:
La mia idea è che siamo come delle radio. Solo che ognuno è sintonizzato in modo diverso. Così capita che uno sia più sensibile ai segnali e prenda stazioni lontanissime che gli altri non riescono a captare. Un altro invece crede di ricevere un segnale unico che in realtà è la confusione di due stazioni radio mescolate insieme, e ascoltando quel segnale impuro e disturbato è convinto di sentire messaggi che in realtà non esistono.
Trovo che ciò sia a maggior ragione vero nel caso delle conoscenze cosiddette virtuali, anche quelle che evolvono per mezzo degli incontri dal vivo. E’ molto facile fraintendere, specie se in una delle due parti, o entrambe, esiste un interesse che può andare oltre la semplice amicizia. Ma anche senza misunderstanding, la convivenza online diventa alquanto complicata se qualcuno nutre un sentimento sbilanciato, non corrisposto. I post personali frequentemente hanno contenuti che eccedono le più intime confidenze. Ed i commenti, anche quelli lasciati su altri blog, sono impronte indelebili che sono facilmente tracciabili. E la somma di informazioni diventa la fonte più attendibile per sapere cosa stai pensando, facendo, chi stai frequentando.
Arriva quindi il momento in cui pensi che sia necessario ed improrogabile interrompere tutto ciò, anche se il tributo da pagare è cancellare molti tuoi pensieri, in un battito di ciglia, il tempo necessario a cliccare su quel bottone.
Badly Drawn Boy - Everybody’s Stalking mp3
Arriva I Will See You In Far Off Places, la prima traccia del nuovo album di Morrissey, Ringleader Of The Tormentor, e mi coglie in un momento in cui sono particolarmente sensibile alle creazioni di Steven Patrick Morrissey. Sto infatti leggendo Questa Notte Mi Ha Aperto Gli Occhi, il terzo libro scritto da Jonathan Coe pubblicato la prima volta nel 1990. Il titolo è già indicativo, perché è lo stesso di una traccia di Hatful of Hollow (ovviamente This Night Has Opened My Eyes), album simbolo dei The Smiths, ma il legame a doppio filo prosegue per tutto il libro, in quanto ogni capitolo viene introdotto con una verso di una canzone del gruppo inglese, e comunque l’intera narrazione è intrisa di musica in quanto il protagonista è componente di una band per la quale compone la musica e scrive i testi. In realtà il titolo originale era The Dwarves Of Death, che si riferisce al nome di una band punk-rock che avrà un ruolo nella trama del libro, ma in questo caso sono completamente d’accordo nell’aver evitato la traduzione, dato che un titolo come I Nani Della Morte avrebbe conferito un infondato connotato lugubre al romanzo che invece è gradevolmente cosparso di humor inglese.
Intanto mi ascolto I Will See You In Far Off Places (mp3 qui), che lascia ben sperare per l’album che uscirà ufficialmente il 3 aprile.
Ieri sera, complice un irrinunciabile invito di Fainberg, ho potuto partecipare alla festa di presentazione di Untitl.Ed al Metaverse di Zop. Untitl.Ed è una interessantissima iniziativa editoriale intrapresa da Fainberg, che ho finalmente avuto il piacere di conoscere di persona, e da due sue amiche, incontrate proprio grazie a questo bizzarro mezzo che è il weblog. Three Is A Magic Number, cantavano i Blind Melon (è stata anche l’ultima canzone che hanno registrato insieme), e all’insegna di questa formula, Untitl.Ed pubblicherà, di volta in volta, tre libri, attingendo gli autori proprio dalla rete (una di loro la avevo infatti già incrociata nei commenti di Shirk). I primi tre titoli sono Vedrai Vedrai, Voice Recorder e Il Pasto Grigio. E gli autori? Gli autori non compaiono in copertina, ma soltanto all’interno, secondo uno schema prefissato che prevede una copertina standard e che verrà mantenuto anche per le prossime pubblicazioni. Per la prima volta avrò quindi modo di leggere dei libri scritti da autori che ho potuto conoscere personalmente. E l’unico dubbio che mi rimane è: quale leggere per primo?
E’ da un po’ che ho terminato di leggerlo, ma il gusto agrodolce che mi ha lasciato in bocca non tende ad abbandonarmi. Ho fatto fatica ad abituarmi al linguaggio volutamente sgrammaticato della narrazione, che mi ostacolava più della pesante e gratuita volgarità che straboccava da tutti i dialoghi iniziali. Del resto era il tributo da pagare alla fedele riproduzione del tipo di comunicazione verbale adottata nel contesto in cui è ambientato: i giovani della classe lavoratrice inglese nelle del pieno periodo punk. Lo stretto legame con la musica ha fortunatamente tenuto desto il mio interesse, e nella seconda parte del libro emerge la capacita di John King di andare al nocciolo degli argomenti, anche quelli più problematici, esprimendo concetti profondi ma allo stesso tempo diretti ed immediati, che spesso arrivano come montanti e lasciano senza fiato.
Ho amato la descrizione del viaggio che il protagonista compie in treno da Pechino a Mosca. Sono rimasto piacevolmente sorpreso dall’evoluzione della trama, tutt’altro che lineare e scontata e che subisce una bruciante accelerazione nel finale.
Un libro non convenzionale, parallelo all’anticonformismo del protagonista e, molto probabilmente, dell’autore. Non sono mai stato un punk, e della musica punk ho apprezzato solamente il lato più luminoso, ma è stato spontaneo identificarsi in quei personaggi.
Impossibile citare brani o gruppi che fanno da sottofondo: la lista sarebbe così lunga che richiederebbe un’inutile sforzo catalogativo, ed i nomi più ricorrenti sono facilmente intuibili: molto meglio leggerli tra le righe del libro, cosa che consiglio vivamente a tutti coloro che sono interessati ad una valida rappresentazione di un periodo fondamentale per l’evoluzione del rock oltre che ad un romanzo di buono spessore.
Valutazione: 4.5 su 5
Monterey in dEUS
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utente anonimo in Fleet Foxes
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