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- Mark Oliver Everett -
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300 ha notevolmente sollecitato la mia curiosità sin da quando ho iniziato a leggerne, per almeno tre diversi motivi. Innanzitutto perché è una nuova trasposizione in film di un libro a fumetti, dopo i recenti V For Vendetta di Moore e Sin City dello stesso Frank Miller, poi le notevoli polemiche sollevate in relazione ad una presunta strumentalizzazione del confronto tra occidente e medio oriente ed infine perché sono irrimediabilmente attratto dalla storia e dalla strategia.
Quello che ho visto è molto interessante, penso che valga la pena di investire un paio d’ore nella visione di 300, sempreché l’esposizione alla violenza grondante di sangue e ai dettagli più trucidi non rappresenti un insormontabile ostacolo per chi vorrebbe assistervi. Non è il mio caso, anche perché imbattersi in un qualsiasi telegiornale al giorno d’oggi non è meno agghiacciante.
La pellicola non ha alcuna intenzione di rappresentare una fedele riproduzione dell’evento storico che costituisce il cuore della narrazione, ovvero da battaglia delle Termopili, del resto già il libro di Miller si era concesso delle licenze al fine di costruire attorno alla vicenda di Leonida di Sparta ed i 300 opliti che guidava una trama avvincente. La necessità di tradurre in video quanto concepito da Miller ha comportato un ulteriore distacco dalla realtà dei fatti. Questo, in ogni caso, non è di per se un problema, anche perché una noiosa ricostruzione epica avrebbe avuto ben poco appeal. Più discutibile è forse l’immagine che viene fornita dei Persiani e del loro re Serse, dipinti come sanguinari e brutali i primi e raffigurato in un improbabile folle sovrano letteralmente ricoperto da piercing il secondo. Da questo soprattutto derivano le – legittime – manifestazioni di disappunto dei popoli che si sentono discendenti dei persiani. Se a questo aggiungiamo un ricorrente ricorso alla esaltazione della libertà, con ad esempio un discorso della (splendida) regina Gorgo declamato al concilio spartano – mentre il marito si difende strenuamente alle Termopili – che avrebbe potuto tranquillamente essere la trascrizione di quelli delle autorità occidentali dopo l’infausto 911, il sospetto che si sia voluto cavalcare la contrapposizione tra le due culture sembra poter disporre di un concreto riscontro.
Un altro aspetto che potrebbe indispettire gli animi sensibili è il continuo riferimento alle figure retoriche di orgoglio, onore e gloria, ma in questo caso tenderei ad essere più indulgente, in quanto paiono riscontri oggettivi essendo Sparta e gli Spartani i protagonisti della vicenda, non a caso sin da quando ero bambino le mie simpatie sono andate alla democratica e filosofica Atene, piuttosto.
Detto questo rimane lo spettacolo delle immagini e dei suoni, e se ci si ricorda che il realismo è assolutamente opzionale, difficilmente si può negare che si tratti di un film che avvince e che probabilmente traccia la rotta per un genere, quello che miscela computer grafica, animazione e recitazione, che diventerà molto diffuso.
Rinoceronti da battaglia, terzi tempi alla Michael Jordan, movimenti che appartengono più al bagaglio di un evoluto praticante di arti marziali che a quello di un oplita del quinto secolo A.C., il regista decide di non farsi mancare niente, e se vi chiedete di quale metallo poteva essere composta la maschera cromata degli Immortali, i combattenti persiani di elite vestiti di nero e così simili ai ninja, la risposta è nessuno, di certo non poteva essere argento, quello. La falange spartana che ride fragorosamente sotto il lancio di migliaia di frecce persiane, così tante da oscurare il sole, sostenendo che “almeno potremo combattere all’ombra”, pare invece essere una citazione storica certificata.
In un riferimento circolare di citazioni ricorda la Battaglia Per La Terra Di Mezzo del secondo episodio di LORT (a proposito: Faramir è presente anche in 300), per la quale Tolkien ha certamente tratto ispirazione proprio dalle Termopili.
Bella la colonna sonora di Tyler Bates, appropriata e vivace in un paio di circostanze con l’adozione di potenti chitarre, una possibile dissonanza che invece non stona.
Tyler Bates - The Hot Gates mp3
Tyler Bates - Fever Dream mp3
Syriana ha contribuito a colmare una mia lacuna: il terzo album dei The National, Cherry Tree del 2004, che ha preceduto lo stupendo Alligator dell'anno scorso. Nella pellicola è presente infatti:
Wasp Nest mp3
ovvero la bella traccia di apertura di quell'album.

Esplosivo e bellissimo. Ma esplosivo non tanto per merito degli effetti speciali, quanto nelle idee. Essenzialmente le idee di Alan Moore, il creatore di V, che pure ha disconosciuto questa pellicola come esaurientemente spiega Salvatore in questo post. Viverlo attarverso le emozioni di chi ti sta a fianco, che non ha idea dello svolgimento della trama, registrando le variazioni delle sue pulsazioni, i suoi sussulti, le sue contrazioni, e qualche sospiro sospetto. Rinnovare l'ammirazione per Stephen Rea, nata con la visione de La Moglie del Soldato, e da allora purtoppo confinato in pellicole di secondo livello, a parte una piccola parte in Fever Pitch (Febbre a 90). Un paio di brani dalla OST, che non comprente Street Fighting Man degli Stones che pure accompagna adeguatamente i titoli di coda:
Cat Power - I Found A Reason mp3
Cover della canzone scritta da Lou Reed - Velvet Underground inclusa in Loaded (1970)
Dario Marianelli - Knives And Bullets (And Cannons Too) mp3
Original score della scena finale
Qual è il mio video musicale preferito di sempre? Coffee And Tv dei Blur. Da quando l’ho visto, con il cartone-di-latte-animato che partiva alla ricerca del nerd scomparso Graham Coxon, ho sempre desiderato di poter assistere ad una pellicola diretta dallo stesso regista inglese, Garth Jennings, autore di svariati clip di livello elevatissimo da Beck (Lost Cause e recentemente Hell Yes), a Badly Drawn Boy (Disillusioned e Spitting In The Wind), passando per Supergrass (Low C, Keep On Moving e Pumpimg On Your Stereo), Pulp ed Eels (Last Stop This Town e Cancer For The Cure), nonché la bellissima rappresentazione della teoria dell’evoluzione in Right Here Right Now di Fatboy Slim.
Ebbene sono stato accontentato quando, dopo una serie di vicissitudini, a Jennings è stato assegnato il compito di dirigere Guida Galattica per Autostoppisti (Hitchhikers Guide to the Galaxy il titolo originale) tratto dall’omonimo libro di Douglas Adams. La Guida Galattica è apparsa brevemente nelle sale italiane a partire da metà agosto 2005, e non sono riuscito quindi ad approfittare di una visione appropriata, dovendo ripiegare sul surrogato digitale, giunto soltanto da poco nella versione localizzata.
Improbabile, il film è altamente improbabile, come era lecito aspettarsi e come dell’improbabilità la sceneggiatura ne ha fatto manifesto, integrandola persino come legge fisica che regola l’universo. Ma non per questo meno godibile. E’ necessario un approccio molto tollerante e piuttosto fantasioso, un po’ come per Big Fish (anche se consegna molto meno poesia del capolavoro di Tim Burton), considerandolo come una sorta di estensione proprio del video di Coffee and TV. Per niente banale invece il messaggio di fondo, riguardante la ricerca delle risposte alle più grandi domande che l’intera popolazione dell’universo si pone a riguardo del senso della vita, con un riferimento trasversale a riguardo dell’amore, purtroppo tradotto non del tutto fedelmente in italiano. Ne consiglio la visione a coloro che sono in grado di passare indenni attraverso gli inevitabili risvolti ingenui e che sono predisposti – sapendolo in anticipo – ad una visione accondiscendente nei confronti dell’improbabilità. Nominato comunque quale “Miglior Commedia” e “Miglior Film Britannico” agli Empire Awards 2006.
Blur - Coffee and TV video
Eels - Last Stop This Town video
Badly Drawn Boy - Spitting In The Wind video
Teatrale – non solo nei passaggi dove era inevitabile che lo fosse –, cupo – non solo per il fatto di aver utilizzato durante le riprese solamente illuminazione naturale –, esplicitamente e quasi compiaciutamente volgare. Per citare una immagine utilizzata nelle pellicola: una fellatio incompiuta. Stridente il contrasto di una pur brava Samantha Morton incontrata prima come la precog di Minority Report, e poi come futuristica co-protagonista di Codice 46 (con Tim Robbins, quello sì un gran film) e qui calata nella veste di un improbabile musa del Conte di Rochester. Apprezzabile, come sempre, John Malkovich. E a proposito di Libertini, sembra impossibile da credere ma ho visto lo spettro di Pete Doherty nel viso di Johnny Depp, quando – incappucciato – aveva i capelli rasati come il fondatore dei Babyshambles (che sarà pure uno stolto ma io mi inchino al suo talento) nelle sue ultime apparizioni. Insomma, consigliato solo alle fan perse di JD ed a chi nutre un’insana passione per il settecento.
"Quello che credo manchi ai miei film, che non sono mai dei veri capolavori, è l'elemento del genio” e “l'unica cosa che si frappone tra me e la grandezza è... me stesso”. Sono piuttosto d’accordo con Woody Allen, anche quando scrive l’incipit di Match Point:”La fortuna conta più del talento”. Non mi è sembrata infatti una pellicola “memorabile” a parte la presenza di Scarlet Johansson, che – se mai fosse stata necessaria una conferma – si manifesta come l’attrice più sensuale in attività, tanto da far passare quasi inosservato il suo inopportuno doppiaggio. La rivedremo con piacere in Scoop, un’altra realizzazione di Allen, commedia, genere in cui probabilmente riesce ad esprimersi in maniera più spontanea. La sceneggiatura di Match Point mi lascia invece piuttosto perplesso, con lacune, dettagli apparentemente importanti che svaniscono nel nulla, e soprattutto fornendo un improbabile evento focale. La regia invece è troppo castigata. Visto che il perno della trama è la passione che travolge, le scene di sesso – in particolare quelle che vedono la femme fatale Scarlet come protagonista – sono decisamente troppo caste. Voler evitare che la MPAA lo valutasse NC-17 ha secondo me pregiudicato questo aspetto. E la colonna sonora non aiuta. Capisco l’opera verdiana, adatta per ambiente culturale e per il dramma, ma ripetere la stessa aria tre volte alla fine non può che risultare piuttosto monotona. Resta, intendiamoci, nonostante questi limiti, un film visibile, che è comunque lontano dalle produzioni migliori. Tra le quali metterei invece Crash, visto sabato con colpevole ritardo. Vero è che sono sempre stato un estimatore delle trame che coinvolgono ed intrecciano le vite di uno stuolo di protagonisti, sulle tracce delle sceneggiature in cui Alejandro González Iñárritu e Guillermo Arringa si sono distinti con Amores Perros e 21 Grammi. Ben realizzato e ben recitato, e con Maybe Tomorrow degli Stereophonics sui titoli di coda a chiudere nel modo migliore. Notevole la tagline: “Moving at the speed of life, we are bound to collide with each other”.
A proposito di Paul Haggis, il canadese (Canada rulez!) regista di Crash, ha scritto anche sceneggiatura di The Last Kiss, remake nordamericano del mucciniano L’Ultimo Bacio in uscita a fine anno, che avrà come protagonisti Zach Braff (La Mia Vita a Garden State) e Rachel Bilson, ben nota ai fan di O.C. Confidiamo quindi in una colonna sonora degna di Garden State ed O.C.!

Corsi e ricorsi. Era il 1992 quando Cameron Crowe ci regalava Singles e la sua stupenda colonna sonora che esaltava il grunge di Seattle, all’interno della quale spiccava la splendida Drown degli Smashing Pumpkins, allora ancora sconosciuti alla massa del pubblico. Definirla splendida è riduttivo, Drown è letteralmente in grado di provocare un’erezione. Crowe prima di essere diventato regista è stato un critico musicale, ma soprattutto è sempre stato un patito come noi, dotato di un ottimo gusto e motivato nella scoperta di nuovi gruppi e realtà musicali. Questa volta ci riprova, curiosamente con un altro gruppo nativo di Chicago proprio come Corgan e soci: il trio Helen Stellar. Pescati casualmente su un cd di demo, Crowe – che notoriamente ama selezionare personalmente i motivi che accompagnano le sue pellicole – è rimasto colpito da Io (This Time Around), un pezzo che compariva nel secondo dei tre EP che compongono la discografia degli Helen Stellar: Below Radar EP, risalente al 2002 (gli altri sono The Newton EP del 2001 e I’m Naut What I Seem del 2004) e l'ha trovata perfetta per un passaggio del suo nuovo film Elizabethtown. Andando in sala sapevo che la colonna sonora sarebbe stata di notevole livello, improntata questa volta però su sonorità che più si sarebbero adattate al Kentucky e ad un road trip. Tra tutti i brani è stato però proprio quello degli Helen Stellar, una ballata riverberante, a destare maggiormente il mio interesse.
Ho scoperto quindi con soddisfazione la loro seppur ridotta produzione, che offre un dreampop pulito, shoegazing che richiama talvolta i The Verve, in certi casi i Doves, e generalmente i My Bloody Valentine. E’ quindi un gruppo americano che suona all’inglese, un po’ come gli Ambulance LTD.
Non resta che attendere il loro primo album, che non mi stupirei se venisse prodotto proprio da Cameron Crowe, che a quel punto entrerebbe di diritto nel gotha dei miei artisti preferiti (oltre ai suoi due titoli citati avevo molto apprezzato Almost Famous, ma anche Jerry Maguirre e – ebbene sì – Vanilla Sky). La vita da procuratori di Jerry Maguirre e quella in un’azienda sportiva (la Mercury di Elizabethtown, riferimento fin troppo evidente al marchio con lo “swoosh”) sono state perfettamente rappresentate, anche agli occhi di chi le saggia quotidianamente.
Io (This Time Around) mp3
The Opening Credits mp3
Panic Attack At Breakfast mp3
Ieri sera ho rischiato il linciaggio. Ci ritrovavamo per vederci un film insieme e lo sciopero ha leggermente complicato i piani, nel senso che la pellicola originariamente scelta di comune accordo era in programmazione solamente ad orari irraggiungibili. Come alternativa quindi, conoscendo che alcuni apprezzano film francesi (il regista è austriaco ma attori ed ambientazione sono francesi), ho avuto la malaugurata idea di proporre Niente Da Nascondere. Mi sono fatto attirare dai cinque asterischi della critica (si lo so – è bene diffidare dei film a *****) ed il colpo di grazia l’aveva dato la recensione di Maurizio Porro: “Incubo di una famiglia radical chic che si vede recapitare cassette della propria privacy day by day. Chi ha la colpa? Cercare nel passato, presente o futuro? Magistrale, insinuante apologo thriller di Haneke, autore perfido che rovista nella codardia moral-materiale degli intellettuali e organizza con tempismo perfetto un cine-complotto di straordinaria forza. Finale aperto, il tema è chiaro: nessuno di noi può stare tranquillo in casa. Che ci sia lo zampino medianico e apocrifo di Camus? Da vedere.” Beh, io di Porro mi fido, e quindi la mia proposta trova il consenso generale sulla generale affidabilità dimostrata in passato. Di fatto, però, il film richiede una buona dose di sacrificio, non è per nulla immediato e la regia – premiata a Cannes 2005 – è iperrealista e decisamente avanguardista e non c'è il benché minimo accenno di colonna sonora ad alleggerire la visione. I risvolti psicologici nella narrazione rivestono un ruolo molto più importante dei fatti e il finale, come aveva avvisato Porro, resta aperto e – apparentemente – irrisolto. Al termine della proiezione gli spettatori si scrutano con aria interrogativa e gli sguardi accusatori degli amici che avevo convinto diventano presto una reprimenda senza precedenti. L’imbarazzo è notevole, a me il film è piaciuto ma so di non poter pretendere che lo sia anche agli altri, specie per via di quel finale sospeso. Fortunatamente, forse pressato dall’urgenza della situazione, si materializza una percezione costruita su un dettaglio dell’ultima statica scena. L’interpretazione sembra convincere anche gli altri astanti che si sono aggregati alla discussione e fornire un completamento alla pellicola in mancanza del quale me la sarei vista davvero brutta. Ometto ovviamente di riportarlo per evitare spolier, ma qualora decideste di vederlo (ed io ve lo consiglio caldamente se sapete apprezzare anche il cinema meno scontato), prestate bene attenzione all’inquadratura finale.

Claustrofobico. E’ certamente l’aggettivo più adatto. Non tutti potranno apprezzare questa pellicola, che comunque ha oggettivamente degli aspetti di rilievo. E’ necessario essere dotati di una certa benevolenza nei confronti dei paradossi temporali derivanti dai quantum leap (tra il 1992/93 ed il 2007 nella fattispecie) per accettare la struttura portante della narrazione, nonché di una provata capacità nel sostenere ambientazioni cariche di angoscia ed ansietà come possono essere quelle di un ospedale psichiatrico dove vengono utilizzate delle terapie non propriamente ortodosse. In ogni caso per la visione è consigliabile scegliere una sala dotata di poltrone comode e spaziose, per evitare che l’oppressione provata dal protagonista rinchiuso in un cassetto della morgue dell’istituto avvolto nella camicia di forza (altrimenti detta the jacket) possa diventare una sensazione vissuta in prima persona.
Gli aspetti che possono invece piacere sono innanzitutto la regia di John Maybury, un inglese che appartiene alla generazione punk ’77, che prima di questo incarico aveva ottenuto i risultati migliori nel mondo dei videoclip, realizzando ad esempio quelli dei The Smiths e di Morrissey, nonché il celebre Nothing Compares 2 U di Sinead O’Connor, ed inoltre l’interpretazione come protagonista di Adrien Brody, non a caso Oscar nel 2002.
Maybury riesce a sfruttare appieno l’espressività di Brody e la sua caratterizzante morfologia facciale con frequenti close up strettissimi di bocca, occhi e profilo parziale del viso. E riesce a mettere a frutto l’esperienza accumulata nei VM con un utilizzo differenziato della saturazione dei colori in funzione al fatto che le immagini si riferiscano al passato, al presento o al futuro ed altre soluzioni che nell’insieme esaltano l’impatto emotivo della sceneggiatura (ispirata da un racconto del 1915 di Jack London: The Star Rover pubblicato nel Regno Unito con il titolo The Jacket).
E che Maybury di musica se ne intenda è abbastanza chiaro, tant’è vero che ha demandato a Brian Eno la realizzazione dello score, che replica la sua apparizione nell’OST di un altro film inquietante: 28 Giorni Dopo. Ma il regista non si accontenta e, dopo una attenta ricerca, scova un gruppo alternative californiano, i Jane Doe’s, il cui vocalist Andy Tubman vive quotidianamente a contatto con quel mondo da descrivere, dato che esegue terapie musicali all’interno di istituti psichiatrici. A lui chiede di comporre un brano che sappia adeguatamente rappresentarne lo spleen, e per descrivere l’acustico risultato non si può che ricorrere all’aggettivo inglese haunted, che non trova appropriato corrispettivo in italiano.
Jane Doe’s - Quiet Inside mp3
Sui titoli di coda appare anche una non meglio identificata versione di We Have All The Time Of The World (che è anche la risposta all’ultima line del film), che azzardando potrei addebitare ai My Bloody Valentine, mentre un autoradio durante una scena cruciale diffonde Unbelievable degli EMF.
Per quanto riguarda Keira Knightley, l’incondizionata simpatia che provo per lei non mi impedisce di riconoscere che probabilmente non è del tutto adatta al ruolo che, specie nella prima parte, la vorrebbe turbata e dedita all’alcool. Aveva tutto sommato ragione Maybury a non volerla neanche ammettere al casting, ma l’ostinazione con cui Keira si è battuta per ottenere la parte ha avuto il sopravvento.
Sedicinove e la sua critica preventiva mi avevano spaventato. Tra l’altro il ritratto dello spettatore - tipo era pericolosamente somigliante al mio, ad eccezione degli intercalari mutuati da alcune star del web (effettivamente alquanto stucchevoli), e – spero – della catalogazione sociale (non mi ci vedo proprio nei panni di un borghesuccio).
Per contro le indicazioni ricevute da affidabili (dal punto di vista cinematografico) compagne di pausa ristoratrice alla Camera Cafè aziendale erano piuttosto rassicuranti ed incoraggianti. Rompo quindi gli indugi, da buon adepto alla filosofia di San Tommaso d’Aquino, e dedico una serata in sala alla visione di Sideways.
Fortunatamente Totonno sbagliava precognizione: non è una cagata, e non è neppure infarcito di massime buoniste sul senso della vita. Le battute più che sulla sagacia puntano sulla presa rapida di improbabili riferimenti relativi al sesso, argomento al quale è dedicato ampio spazio nella struttura narrativa. Non si tratta di un capolavoro, questo è sicuro, in alcune parti perde in fluidità e probabilmente l’argomento enologia è un po’ troppo ricorrente e ridondante, ma il giudizio complessivo è certamente positivo, sia per l’intrattenimento diretto che elargisce durante la visione che per il contenuto che non si dissolve pochi minuti dopo i titoli di coda.
[Spoiler] La scena in cui il protagonista assapora furtivamente la sua preziosissima bottiglia di Cheval Blanc del 1961 in un fast food pasteggiando con cheeseburger ed onion rings è quella che a mio avviso condensa lo spirito di questa pellicola.
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