"Life is hard
and so am I."
- Mark Oliver Everett -
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Do You Like Rock Music? è un gran bel disco che riuscirà a farsi perdonare uno dei titoli più insipienti a memoria d’uomo. Che i British Sea Power fossero un insieme talentuoso non v’erano dubbi, dato che entrambi i precedenti episodi avevano fornito ampie garanzie a riguardo. A dare ulteriore spessore a questo terzo titolo giungono due rinforzi canadesi: Howard Bilerman, batterista negli Arcade Fire ai tempi di Funeral, ed Efrim Menuk, dei monumentali A Silver Mt. Zion e Godspeed You! Black Emperor, alla produzione. Questi ingredienti aggiuntivi si sentono tutti, e alcune deviazioni post-rock sono semplicemente deliziose, tipo la strumentale The Great Skua. Ma il gruppo di Brighton non ha mai rinunciato ai brani più radiofonici, ed anche in questo album sono ben rappresentati dal singolo Waving Flags e da Atom, pezzo che in verità è già apparso sull’EP Krankenhaus? uscito quest’autunno, anche se in versione leggermente diversa, mentre le due differenti coniugazioni musicali si combinano efficacemente nei sei minuti abbondanti di Lights Out for Darkier Skies. No Need To Cry appaga invece la ricerca di una ballata ovattata e sognante, giusto per iniziare l’anno che verrà in maniera morbida.
The Great Skua mp3
Waving Flags mp3 | video
Lights Out for Darkier Skies mp3

Marco di Definizioni mi ha convinto qualche mese fa a prestare maggior attenzione ai Piano Magic, ed oggi, in occasione della comparsa del loro nuovo album Part Monster è l’occasione giusta per ringraziarlo del suggerimento. Mi sarei perso altrimenti un bel po’ di suoni di qualità, estremamente difficili da definire, finendo per ricorrere ad un patchwork di etichette che includono postrock, shoegaze ed indietronica. Sicuramente originale il gruppo di Londra, lontano dalla ribalta, a volte persino troppo sofisticato. Non ho maturato ancora abbastanza conoscenza della loro storia per poter fare un raffronto attendibile tra questo album e le loro numerose produzioni pregresse. Quello che mi sento di trasmettere è comunque il giudizio estremamente positivo che hanno manifestato i miei indicatori fisiologici durante l’ascolto di un disco dalle atmosfere saturni e raffinate, distante dalla omologazione senza incorrere nella pretenziosità che ha contraddistinto analoghi slanci. Il 16 maggio al Transilvania Live di Milano.
The Last Engineer mp3
Halfway Through mp3
Gli ungulati sono certamente i mammiferi più gettonati per le copertine dei dischi indie, seguiti a qualche lunghezza dagli ursidi, che detengono invece il primato nell’ambito dei nomi dei gruppi. Gli uccelli non sono da meno, dai rapaci notturni ai volatili marini. Non sono diventato quel biologo naturalista con la predilezione per la fito e zoogeografia che ad un certo punto sembrava dovesse essere la mia vocazione, anzi, non ci sono andato neppure vicino, ma la antica passione evidentemente arde ancora sotto le ceneri depositate dai lustri, e basta poco per ravvivarla, anche quando mi dedico ad attività che poco o nulla hanno da spartire con la scienza del Professor Mainardi. A volte sono dettagli apparentemente insignificanti come una figura di una cover a metterti sulle tracce di un gruppo che in mezzo alla moltitudine sarebbe scivolato via ingiustamente ignorato. Eccone alcuni esempi:
Pela - indie rock da Brooklyn / New York
Lost To The Lonesome mp3
da Anytown Graffiti
Thee More Shallows - indie con riflessi postrock da Berkeley / California
Night At The Knight School mp3
da Book Of Bad Breaks
Get Cape. Wear Cape. Fly - folktronica dall'Essex / UK
I-Spy mp3
da The Chronicles of a Bohemian Teenager

Modesto, California. Eh beh, Grandaddy, penseranno gli indie addictied. Giusto, ma loro in questo caso non c’entrano, al massimo condividono con i Solar Powered People la città di provenienza. George Lucas, diranno i cinefili, e magari il suo American Graffiti, che è stato ambientato lì, attingendo alle esperienze del periodo high school nella sua cittadina d’origine. Complimenti, ma non è neanche questo il punto.
Modesto mi ricorda una bella estate di ormai troppi anni fa. Una Oldsmobile bianca, perfetta per un road trip; avevamo noleggiato una vettura di classe inferiore, ma aveva l’aria condizionata mal funzionante, e la Alamo non ne aveva un’altra disponibile della stessa categoria, per cui ci siamo ritrovati con il jolly dell’upgrade con un auto veramente americana alla stessa modica tariffa. Un buon auspicio per le circa tremila miglia che ci aspettavano. Abbiamo lasciato San Francisco con rammarico, perché la città aveva ancora qualcosa da darci, ma i programmi erano già stati prefissati, e quindi abbiamo attraversato il Bay Bridge, puntando ad est verso le montagne rocciose, dato che la meta successiva sarebbe stata Yosemite, un mito che avevamo coltivato con il passaparola di chi ci aveva preceduto. Il fido atlante stradale Rand Mc Nally, formato lenzuolo, guidava i nostri spostamenti in un epoca in cui il GPS era ancora riservato agli scopi militari. Via attraverso Oakland e Berkeley, scollinando il Rocky Ridge con le allora avveniristiche eliche per lo sfruttamento dell’energia eolica, verso il centro del Golden State. Nei dintorni di Modesto, ad Oakdale, ci siamo fermati per pranzare in uno di quei tipici locali on the road, con il posteggio colmo di bisonti della strada - quei camion monumentali con le finiture cromate - e l’immancabile vettura dello sceriffo, nonché la classica waitress di mezza età con i capelli biondi corti e ricci. Non dev’essere un gran posto per viverci, abbiamo pensato, con quello strano connubio tra agricoltura ed industria, ma non ci siamo poi soffermati più di tanto, la mente era già proiettata alla meta d’arrivo della giornata, all’Half Dome ed El Capitan, al cottage sul torrente Merced che ci avrebbe ospitato. In seguito Yosemite è rimasto per me estremamente familiare: in occasione di quella visita ho acquistato un poster panoramico, circa 70 x 200 cm che una volta rientrati è stato applicato su un supporto metallico, e da allora risiede sulla parete del mio ufficio di fronte alla mia scrivania. Insomma basta alzare lo sguardo ed il granito del Dome e il getto delle Falls sono lì a farmi compagnia.
Basta poco quindi per riaccendere quei ricordi, è sufficiente ad esempio ascoltare una band che viene da lì, anche se il suo shoegazing tendente al postrock poco ha ben poco da spartire con la musica ascoltata a quell’epoca, dai R.E.M. ai The Smiths, ma sarebbe certamente stata molto adatta a quei lunghi trasferimenti in auto. L’album eponimo che sigla l’esordio dei Solar Powered People offre alcuni spunti interessanti per gli appassionati del genere:
Last Day In Love mp3
Start The Cycle mp3
Hibernation mp3

Giornate di grande fermento, con due/tre dischi al giorno di ottima caratura che si rendono disponibili per il primo ascolto, e per la nostra bulimia musicale non conosce ostacoli, e cresce anzi il rammarico di tutte quelle incisioni che rimangono inevitabilmente nel limbo delle intenzioni. Come preannunciato con gaudio da Animal House, arriva Strength In Numbers, quinto LP del gruppo newyorkese di origini texane, quello che riesce deliziosamente a galleggiare tra indie e post-rock meglio di qualunque altro. La voce di Aurelio Valle risulta sempre una delle più vellutate e sensuali del panorama alternativo, a volte sussurrata, talvolta ansimante, ma sempre significativa. Il suono di questo disco mi ricorda per certi versi gli episodi migliori dei dEUS ed in alcuni frangenti anche le caratteristiche ballate dei Doves, senza abbandonare le chitarre riverberanti che garantiscono la connotazione "post". Il livello delle tredici tracce, che probabilmente raggiunge l’apice con Bronson (vedi link precedente), è costantemente elevato e conferisce a Strength In Numbers il rango di runner-up di questo inizio d’anno a ridosso dei TGTBTQ.
Sanctify mp3
Rise mp3
Dancers In The Dust mp3

Oscuri, ipnotici, alla deriva tra dream pop, space rock e noise. Una rivelazione questo We Are Afraid Of Heights Tonight, ultimo album dei The Rum Diary, un quartetto californiano di Cotati, una paesone rurale a 50 miglia a nord di San Francisco sulla 101, quella che parte dal Golden Gate e attraversa Sousalito. Un disco da ascoltare con le cuffie, ma non quelle ridotte da interno orecchio, quelle tradizionali circumaurali invece, magari Sennhauser. A tarda sera, con un havana (se fumassi ancora) e un calice con un fondo di Marqués de Domecq, per perdersi nel suo colore ambrato, che non riesci a definire se è marrone o arancione, che in realtà sono lo stesso colore, è solo questione di intensità. Intensità che non manca certo ai The Rum Diary, ma che non consentirà loro di raggiungere le grandi masse, perché questo genere di rock si adatta a pochi, ed a meno che non ti scopra qualche regista di talento (ogni riferimento a Cameron Crowe, gli Helen Stellar, Io e la colonna sonora di Elizabethtown è puramente caUSale), rimarranno nell’eterno oblio, avvolti in quella nebbia che ben si adatta ai loro suoni. E comunque loro il marrone e l’arancione li hanno messi insieme nella copertina.
The Mothball Fleet mp3
My Lungs Have Never Felt Better mp3
The Sunken Fields (TL-05) mp3
Trivia: The Rum Diary devono il loro nome all’omonimo romanzo di Hunter S. Thompson, al quale si ispirerà una pellicola con il medesimo titolo che uscirà nel 2008 ed avrà come interprete principale Johnny Depp, e Josh Hartnett e Benicio Del Toro nel cast. Anche Paura E Delirio A Las Vegas, sempre con Depp e Del Toro, era tratto da un romanzo di Thompson.

Ho fatto fatica ad ascoltare per intero l’ultimo album dei Liars, Drum’s Not Dead. A volte trovo approdi sicuri sulle spiagge di experimental e post-rock, ma ciò non è accaduto in questa occasione, che ha visto rapidamente dissolversi l’interesse generato dalla sbandierata svolta bohemienne del gruppo che sarebbe dovuta avvenire in seguito allo spostamento a Berlino (da NY). Non mi sono dato però per vinto, e trovato un EP (prodotto anche come 7”) che si intitola The Other Side of Mt. Heart Attack, ovvero come la traccia più intelligibile dell’album, e visto che ne conteneva una Single Version, mi sono fatto coraggio e c’ho riprovato.
Quello che ho trovato è un pezzo denudato degli orpelli della ricerca più estrema (che non dubito troveranno estimatori che hanno un gusto più sofisticato raffinato del mio), trasformandosi così in un mantra ipnotico I won’t run far, I can always be found, If You need me I can always be found che penso possa trovare una consona e degna collocazione in una compilation a connotazione notturna.
The Other Side Of Mt. Heart Attack (Single Version) mp3
[expiring link]
Monterey in dEUS
Monterey in Scattered Notes #6
Monterey in Fleet Foxes
Medicineman in dEUS
utente anonimo in Fleet Foxes
j4son in Scattered Notes #6
utente anonimo in Fleet Foxes
Monterey in Elbow
Monterey in dEUS
utente anonimo in dEUS
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